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Carlo Ceresa

Carlo Ceresa

Biografia ed Opere di Carlo Ceresa

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Carlo Ceresa nasce nel 1609 nella val Brembana a San Giovanni Bianco, da famiglia molto povera, coltiva fin dall'infanzia una grande passione per la grafica e la pittura, non potendo frequentare corsi si applica a copiare materiale artistico che trova negli ambienti vicini: tra Bergamo e Brescia.
Carlo Ceresa
La prima opera attribuitagli è l'Addolorata posta nella chiesa di Fuipiano, frazione del suo paese natale.

Il dipinto, eseguito all'età di diciannove anni, evidenzia già le caratteristiche “provinciali” che lo contraddistingueranno fino ai trent’anni.

Verso i vent'anni continua ad eseguire i primi affreschi nelle chiese dei paesi, riscuotendo successi e riconoscimenti sufficienti a consentirgli di frequentare la bottega di Daniele Crespi, al quale si ispirerà per committenze verso ambienti più altolocati.

La peste del 1630 porta con sé la morte del maestro e di altri significativi pittori lombardi ai quali avrebbe voluto ispirarsi. Era riuscito ad evitarla tornando nella val Brembana.

Proprio a partire da quella data, le commissioni aumentarono grazie alla volontà popolare di ringraziare i santi protettori per l'allontanamento della peste.
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Le prime significative pale d'altare che il Ceresa eseguì furono per la parrocchiale di San Giovanni Bianco, in cui si distinguono i santi Rocco e Sebastiano, protettori dalle epidemie, con san Bernardino con Sant'Antonio da Padova.

Nella pala nel 1634 di San Giovanni Bianco, divisa, anche nella partizione compositiva, tra il luogo dove si anima il soggetto sacro e quello in cui fanno sono inseriti i ritratti dei committenti.

Le due teste dei confratelli di san Nicola appaiono vere, sinceramente ispirate in un atteggiamento devoto.

Emergono con forza dalla buca in cui sono stati isolati, tramite la resa delle loro fisionomie singolari, anche se prive di abbellimenti estetici.

Ai temi religiosi, era profondamente credente, si aggiunge via via la ritrattistica civile, con ottimi risultati.

Il matrimonio con Caterina Zignoni, appartenente ad una famiglia benestante della zona gli consentì di dedicarsi all’arte con forte della sicurezza finanziaria.

(Degli undici figli: cinque morirono nella prima infanzia, Francesca a 27 anni, Giuseppe ed Antonio seguirono le orme del padre , Giovanni Battista e Francesco, intrapresero la carriera ecclesiastica, mentre Sebastiano diventò notaio.)
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Con il successo aumentava prestigio e lavoro, tanto da richiedere il suo trasferimento a Bergamo, precisamente nella parrocchia di S. Alessandro della Croce.

La maggior parte delle sue opere a sfondo sacro passano da piccole chiese delle valli bergamasche, poste in condizioni climatiche non ottimali, eseguite al risparmio, per le materie prime, ad ambienti più spaziosi, materiali per il colore persino preziosi, cornici eleganti, per diventare oggetto di rilevanti devozioni.

LA GRANDE ANTOLOGICA di Carlo Ceresa in corso a Bergamo MUSEO ADRIANO BERNAREGGI E ACCADEMIA CARRARA DAL 10 MARZO AL 24 GIUGNO 2012, consente una rivalutazione complessiva di molte sue opere.

Numerose furono infatti anche i ritratti commissionategli, da esponenti della nobiltà locale, che fecero aumentare a dismisura la fama come ritrattista di Carlo Ceresa.

Prezioso testimone Giacomo Carrara, fondatore dell'omonima accademia, che sottolinea la perfezione di un ritratto di ceresa tanto che questo poteva essere scambiato per la persona reale.

Le opere in mostra mettono in rilievo l’evoluzione artistica del pittore: la sua progressiva lievitazione qualitativa, dagli esiti quasi dilettanteschi dei dipinti iniziali alla diversa qualità grafica successiva, nelle tele dei tardi anni Trenta, tra le quali merita di essere segnalata Martirio di Santa Giustina di Torre Boldone, uno dei momenti più alti dell’incessante lavoro di Ceresa
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Nel 1640 Ceresa rivela spiccata identità autonoma, dove la personale inclinazione poetica supera la tendenza ad imitare i suoi maestri con esiti più felici.

1637, nel San Fermo di Chiuduno, la conquista di questa nuova, personale grammatica appare ormai compiuta nella Crocefissione di Mapello, del 1641, grazie ad una maggiore luminosità, una strada finalmente originale.

Metabolizzate dall’artista in una formula pacata e rigorosa, di rasserenato candore formale, qual è quella che si apprezza ad esempio, nella pala bergamasca di Santa Caterina, del 1643, oppure nel Battesimo, contemporaneo, di Terno d’Isola. dalla riflessione sui modelli di Daniele Crespi,( la personalità che più di tutte segnò l’aggiornamento ad ampio raggio compiuto da Ceresa ) un tratto rasserenato e arioso nell’arte sacra, di controllata grafia formale nei ritratti.

Molto particolare è il dipinto di san Vincenzo (eseguito nel 1645) che, posto nel Duomo di Bergamo, posiziona il Santo su una coltre di nuvole, sotto le quali viene raffigurata perfettamente la città orobica.

Le sue opere in questi anni entrano in dialogo con un ventaglio sorprendentemente vario di esperienze coeve, della cultura figurativa dell’Italia settentrionale, tra la Lombardia, il Veneto e l’Emilia, lo stile figurativo di Ceresa si è finalmente fatto maturo.
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È un approdo raggiunto faticosamente proprio grazie a un’intuizione partita dai ritratti e dall’esercizio davanti al modello. Lo conferma l’avventuroso ritrovamento nei depositi dei Musei Civici di Padova di una serie di dipinti su carta con studi di teste che troveremo poi ripresi nelle tele.

I primi ritratti sono invece datati 1633, anno in cui realizzò il Giovinetto con cappello in mano nel Castello Sforzesco a Milano, ed il Giovinetto Bonometti, ora custodito presso l'accademia Carrara di Bergamo.

A questi se ne aggiunsero molti altri negli anni successivi, tra i quali l'autore alternò figure politiche, tra cui Bernardo Gritti, il cui ritratto eseguito nel 1646 è tuttora esposto presso il Rijksmuseum di Amsterdam, il cancelliere Ghirardelli (1640) e il pretore Angelo Finardi; elementi appartenenti a famiglie in vista, tra le quali i Pesenti ed i Suardo; uomini religiosi, come il canonico Alessandro Vertova, il vescovo Gregorio Barbarigo e San Gerolamo Emiliani; e parenti, tra i quali spicca quello a Laura Zignoni Boselli (1640).

I ritratti del pittore mettono infatti in mostra un linguaggio lucido e sicuro, ancorato alla disciplina realista di Giovan Battista Moroni, fondatore insuperato di questa tradizione figurativa.

Ceresa offre il meglio di sé lavorando con il modello davanti, con l’obbiettivo di rendere meticolosamente i dettagli del suo abito, del portamento,delle mani, del volto.
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Si tratta di un campionario di volti , ripresi dal vero, e riproposti nelle opere di tema religioso, a volte erano i ritratti dei committenti, col risultato di conferire alle figure della sua rappresentazione sacra una più convincente e naturale forza espressiva.

Progressivamente approfondisce lo studio delle fisionomie per dare vita, e nei ritratti e nelle sue innumerevoli pale d’altare, a un selezionato repertorio di espressività psicologiche, sempre secondo un registro pacato.

Per i temi sacri, negli anni della sua massima affermazione, elabora modelli in serie, alimentati dalla pressante richiesta di immagini destinate specialmente ad assecondare la fervida devozione delle confraternite disseminate sul territorio, e la religiosità dei laici nell’età post-tridentina.

A questa committenza Ceresa risponde facendo ricorso alla replica dei modelli, mantenendo una qualità raffinata ed apprezzabile.

(Molte altre sono le opere che si possono trovare in numerose chiese della bergamasca: tra queste Nese (Alzano Lombardo), Leffe, Nembro, Sombreno (Paladina), Ponteranica, Villa d'Ogna, Terno d'Isola, Madone, e Vercurago.

Il grosso della sua produzione artistica è tuttavia concentrato nella sua valle Brembana, con opere dislocate da Mezzoldo a Valnegra, con epicentro nel suo paese d’origine e relative frazioni.)

Solidamente indirizzata su questi sicuri binari, la carriera dell’artista proseguirà senza scossoni fino al tramonto. Ceresa, anche per la morte dei figli che volevano seguire la sua arte, non riuscì a porsi come riferimento per la tradizione locale , se non come ispiratore di Fra’ Galgario, un grande ritrattista dalle solide radici realiste.

Muore a Bergamo nel 1679

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