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Giovanni Battista Luteri

Giovanni Battista Luteri

Biografia ed Opere di Giovanni Battista Luteri

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Note biografiche di Giovanni Battista Luteri detto Battista di Dòsso
(o Battista Dossi). - Pittore (n. 1497 circa - m. 1548 o 1553)

Si sa che nel 1517 Battista, fratello di Giovanni, era a Roma, allievo di Raffaello, nel soggiorno attestato nel gennaio 1520 : si rivela influenzato, in modo determinante, da Raffaello e dalla pittura ferrarese (Garofalo, Ortolano). Ha certamente assorbito anche le indicazioni del fratello maggiore presso il quale operava in bottega.

Nel 1550, pur dedicando ai fratelli una biografia indipendente, Giorgio Vasari, in risposta ai toni particolarmente elogiativi di autorevoli predecessori, denigra, l’operato dei Luteri, ma lascia sottendere un ruolo incisivo di Battista all’interno della bottega, allorché procede ad enumerare l’operosità di entrambi in diversi luoghi della città di Ferrara. Merita comunque attenzione la notizia vasariana di una supposta frizione tra i fratelli: «sempre […] nemici l’uno dell’altro, ancora che lavorassero insieme» (Vasari 1550).

Lodovico Dolce farà dire a Pietro Aretino, nel Dialogo, alla luce di due diverse attitudini figurative,: «[…] i due Dossi Ferraresi: de’ quali l’uno stette qui a Vinegia alcun tempo per imparare a dipinger con Titiano: e l’altro a Roma con Raffaello».
Battista di Dòsso
L’esistenza di un divario non solo qualitativo, ma anche stilistico tra i due fratelli, riconosciuto ed estremizzato da Dolce, nonché l’epurazione dal catalogo di Battista di opere altrui e l’ampliamento del suo corpus grafico possono consentire di soppesare, volta a volta, i loro interventi in opere quasi sempre pagate a Dosso, fino all’anno 1542. Data della morte di Dosso, nella quale prende il via una stagione di Battista, decisamente autonoma e ricca di novità .

In questo periodo B. è spesso impegnato al fianco di altri artisti, chiamati in causa dal duca Ercole II, nella decorazione di cappelle, sale e facciate di delizia, o nella realizzazione di disegni per arazzi.

All’indomani dell’esperienza trentina, una doppia biografia vasariana, mette in buona luce entrambi per essersi recati a Roma e avere voluto imparare il linguaggio del classicismo.
Già nel 1532 a Battista è riconosciuto un ruolo di responsabilità ufficiale nella bottega diretta dal fratello, non solo più anziano di circa un lustro, ma anche particolarmente amato dal duca Alfonso d’Este.

Dosso e Battista, assecondando le strade delle alleanze diplomatiche intessute da Alfonso I, si recano prima a Pesaro e poi a Trento, per partecipare da protagonisti a due importanti cantieri decorativi della nuova Italia nata, nel 1530, dall’incoronazione di Carlo V a Bologna, quando lo spazio per molte delle libertà sperimentate «nei confronti dei grandi testi della maniera moderna si era irrimediabilmente chiuso» , Tra i due fratelli sembra ormai avviato un sodalizio sempre più simbiotico, tanto che è arduo distinguerli. Anche L’Ariosto li consacra nella prestigiosissima ottava dell’Orlando Furioso, (1532).

A Trento, quando Dosso e Battista arrivarono dietro esplicita richiesta del principe vescovo ( con ogni probabilità, come una sorta di graziosa concessione diplomatica da parte del duca di Ferrara, desideroso dell’appoggio politico presso la corte imperiale del potente prelato trentino, data l’annosa questione con il papato, in merito al possesso di Modena e Reggio), i lavori del Magno Palazzo stavano fervendo da qualche anno:.il loro impegno fu intenso, decorarono 19 sale.

Uno degli ambienti più importanti del Magno Palazzo clesiano era sicuramente il «Chamaron del torion de sora» (Sala degli Specchi), e cioè la grande sala al secondo piano del torrione quattrocentesco inglobato nel nuovo edificio, accanto al salone affrescato da Battista Dossi, ma su invenzioni di Dosso, con i Giochi dei putti, dove i raffinati omaggi cortigiani al committente (gli emblemi araldici e le lettere del suo nome tedesco – BERNARDT – trasportati in trionfo da eroti scanzonati e giocherelloni) si esaltavano nel rapporto con la celebre e preziosissima serie di arazzi di matrice raffaellesca
Battista di Dòsso
la Camera delle Udienze al primo piano (denominata «Saleta de l’ausloden», nei documenti, o semplicemente «Ausloden», alla tedesca, per il balcone coperto che sporge verso la città, realizzato da Alessio Longhi nel 1528-1530), affrescata allo scadere del 1531 dal Romanino costituiscono un ciclo decorativo chiaramente rivolto ad esaltare il ruolo e il prestigio del committente ( Tanta celebrazione è espressa dai Dossi nell’affresco votivo con San Vigilio [che] presenta il cardinale Bernardo Cles alla Madonna col Bambino, posto sopra all’ingresso della Sala Grande del secondo piano, nel cosiddetto Andito dell’appartamento clesiano. Nei saloni si ripeteva il concetto di UNITAS una serie di verghe d’oro legate,

Nella Camera del Camin Nero gli affreschi dosseschi riguardano, soluzioni compositive originali, rivolti all’ oculo centrale illusionistico, con le quattro Virtù cardinali che, dalla volta, sembrano presiedere alle diverse attività intellettuali della vita umana, incarnate dalle Arti Liberali e dai loro rappresentanti più celebri, raffigurate nelle lunette)

In effetti, è proprio a Trento che, per la prima volta, egli si trova a operare al citato fregio della Sala Grande con i Putti inquadrati da cariatidi, dopo che Dosso l’ha solo progettato.

Un’attenta riconsiderazione di tali putti sembra offrire una documentazione sullo stile di Battista. Non è difficile allora riconoscere nel Bambino dell’Apparizione della Vergine fra i santi Antonio e Bernardino ai confratelli di Santa Maria della neve (della Pinacoteca Estense di Modena) un evidente nesso con alcuni dei putti distribuiti che reggeno le lettere BERNART(nome del vescovo Clès. Così come, sui volti dei confratelli riversi a contemplare la soprastante apparizione della Vergine, si possono cogliere suggestive similitudini con l’Astrologia raffigurata in una delle lunette della Camera del Camin Nero.

Anche nel San Vigilio che abbraccia fraternamente il Cles cingendogli le spalle da tergo per presentarlo alla Vergine, con la quale ha avviato una vivace conversazione, c’è una trovata di Dosso, ma la realizzazione pittorica ha avuto l’ampia collaborazione di Battista, nel l’esecuzione della parte superiore con la tenda e l’angelo volante, la cui irruzione sembra avere perduto la coerenza originale a causa dello stato di conservazione. È Battista a riadattare questa composizione, subito dopo Trento, per impaginare la pala del duomo di Portomaggiore, raffigurante la Madonna con il Bambino in trono e i santi Gerolamo e Giovanni Battista (oggi in Pinacoteca a Ferrara ).
Battista di Dòsso
Riprendendo lo schema obliquo del trono, le passamanerie e i pomelli dorati, i viluppi del panneggio abbondante e ricadente dai braccioli, Il volto della Vergine declinato secondo i modi ricorrenti in Battista, che annulla la penetrante espressività del modello trentino in un processo di appiattimento.

I due santi Gerolamo e Giovanni Battista, sono piuttosto derivati dal san Vigilio e stretti parenti dei modenesi confratelli della Neve. La scena è riambientata in un giardino, all’ombra di una tenda di colore rosso con bordure e frange dorate e di un alloro frondoso, elemento costante nelle esecuzioni di Battista, ed è delimitata da un muretto che introduce al paesaggio retrostante.

A ridosso del soggiorno trentino fu consegnata l’Incoronazione della Vergine (già a Dresda, Gemäldegalerie), commissionata a Battista nel 1527 ma collocata all’altare della confraternita dell’Immacolata Concezione del duomo modenese il 23 novembre 1532 e salutata dalle fonti locali come «fata per mane de Maestro Dosso […] la quale è bellissima». Distrutta durante il secondo conflitto mondiale dalla foto museale, trasparel’alta qualità dell’esecuzione e l’impaginazione geniale dei padri della Chiesa gesticolanti nel tentativo di comporre la celebre disputa. Della zona alta, sopra le nuvole incredibilmente vere, annotava che la «Nostra Dona con Dio Padre non sono finite, perché la questione de la conceptione non è finita, e cossi lui l’ha fatta non finita»( Tommasino Lancillotti storico modenese contemporaneo ai dossi). Nelle due figure si ravvisano le stesse sfaccettature delle vesti che caratterizzano i panneggi dei confratelli di Santa Maria della Neve , riferibili a Battista.

Una valutazione completa dell’operato dei fratelli nel quarto decennio è certo compromessa dalla perdita di alcune opere dossesche licenziate dopo l’esperienza trentina. Mancano all’appello le ante d’organo dipinte da Dosso «dentro et di fora cum quattro figure» per la chiesa ferrarese delle monache del Corpus Domini – nel cui convento era suor Eleonora, figlia ventenne del duca Alfonso e di Lucrezia Borgia – e dunque prestigiosa committenza estense, che conoscerà sviluppi futuri con la decorazione dell’oratorio della religiosa nel 1539

 Di una Deposizione ordinata a Battista a Faenza nel 1533, dai priori della Confraternita della Croce presso la chiesa di San Francesco, e già deteriorata nel 1535 poco dopo la consegna, non esiste più traccia alcuna. Sono inoltre scomparse le pitture del «zardin de corte», nell’ala ricostruita del Palazzo Ducale ( 1535 e nel 1536), e le Storie d’Ercole citate da Vasari sulla facciata dello stesso edificio, così come i dipinti nella camera della Torre di Santa Caterina nel Castello Estense e quelli eseguiti dai Luteri nella cappella e in altre stanze del palazzo di Belriguardo nel 1535 o della delizia di Belvedere nel 1536 o i cartoni per arazzi destinati alle stanze del giardino della Rosa.
Battista di Dòsso
 Le ricerche d’archivio condotte da Andrea Marchesi danno ora forza alle commesse ai fratelli avute da Laura Dianti e poi dal figlio don Alfonso d’Este per il Palazzo degli Angeli, fatto costruire dal duca Alfonso I per la dama: dapprima nel 1535 a Dosso, poi nel 1538 a Battista. Gli artisti operano come loro «provvisionati», il primo, spingendosi sulle merlature dei muri di cinta (1535) e dipingendo spalliere ed altro (1536 ).

Il secondo i solai e il fregio delle camere terrene che danno sulla loggia.

Nel quarto decennio si colloca anche la Madonna con Bambino e cinque santi della Pinacoteca dei Concordi di Rovigo che la critica recente conferma opera di Battista, filiazione della pala Della Sale concepita dal fratello, di solito datandola prima delle altre nel primo lustro degli anni trenta, ma forse da posticipare di un paio d’anni

Un interessante confronto con il classicismo (della scuola raffaelita) è testimoniato anche dalla Disputa di Gesù al tempio nel duomo di Faenza, giudicabile per intero solo dalla copia di metà Settecento di Vincenzo Biancoli.

La pala della Natività con tre gentiluomini (della Galleria Estense ), e quella con il San Michele che atterra il demonio (della Pinacoteca Nazionale di Parma –commissionate da Alfonso I a Dosso nel 1533 e liquidate insieme (dopo la nomina di Ercole II nel dicembre 1534, quali ex-voto per l’avvenuta restituzione delle città di Modena e di Reggio Emilia al dominio estense) costituiscono due capitoli importanti delle committenze ducali ai pittori, già bene commentati dalla critica, che ritiene a diverso titolo responsabili entrambi dell’esecuzione.

Circa la prima pala, consegnata al vescovado di Modena solo nel 1536, si dovrebbe tenere in maggior conto che il contemporaneo Tommasino Lancillotti ne indicasse autore il fratello più giovane, così eleggendola a prima opera sicura (Venturi), con una minima assistenza di Dosso nei ritratti o nel paesaggio.. L’ascrizione a Battista della pala di San Michele, oggi confermata dallo stile che raffigura il gruppo di apostoli attorno al sepolcro vuoto inserito a sinistra con la Vergine Assunta e i casamenti a destra.Opera di Dosso le figure in primo piano e la regia complessiva del paesaggio. Il regolare profilo di tre quarti dell’Arcangelo stagliato sul paesaggio e dell’ampio ripiegarsi ad angolo retto del braccio che fa librare il lungo spadone, sembra però indicare quale fonte d’ispirazione uno degli angeli della Cacciata di Eliodoro di Raffaello,,omaggio al maestro, da parte di Battista.
Battista di Dòsso
Sono molto belle anche alcune invenzioni di dettaglio della figura diabolica, complessivamente attribuibili a Battista. i paesaggi di entrambe queste due pale, come nel Martirio di santo Stefano Thyssen, (1527-1530) si avvicinano a opere mature e autonome di Battista del quinto decennio..
Nel piccolo formato Battista esibisce autentiche prove di bravura e di specializzazione: Cade alla metà del decennio la fulgida Adorazione dei magi già Spencer, Northwick Park (ora in collezione privata), ispirata al cartone di Giulio Romano per gli arazzi della Scuola Nuova, e, in successione, il Riposo nella fuga in Egitto di collezione Cini.

In queste B. si misura già con nuovi compagni di percorso, quali Girolamo da Carpi, Camillo Filippi, Garofalo, in una sorta di gara aperta.

È assai realistico pensare che i pittori si scambiassero le parti all’interno delle commesse ducali (è noto che Garofalo dipinse nel 1543 la tela con Diana ed Endimione, ossia la Sera, commissionata a Battista), e un’ulteriore attestazione del fenomeno – su cui resta molto da dire – viene ora dai documenti rinvenuti da Andrea Marchesi che alludono ad interventi di Girolamo da Carpi su dipinti commissionati a Battista .

Nel dicembre 1540 i Dossi dipingono tre quadri da porre sopra altrettante finestre e nel corso del 1541 Battista è pagato da solo per cinque quadri pure destinati alle porte delle «stanze nuove sopra la Via Coperta» . A Battista sono chieste la scenografia per una commedia, l’esecuzione di un soffitto (1541), di lavori nella camera del duca in castello, ma anche – con altri pittori estensi, come Camillo Filippi o Girolamo da Carpi – di figure e di prospettive architettoniche alla residenza della Montagnola (1541) e al palazzo di Copparo (1542); inoltre la decorazione di due carrozze e della nave del duca detta «Santa Maria di Loreto» (1541).

Nel quinto decennio, ancora, corrono ininterrotte le commissioni di Laura Dianti e di don Alfonso d’Este (ad esempio, per una grande struttura teatrale (1542), prosegue la collaborazione con gli altri pittori estensi (Camillo Filippi, Garofalo, Girolamo da Carpi) e ferve l’attività di Battista come disegnatore di arazzi: per i temi trattati sono particolarmente significativi i set delle Storie di Ercole (1542- 1543-1545) e delle Metamorfosi, di cui è responsabile anche Camillo Filippi (1544- 1545).
Battista di Dòsso
Dosso si è spento in silenzio prima del luglio 1542, da tempo è Battista a monopolizzare le commissioni di corte. Il suo stile è piuttosto riconoscibile, ma le strette collaborazioni avviate con i colleghi rendono talvolta difficile distinguere le diverse mani.

Così è accaduto alle due figure allegoriche di Dresda, attualissima visualizzazione delle doti necessarie ad un principe moderno, saldate nel 1544 raffiguranti la Giustizia e la Pace, previste per le «stancie nove de corte» insieme all’Occasione e il Pentimento di Girolamo da Carpi: solo per la prima disponiamo di un riferimento alla collocazione e alla paternità del Luteri , la seconda, quasi sempre a lui legata, rivela, a ben guardare, il tratto di Camillo Filippi, il più vicino collaboratore di questi anni.. La Notte e l’Aurora sono ciò che resta, insieme alla Sera di Garofalo di cui si è detto, di un ciclo che decorava le finestre di una sala della Corte.

I temi del continuo divenire e del trascorrere del tempo e delle ore sono tra i più diffusi nella decorazione degli interni. L’interpretazione data alla Notte di Battista, intesa come «dimensione fantastica del sogno», e per questo carica di figure mostruose (come nel cosiddetto Sogno di Raffaello inciso da Marcantonio Raimondi), dovrà interfacciarsi con la sensibilità manifestata per questo tema presso la corte di Ercole II da intellettuali di spessore, come l’umanista Celio Calcagnini, scomparso nel 1541 che aveva composto un breve carme dal titolo Ad noctem, edito post mortem nel 1553.

La collaborazione tra artisti e gli interventi a più mani nella genesi di una stessa opera ha determinato pesanti perplessità anche nelle nalisi critiche degli Studi e dei disegni preparatori ferraresi. I casi dell’Aurora di Battista a Dresda, e della Venere sull’Eridano, in tempi recenti ridiscussi, con importanti riconoscimenti di paternità a B. Luteri come disegnatore.

Concludendo sugli anni quaranta, varrà invece la pena di riflettere sulle aperture fornite dai nuovi rinvenimenti d’archivio, che restituiscono un contesto di committenza di stretti familiari della corte estense: Laura Dianti e i figli Alfonso e Alfonsino si rivelano mecenati fedelissimi di alcuni pittori, tra cui Battista Dossi. Per un nuovo appartamento di Laura in Palazzo degli Angeli, nel 1545, Battista, coadiuvato da Camillo Filippi, decora un camerino e un soffitto, inoltre è impegnato nei nuovi camerini dello stesso palazzo, dove il giovane Alfonso d’Este vivrà con la futura moglie, Giulia Della Rovere (1547). Affiorano anche i segni di rapporti interpersonali solidi, Battista lascia un’eredità in favore di Alfonso d’Este, Laura Dianti fornisce al pittore gli abiti per il funerale della moglie Livia Masseti (1548).
Battista di Dòsso
Grazie ad un documento datato 6 ottobre 1548, noto da tempo, ossia un elenco di opere commissionate da don Alfonso d’Este fra il 1546 e il 1548 e collocate nel Palazzo degli Angeli, siamo in grado di valutare come Battista dipingesse negli ultimi anni di vita.

Dei quattro quadri «seu telle» posti «nelle camare e camarini» del Palazzo degli Angeli, cioè una Cleopatra, una Venere con sei puttini, un San Girolamo e una Fortuna, oggi sono sopravvissuti, tre dipinti su tela. Queste composizioni, con figure stese e immerse nel paesaggio, consentono una chiave di lettura molto solida per comprendere stile e le abilità maturate da Battista nel tempo, meritevole di ulteriori revisioni e approfondimenti.

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