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Secondo la maggior parte delle persone la parola HACKER è sinonimo di
pirateria informatica, furto di notizie a livello industriale e chi
più ne ha più ne metta! Benché vi siano individui che utilizzano
l'hacking come mezzo per portare a termine scopi illeciti, tutti
questi stereotipi hanno creato il pregiudizio secondo cui l'hacker
sarebbe un criminale.
L'hacking consiste essenzialmente nell'abilità di individuare errori
di programmazione, imprevisti o trascurati, e di trasformarli in
strumenti per risolvere un problema, ad esempio: riuscire ad
accedere ad un sistema informatico eludendo le protezioni, serve a
migliorare il sistema stesso rendendolo più sicuro.
Molti affermano che la nascita dell'hacking risalga alla fine degli
anni '50 nel Massachusett Institute of Technology (MIT), dove un
gruppo di studenti appartenenti al Tech Model Railroad Club (Tmrc)
utilizzò delle obsolete apparecchiature (per lo più telefoniche) per
creare un complesso sistema che gestiva le diverse tratte
ferroviarie del modello di trenino mediante una connessione
telefonica all'opportuna sezione.
Il termine hack (tra i tanti da loro coniati) veniva utilizzato dai
membri del Tmrc per indicare un progetto intrapreso o un prodotto
costruito non solo per adempire ad uno scopo preciso, ma che
portasse con sé il piacere della pura partecipazione. Questa parola
proveniva a sua volta dal vecchio gergo del MIT dove il termine hack
era stato a lungo usato per indicare gli scherzi elaborati che gli
studenti del MIT s'inventavano regolarmente. Il termine da lì a poco
subì un'evoluzione, infatti la maniera in cui lo usavano quelli del
Tmrc denotava rispetto: anche se un intelligente collegamento di
relè si poteva definire un hack semplice, si sarebbe inteso che per
qualificarsi come hack l'impresa doveva dimostrare innovazione,
stile e virtuosismo tecnico.
Di seguito gli hackers del Tmrc si avvicinarono al mondo affascinante
dei primi computer dedicandosi quindi alla programmazione su schede
perforate, da far girare sull'intoccabile IBM 704 e subito dopo
sull'innovativo Tx-0 (da cui il nome del mio sito Tix0).
Al contrario di quelli che scrivevano programmi per risolvere
problemi, gli hackers si preoccupavano di scriverli in modo
brillante. Essi ritenevano che un programma con un numero minimo di
schede perforate fosse migliore e permettesse di ottenere lo stesso
risultato di un programma classico. Riuscire a ridurre il numero di
schede perforate necessarie per un programma era una vera arte che
veniva apprezzata ed ammirata dagli intenditori: i primi hackers
trasformarono la programmazione da un'attività puramente tecnica ad
una forma d'arte destinata alla fruizione da parte di un'èlite di
cultori della materia, risultando invece incomprensibile ai profani.
Questo nuovo approccio alla programmazione creò una sottocultura
divisa in due correnti: coloro che apprezzavano l'eleganza
dell'hacking e coloro che vi erano refrattari. I primi avevano un
enorme interesse per l'acquisizione di nuove conoscenze e di una
padronanza ancora maggiore per quest'arte. Essi ritenevano inoltre
che le informazioni dovessero essere scambiate liberamente.
Abbattendo ogni ostacolo alla loro libera circolazione, misero in
discussione la validità di un intero sistema scolastico basato sui
voti anziché sulla gioia del sapere, costruirono un interesse a
imparare ed esplorare continuamente che li teneva in competizione
tra di loro e allo stesso tempo uniti.
Età, razza, sesso, aspetto esteriore, diplomi universitari e stato
sociale non costituivano criteri primari per giudicare il valore
degli individui, ciò non tanto per un desiderio di uguaglianza
sociale o per motivi politici quanto per l'aspirazione a far
progredire l'arte emergente dell'hacking.
Gli hacker si esaltavano scoprendo splendore ed eleganza nella
matematica e nell'elettronica, ritenute tradizionalmente discipline
aride. Essi consideravano la programmazione alla stregua di una
forma di espressione artistica, mentre il computer costituiva lo
strumento di quest'arte. Il loro desiderio di smontare i sistemi per
capirne il funzionamento non intendeva mistificare l'opera d'arte,
ma semplicemente era un modo per apprezzarla maggiormente. Questi
valori, ispirati alla sete di conoscenza, sarebbero poi diventati
parte integrante della cosiddetta "etica hacker": l'apprezzamento
della logica come forma d'arte e la promozione del flusso libero
delle informazioni, al di là dei tradizionali confini e delle
restrizioni, al fine di comprendere meglio la realtà.
Questi hacker si interessarono in un primo periodo interamente alla
programmazione, ma evolvendosi cominciarono a spostare il loro campo
d'azione dal software all'hardware per poi combinarli insieme, fino
alla costruzione e diffusione dei primi personal computer. Gli
hacker quindi ci hanno messo a disposizione moderni sistemi
operativi, linguaggi di programmazione e molti altri mezzi avanzati
che oggi vengono usati nella vita comune. Il cambiamento più
importante fu quello di strappare il monopolio dell'uso dei computer
da parte delle grandi aziende (con i loro "bestioni") e di
diffondere dei mezzi accessibili (sia in senso economico che di
utilizzo), quali i personal computer, tra la gente comune. I
computer furono il frutto di elaborate ricerche e di intensi scambi
di informazioni durante le molteplici riunioni che gli hacker
dell'hardware tenevano all'inizio degli anni '70 in California.
Gli hacker dunque non sono dei delinquenti, ma è grazie al loro
contributo che oggi potete leggere queste pagine. Il termine cracker
in origine fu coniato per indicare gli hacker cattivi distinguendoli
da quelli buoni: i cracker erano interessati a violare le leggi,
mentre gli hacker erano un gruppo positivo con una propria etica.
Inoltre i cracker erano da considerare meno dotati rispetto
all'èlite degli hacker, in quanto capaci di utilizzare strumenti
(tool e script) senza comprenderne il funzionamento.
Ricapitolando: sotto l'etichetta cracker venivano raggruppati tutti
coloro che svolgevano pirateria del software, sfregio di siti web ed
altre attività illecite mediante l'uso di un calcolatore o di un
computer, essendo ignari della logica di funzionamento dei loro
strumenti di lavoro.
Oggi questo termine è caduto in disuso forse a causa della nascita,
nel frattempo, di un nuovo termine (pirata informatico) che
comprende sia gruppi di persone implicate in attività illegali con
computer, sia gli hacker relativamente inesperti. Quando accadono
atti di pirateria nessuno si pone il problema di utilizzare il
termine giusto per ciò che è successo; nessuno conosce il termine
cracker e la maggior parte della gente è inoltre del tutto ignara
degli arcani e delle competenze associate al termine hacker. Non mi
è mai capitato di sentire dei giornalisti scegliere il termine
hacker o cracker in modo sensato, inoltre il termine hacker ha un
impatto sensazionalistico decisamente superiore a qualsiasi altro
termine informatico.
Una linea di demarcazione tra hacker e cracker esiste, ma la legge
offusca sempre più tale distinzione. Un hacker è un individuo che
studia un sistema, porta avanti ricerche, mette a punto metodi
originali e crea strumenti (patch) per rendere sicuro un sistema e
non per danneggiarlo. Le leggi non permettono tali intrusioni da
parte degli hacker per ovvi motivi (privacy e sicurezza) ma non è
nemmeno possibile cancellare lo spirito che anima gli hacker, essi
continueranno sempre ad escogitare nuovi escamotage costringendo a
studiare e a mettere a punto nuove soluzioni per eliminare i punti
vulnerabili.
I veri hacker sono coloro che mettono a punto metodi nuovi ed
originali, ad ogni exploit corrisponde un patch che consente di
difendersi. Un sistema irrobustito con patch appropriati dovrebbe
essere immune a questa tipologia di attacchi. I cracker che usano
queste tecniche, senza un contributo originale, sono destinati a
danneggiare solo gli utenti più indifesi ed inesperti e quindi non
portano alcun contributo positivo con le loro azioni. I veri hacker
sono in grado di individuare per tempo lacune e punti deboli nel
software e creare dei loro exploit da usare per penetrare senza
ostacoli, con opportuni patch, anche in sistemi fortificati ritenuti
sicuri.
Infine si può affermare che non esistono dei patch in grado di
eliminare definitivamente i punti vulnerabili, per questo motivo,
soprattutto a partire dagli anni '90, sono stati costituiti dei team
addetti alla sicurezza informatica con il compito di individuare
queste lacune e di informare i fornitori prima che esse vengano
sfruttate. Si è creata quindi una sinergia tra gli hacker che
difendono i sistemi e quelli che cercano di violarli.
Questa competizione costruttiva genera maggiore sicurezza da un lato
e tecniche di attacco più complesse dall'altro, il risultato di
questa interazione è positivo perché produce individui più preparati
e scaltri, una maggiore sicurezza, software più stabile e
soprattutto originali tecniche di soluzione dei problemi.
Spero di aver illustrato bene, anche se per grandi linee,
l'origine della cultura hacker. Alcuni argomenti sono ancora da
affrontare come ad esempio la nascita di tale cultura in Italia ed
il fenomeno del crackdown (negli USA e nel nostro paese) che ha
colpito numerosi hacker e cracker. Ho sottolineato molto la
distinzione tra hacker e cracker perché non credo che sia giusto
discriminare una cultura che ci ha dato molto (pensate ai pc ed
internet) per colpa di persone stupide che compiono danni a
discapito del prossimo. Nello scrivere questo testo ho preso spunto
dagli autori Jon Erickson e Steven Levy.
Questo contributo è stato gentilmente concesso da:
Tix0
e riporta il contenuto della pagina:
http://www.tix0.altervista.org/Storia.html
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