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Dosso Dossi

Biografia ed Opere di Dosso Dossi

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Note Biografiche e artistiche di Giovanni Luteri detto Dosso Dossi (Tramuschio 1487?- Ferrara 1542)

Nato da Jacopina da Porto e Alberto Luteri Costantini originario di Trento Non si conosce con certezza né la data, nè il luogo di nascita, che si suppone fosse la residenza delkpadre. che nel 1485 è accertato abitasse a Tramuschio nel Ducato di Mirandola[4]. proprietario del podere di Dosso della Scaffa, titolo passato ai figli

Verosimilmente un giovanissimo Dosso iniziò da Mirandola un percorso formativo che lo portò a conoscere i più grandi maestri del Rinascimento. Nella complessa pittura di Dosso, affiora costantemente l’influenza dei grandi maestri: da Venezia apprende la lezione di Giorgione, da Roma conobbe la maestria di Raffaello. Con Tiziano vi fu un costante colloquio artistico, a Ferrara incontrò Michelangelo. Dagli inizi del Cinquecento divenne ben presto il pittore favorito dei duchi di Ferrara, abbandonando la corte soltanto in due occasioni, la prima a Pesaro al servizio della duchessa Eleonora di Urbino e la seconda a Trento quando affrescò diversi ambienti del Castello del Buonconsiglio.
Dosso Dossi
Vita di corte, la sua. Nel 1510 dai documentti contabili risulta si trovasse a Mantova, al servizio dei Gonzaga, e nel 1514 fu nominato pittore di corte a Ferrara. In tale veste fu coinvolto nelle principali imprese decorative di Alfonso d'Este, quali i Camerini d'alabastro. A lui è, infatti, attribuita la coreografia generale dell'apparato decorativo, nonché la realizzazione di alcuni dipinti, tra cui il Trionfo di Bacco in India per il quale Raffaello aveva fornito i disegni senza però riuscire a dipingerlo.

Nella primavera del 1520, probabilmente, il pittore, dalla corte estense dovette recarsi a Roma, dove nel gennaio il fratello Battista risulta documentato nella bottega di Raffaello.

Questo viaggio, non documentato, ma estremamente verosimile, potrebbe essere stata, l’occasione per Dosso, di tornare a vedere la volta della Sistina, rimanendone coinvolto:, non solo per dipingere la pala modenese, ma anche i Sapienti dell’antichità al Buonconsiglio. Dal confronto con il Laocoonte vaticano: assimila pienamente identità di eroismo e patetismo sovrumani. ConTiziano, amico e collega, col quale si era recato a Mantova, nel novembre del 1519, per visitare le raccolte artistiche di Isabella d’Este, avviò un proficuo dialogo, che gli consentì di assimilare la ricchezza cromatica e le ampie aperture paesaggistiche.

Dalla solare Madonna di Foligno di Raffaello, si ispirerà per San Sebastiano nel Duomo che gli era stata commissionata dalla Confraternita della Mensa Comune dei Preti. Nella stessa opera, le figure della Madonna col Bambino tra i santi Lorenzo e Giacomo il Maggiore-modenesi- denunciano, la presenza di Battista. Così nella successiva Maria in gloria con i santi Giorgio e Michele.

La pala di San Sebastiano è un dipinto dove la naturalezza dei corpi e il potere trasfigurante della luce sembrano ripetere il modello michelangiolesco viene citato e allo stesso tempo eluderlo, nell’eroismo plastico e anatomico dei personaggi. Il San Giovanni Battista un’opera destinata alla devozione privata, sembra quasi un dettaglio della pala modenese (circa 1520-1521), al culmine della sua «maniera vertiginosamente moderna», in un’atmosfera umida e palpabile, propria della campagna e del cielo della Valpadana.

In questi anni, gli impegni a corte, diventano gli impegni dei due fratelli Dossi, anzi, della fiorente bottega che, con vari allievi e collaboratori può far fronte ai compiti più svariati:. Una serie di opere: dalle decorazioni degli ambienti del castello, dell’appartamento di Alfonso I sulla via Coperta, del Palazzo Ducale e della palazzina della Rosa, alla conclusione dei lavori nella delizia del Belvedere, dall’allestimento di scenografie per il teatro di corte alla realizzazione di tele con ‘ritratti’ delle città di Ferrara.
Dosso Dossi
Nonostante siano perdute o disperse, risultano citate dalle carte dell’Archivio Estense di Modena, e di Carpi, insieme alla pittura di bandiere per il ‘naviglio’ del duca (una delle imbarcazioni estensi da parata) ai ritratti delle figlie di Isabella del Balzo, già regina di Napoli, dell’erede don Ercole d’Este, del duca Ercole I , della consorte Eleonora d’Aragona, del medico e filologo Niccolò Leoniceno e del Liburnio, umanista e poeta. Sono riportati anche dipinti con fiori, frutti e animali alla doratura di una «testiera da cavallo» per don Ippolito Este, alla decorazione dei cocchi ducali alla realizzazione di «stampe» per monete, pennacchi di trombe, disegni per il fregio di un tappeto, «forme» per ceramiche, modelli grafici per imprese araldiche.

Sono opere strappate dal loro ambiente naturale a seguito con l’asservimento di Ferrara allo Stato pontificio (1598): finirono all’interno delle collezioni cardinalizie romane o delle raccolte dei duchi d’Este trasferitisi a Modena.

Nel passaggio da Giove pittore di farfalle alla Psiche abbandonata da Amore, si coglie chiaramente come, intorno al 1524-1525, Dosso superi quel crinale sottile che separa le sperimentazioni più eccentriche e imprevedibili, verso tratti di misurato decoro e di elegante compostezza che cresceranno col tempo, culminando alla fine del decennio, ((dopo l’arrivo a Mantova di Giulio Romano (ottobre 1524), nelle vesti di pittore di corte dei Gonzaga, erede di Raffaello)).

Risposta alle nuove esigenze formali è il nudo elegante e seduttivo di Psiche, frutto del ripiegamento classicistico, alleggerito da dettagli naturalistici Nella seconda metà degli anni venti alcune opere marcano la radicalità della svolta che si può cogliere nel percorso di Dosso; basti porre a confronto il San Sebastiano, dipinto intorno al 1526 per le monache lateranensi della chiesa della Santissima Annunziata a Cremona con l’omonimo Santo nella pala modenese citata prima, questo è padano e romantico

Dosso rimane un artista capace di continue sorprese, nel tondo per la camera del poggiolo (1524-1526), dell’appartamento di Alfonso I, dipinge uno scanzonato buffone di corte che ci rovescia per celia sulla testa, una cascata di fiori.

Quando viene pubblicato a Venezia il Triompho di Fortuna di Sigismondo Fanti ferrarese, appaiono per la prima volta a stampa il nome e il ‘ritratto’ di DOSSO PICTOR) , un dipinto che apre la fase più spiccatamente romanista e raffaellesca del pittore di corte degli Este, come nell’opera Santi Giovanni Evangelista e Bartolomeo un cielo nuvoloso si sta addensando su ritratti imponenti , così minumentali da invadere il proscenio.
Dosso Dossi
La Sacra Famiglia, da collocarsi cronologicamente subito dopo la tavola per il duomo di Ferrara e in parallelo con l’avvio della Disputa dei Padri della Chiesa sull’Immacolata Concezione con san Bernardino (già Dresda, Gemäldegalerie), commissionata nel gennaio del 1527 e collocata nel duomo di Modena il 20 novembre 1532, confermano questa nuova direzione, della pittura di Dosso. Nella cosiddetta Allegoria mitologica della Galleria Borghese, (per la residenza di Laura Dianti, l’amante ufficiale del duca, ormai vedovo, sembra aprirsi verso una nuova fase del paesaggismo, affascinato da suggestioni nordiche, che ha assorbite nei loro soggiorni delle Marche e del Trentino

L’’Apollo musico con Dafne relegata sullo sfondo (la metamorfosi si traduce in Dafne assorbita dalle fonde degli alberi), l’artista si concentra sul torso nudo monumentale del dio, tra luce e ombra.
Dosso e Battista, assecondando le strade delle alleanze diplomatiche intessute da Alfonso I, si recano prima a Pesaro e poi a Trento, per partecipare da protagonisti a due importanti cantieri decorativi della nuova Italia nata, nel 1530, dall’incoronazione di Carlo V a Bologna, quando lo spazio per molte delle libertà sperimentate «nei confronti dei grandi testi della maniera moderna si era irrimediabilmente chiuso» , Tra i due fratelli sembra ormai avviato un sodalizio sempre più simbiotico, tanto che è arduo distinguerli. Anche L’Ariosto li consacra nella prestigiosissima ottava dell’Orlando Furioso, (1532).

Lo spazio per i turbamenti, per gli indugi da soli nei boschi di notte a guardare la luna, come capitava, intorno al 1517, nell’Adorazione dei Magi di Londra, non c’è più, Dosso, in effetti, non se la sentì di risalire le valli lombarde, anzi ormai pittore sofisticato ed intellettuale di corte, asseconda le ambizioni del cardinale Clès, che intende portare «Roma anche sulle Alpi».

A Trento, quando Dosso e Battista arrivarono dietro esplicita richiesta del principe vescovo ( con ogni probabilità, come una sorta di graziosa concessione diplomatica da parte del duca di Ferrara, desideroso dell’appoggio politico presso la corte imperiale del potente prelato trentino, data l’annosa questione con il papato, in merito al possesso di Modena e Reggio), i lavori del Magno Palazzo stavano fervendo da qualche anno:.Il loro impegno fu intenso, decorarono diciannove sale.

Uno degli ambienti più importanti del Magno Palazzo clesiano era sicuramente il «Chamaron del torion de sora» (Sala degli Specchi), e cioè la grande sala al secondo piano del torrione quattrocentesco inglobato nel nuovo edificio, accanto al salone affrescato da Battista Dossi, ma su invenzioni di Dosso, con i Giochi dei putti, dove i raffinati omaggi cortigiani al committente (gli emblemi araldici e le lettere del suo nome tedesco – BERNARDT – trasportati in trionfo da eroti scanzonati e giocherelloni) si esaltavano nel rapporto con la celebre e preziosissima serie di arazzi di matrice raffaellesca
Dosso Dossi
la Camera delle Udienze al primo piano (denominata «Saleta de l’ausloden», nei documenti, o semplicemente «Ausloden», alla tedesca, per il balcone coperto che sporge verso la città, realizzato da Alessio Longhi nel 1528-1530), affrescata allo scadere del 1531 dal Romanino costituiscono un ciclo decorativo chiaramente rivolto ad esaltare il ruolo e il prestigio del committente ( Tanta celebrazione è espressa dai Dossi nell’affresco votivo con San Vigilio [che] presenta il cardinale Bernardo Cles alla Madonna col Bambino, posto sopra all’ingresso della Sala Grande del secondo piano, nel cosiddetto Andito dell’appartamento clesiano. Nei saloni si ripeteva il concetto di UNITAS: una serie di verghe d’oro legate.

Nella Camera del Camin Nero gli affreschi dosseschi riguardano, soluzioni compositive originali, rivolti all’ oculo centrale illusionistico, con le quattro Virtù cardinali che, dalla volta, sembrano presiedere alle diverse attività intellettuali della vita umana, incarnate dalle Arti Liberali e dai loro rappresentanti più celebri, raffigurate nelle lunette)

Nelle prime pagine è stato anticipato come Dosso Dossi, l’artista più stimato e pagato dal cardinale tra tutti quelli coinvolti nel Magno Palazzo, avesse attraversato, nel corso degli anni venti del Cinquecento, una vera e propria ‘crisi romanista’, confrontandosi con Michelangelo e poi con il Raffaello , interpretando quei modelli con spirito appassionato, ma attenuando progressivamente le estrosità padane della sua prima maturità e parzialmente allineandosi, col tempo, a quell’ideale classicista che in questi anni spirava sempre più potente da Roma, anche nell’Italia settentrionale.

Le decorazioni trentine di Dosso, quelle conservate ma anche quelle perdute, sembrano uniformarsi a continue rievocazioni di modelli classici, a costanti riferimenti, letterari e figurativi, al mondo antico.

Il pittore interpreta «gli ideali di principesca magnificenza decorativa del cardinale secondo la mentalità di un"classicista italiano". Se nel nuovo appartamento di Alfonso I d’Este sulla via Coperta, intorno al 1520, aveva potuto spargere a piene mani invenzioni eccentriche e sconcertanti, dal realismo preseicentesco ai rombi ‘morali’ del fregio nella camera da letto del Duca, aprendo ai trucchi illusionistici del soffitto nella camera del poggiolo, in questa fase sembra allinearsi a nuove esigenze di «classicismo programmatico», pur non abbandonando emozioni e palpiti della giovinezza padana. Resta il senso della corruttibilità della carne che aveva permesso di rileggere con sensibilità personale anche i testi più celebri della ‘maniera moderna’.

Olimpiche divinità antiche fanno capolino da cieli nuvolosi e si affacciano dalle lunette della sala d’ingresso al Magno Palazzo (quell’atrio, o Andito della Cappella, già concluso nel novembre del 1531, «vera entrata trionfale per chi accedeva dal nucleo quattrocentesco».
Dosso Dossi
Nel consesso degli dei classici, trova posto anche il pittore greco Apelle, come illustre rappresentante dell’arte della Pittura, fra gli esercizi ginnici grandi putti,, impegnati a sorreggere con dei festoni dorati lo stemma araldico in stucco del committente. Istruttive le «favolette» di Fedro e di Esopo, piene di «moralità», che popolano il refettorio (la Stua de la Famea) con lo sfondo decorato da paesaggi dosseschi («sconfinate pianure di boschi, rivi, colli e città sfumate nella nebbia , bagnati da un’aura di crepuscolo»). Nel magno Palazzo fiabesche storie ovidiane, aperte dalla creazione del cielo e della terra, proponevano una sintesi delle Metamorfosi volgarizzate ed illustrate nella decorazione perduta della Stua Granda (dopo che un primo progetto dossesco «per esser cosa di giesa» [cioè di chiesa], era stato bocciato dal cardinale).

Una galleria di finte statue classiche in rovina intende evocare le collezioni di sculture antiche, spesso frammentarie, esposte nei cortili e nei giardini dell’Urbe, mentre i maggiori poeti, filosofi e scienziati della Grecia e di Roma antica accolgono lo studioso tra i banchi di una biblioteca idealmente rivolta, come nello studiolo di Federico da Montefeltro ad Urbino o nella Stanza della Segnatura di Giulio II, ad un’armonica simbiosi tra cultura classica e cristiana. Che diversità tra questi paludati eruditi campeggianti su cieli tempestosi e quei Sapienti dell’antichità che, come palpitanti incarnazioni delle arti liberali, avevano occupato, solo una decina d’anni prima, con carnale prepotenza le lunette di un misterioso studiolo estense!

Una valutazione completa dell’operato dei fratelli nel quarto decennio è certo compromessa dalla perdita di alcune opere dossesche licenziate dopo l’esperienza trentina. Mancano all’appello le ante d’organo dipinte da Dosso «dentro et di fora cum quattro figure» per la chiesa ferrarese delle monache del Corpus Domini – nel cui convento era suor Eleonora, figlia ventenne del duca Alfonso e di Lucrezia Borgia – e dunque prestigiosa committenza estense, che conoscerà sviluppi futuri con la decorazione dell’oratorio della religiosa nel 1539. Sono inoltre scomparse le pitture del «zardin de corte», nell’ala ricostruita del Palazzo Ducale, ( 1535 e nel 1536), e le Storie d’Ercole citate da Vasari sulla facciata dello stesso edificio, così come i dipinti nella camera della Torre di Santa Caterina nel Castello Estense e quelli eseguiti dai Luteri nella cappella e in altre stanze del palazzo di Belriguardo nel 1535 o della delizia di Belvedere nel 1536 o i cartoni per arazzi destinati alle stanze del giardino della Rosa.
Dosso Dossi
Le ricerche d’archivio condotte da Andrea Marchesi danno ora forza alle commesse ai fratelli avute da Laura Dianti e poi dal figlio don Alfonso d’Este per il Palazzo degli Angeli, fatto costruire dal duca Alfonso I per la dama: dapprima nel 1535 assegnato a Dosso, poi nel 1538 a Battista Entrambi operano come loro «provvisionati», il primo, spingendosi sulle merlature dei muri di cinta (Regesto, 1535a) e dipingendo spalliere ed altro (Regesto, 1536e, h), il secondo i solai e il fregio delle camere terrene che danno sulla loggia Lascia a bocca asciutta, ancora, non poter conoscere che cosa Dosso dipingesse nell’Osteria dell’Angelo in via Ripagrande, dove risulta al lavoro con il fido collaboratore Albertino (Regesto, 1533a, 1535a, c).

Nel quarto decennio si colloca anche la Madonna con Bambino e cinque santi della Pinacoteca dei Concordi di Rovigo che la critica recente conferma opera di Battista, filiazione della pala Della Sale concepita dal fratello, di solito datandola prima delle altre nel primo lustro degli anni trenta, ma forse da posticipare di un paio d’anni

Un interessante influenza del classicismo potrebbe essere testimoniata anche dalla Disputa di Gesù al tempio nel duomo di Faenza, giudicabile per intero solo dalla copia di metà Settecento di Vincenzo Biancoli
La pala della Natività con tre gentiluomini (della Galleria Estense ), e quella con il San Michele che atterra il demonio (della Pinacoteca Nazionale di Parma –furono commissionate da Alfonso I a Dosso nel 1533 e liquidate insieme (dopo la nomina di Ercole II nel dicembre 1534, quali ex-voto per l’avvenuta restituzione delle città di Modena e di Reggio Emilia al dominio estense) costituiscono due capitoli importanti delle committenze ducali ai pittori, già bene commentati dalla critica, che ritiene a diverso titolo responsabili entrambi dell’esecuzione. Circa la prima pala, consegnata al vescovado di Modena solo nel 1536, si dovrebbe tenere in maggior conto che il contemporaneo Tommasino Lancillotti ne indicasse autore il fratello più giovane, così eleggendola a prima opera sicura (Venturi), con una minima assistenza di Dosso nei ritratti o nel paesaggio.
Dosso Dossi
L’ascrizione a Battista della pala di San Michele oggi confermatanel gruppo degli Apostoli attorno al sepolcro vuoto inseriti a sinistra con la Vergine Assunta e i casamenti a destra, ma opera di Dosso le figure in primo piano e la regia complessiva del paesaggio. Il regolare profilo di tre quarti dell’Arcangelo stagliato sul paesaggio e dell’ampio ripiegarsi ad angolo retto del braccio che fa librare il lungo spadone, sembra però indicare quale fonte d’ispirazione uno degli angeli della Cacciata di Eliodoro di Raffaello(omaggio al maestro, da parte di Battista).

Opere oggi riconosciute a Dosso, l’Allegoria di Ercole oggi agli Uffizi, è una composizione ambientata al chiuso di una stanza, nella quale il più vecchio Luteri rilegge e reimposta le figure del proprio repertorio degli anni venti, sottoponendole alla sfida della luce artificiale. Dosso punta sulla caratterizzazione dei personaggi e si affida a una vena ritrattistica mordace e mai spenta, tanto da far trapelare un senso del grottesco che prelude alle pitture successive. (Bartolomeo Passerotti e di Annibale Carracci).
Dosso si è spento in silenzio prima del luglio 1542, dopo essers ammalato a Venezia, sempre al seguito della corte Estense.

Fu il fratello minore Battista Dossi, a proseguire la conduzione della bottega alla corte ferrarese.

Mt

Da materiale stampa tratto dalla mostra

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