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Franco Vimercati Biografia e Opere

Franco Vimercati Biografia e Opere

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Franco Vimercati
Franco Vimercati nasce il 16 dicembre del 1940, a Milano; sarà figlio unico, in una famiglia non agiata.

Sino al termine della Seconda guerra mondiale, vivrà l'esperienza dello sfollamento da Milano bombardata dalle truppe alleate.

Dopo aver conseguito la licenza elementare e media (1954), si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Brera, seguendo i corsi serali.

Contestualmente frequenta le gallerie d'arte milanesi e il bar Jamaica, luogo d'incontro di artisti ed intellettuali.

Di lì a poco realizzerà i suoi primi lavori pittorici ispirandosi all'Informale; a seguire creerà opere basate sul recupero dell'oggetto.

Consegue il diploma presso l'Accademia di Brera.( 1959) e nel 1960 una sua opera pittorica viene accettata al Premio San Fedele, prestigioso evento dedicato ai giovani artisti al di sotto dei 35 anni.

Nel1961 Riceve l'invito di Guido Le Noci a partecipare al XII Premio internazionale Lissone; presenterà un'opera basata sul recupero dell'oggetto. Con un'altra opera dello stesso tipo sarà nuovamente al Premio San Fedele.
Franco Vimercati
Nel 1962 assolve il servizio militare.

Al ritorno viene assunto come grafico pubblicitario in un piccolo studio.

Nel1965 decide di mettersi in proprio, aprendo uno studio di grafica presso la sua abitazione.

Questa attività gli permetterà di avere i primi contatti con il mondo della fotografia; inizia a studiarne la tecnica e la storia e a realizzare i primi esperimenti.

Il 29 febbraio 1968 si sposa con Bruna, che rimarrà al suo fianco fino alla sua morte.

Nel1972 conosce Ugo Mulas che, già molto malato, gli illustrerà il suo lavoro; inoltre lo introdurrà all'opera dei fotografi americani Diane Arbus, Lee Friedlander e Robert Frank, ancora poco noti in Italia.

Ben presto si rende conto che nella fotografia si concentra non solo il suo interesse ma anche il suo mezzo favorito di espressione.
Franco Vimercati
Dopo aver conosciuto il lavoro dei citati grandi fotografi, soprattutto August Sander.

Come lui, Vimercati è sostanzialmente un contemplativo, non interessato all’azione come tale, ma ama piuttosto concentrarsi su un unico soggetto, facendo proprie le esperienze concettuali e minimaliste.

Nel1973 realizza il suo primo lavoro fotografico.

Si tratta di 38 fotografie in bianco e nero che ritraggono gli abitanti di un paese delle Langhe, luogo della campagna piemontese in cui Franco già da alcuni anni trascorre le vacanze estive.

L'opera viene esposta presso la Biblioteca Luigi Einaudi di Dogliani.

Il ciclo di ritratti viene pubblicato, a cura di Luigi Carluccio, nel volume Sulle Langhe corredato da un saggio di Davide Lajolo, nel1974,

Si interessano al suo lavoro Paolo Fossati e Arturo Carlo Quintavalle. Quest'ultimo seleziona dodici fotografie delle Langhe per la collezione del dipartimento fotografico del Museum of Modern Art di New York.

Franco realizza Un minuto di fotografia: tredici fotografie di una sveglia, uno scatto ogni 5 secondi, che registrano lo scorrere di un minuto.
Franco Vimercati
Il 22 luglio1975 nasce il suo primo e unico figlio, Martino.

Nello stesso anno realizza una sequenza di trentasei fotografie in bianco e nero che rappresentano trentasei diverse bottiglie di acqua minerale della stessa marca.

Le riprese presentano un'inquadratura pressoché identica, si distinguono tra loro solo per le piccole differenze che esistono tra le bottiglie (posizione dell'etichetta, usura del vetro, livello dell'acqua, ecc.).

L'intera serie viene mostrata a Modena, presso la Galleria Civica di Arte Moderna; il catalogo avrà un saggio di Paolo Fossati.

A seguire Franco scatta sei fotografie nelle quali sono ritratte alcune piastrelle del pavimento di una stanza della sua abitazione. Le bottiglie di acqua minerale, le piastrelle e le tele vengono esposte presso la Galleria Martano a Torino nel 1976

Sino al 1977 continuerà a sviluppare la propria opera attraverso sequenze di immagini che rappresentano oggetti tra di loro molto simili: sei fogli di carta carbone, dodici cartoni del latte, sei tele da pittore intonse, sei listelli di parquet...
Franco Vimercati
Tra il 1977 ed il 1979 Franco radicalizza ulteriormente la propria ricerca, iniziando a lavorare con sequenze di riprese dello stesso oggetto: sei immagini di un dipinto, sette di una fruttiera, sette di una moka, sei di una zuppiera...

Dopo aver disposto l'oggetto, ogni fotografia della sequenza viene effettuata come se fosse la prima: il cavalletto viene piazzato e l'immagine scattata; dopodiché il cavalletto viene smontato e il processo si ripete da capo per un numero di volte pari alla numerosità prescelta per la serie.

Nel 1980-81 si dedica ad una nuova sequenza, quattordici fotografie in bianco e nero ritraenti una brocca di ottone.

In questa occasione sperimenta con dinamicità le possibilità espressive dell'inquadratura, del formato di stampa, delle ambientazioni e, per la prima volta, della sfocatura.

Nel 1981 l'opera viene esposta presso lo Studio Marconi a Milano. Nel1982 porta a termine una sequenza di sei fotografie che rappresentano un vaso di ceramica con decori.
Franco Vimercati
Nel 1983 Realizza una serie di tre fotografie che ritraggono una composizione di fiori.

Si apre contemporaneamente il ciclo della zuppiera.


L'oggetto, una piccola terrina lasciata dai vecchi proprietari nell'appartamento in cui Franco è andato ad abitare, diventa l'unico soggetto che l'artista fotograferà per circa un decennio.

Dal 1983 al 1987 verranno proposte sequenze di sei immagini ciascuna; a seguire, con diversa intensità di produzione sino al 1992, verranno scattate numerose fotografie singole.

Un centinaio di immagini ognuna delle quali si distingue dalle altre per piccole o grandi differenze relative alla posizione della luce, alla messa a fuoco, all'inquadratura.

Trentasei scatti uno diverso dall’altro, tutti in bianco e nero.

Questo interesse si esprime in seguito in quello che è considerato il suo lavoro più rappresentativo, il ciclo delle terrine di porcellana. Una ottantina di fotografie in un arco di tempo a partire dall’83 fino al ’92.
Franco Vimercati
Decide quindi di lavorare sulle variazioni come in musica.

Come diceva lui stesso: si tratta del piacere di lavorare senza essere disturbato dal soggetto.

“A me interessava che scoccasse la fotografia - ha detto - non mi interessava leggere l’oggetto, ma assistere ogni volta a questo miracolo”.

Nel 1984 espone presso lo Studio Marconi a Milano e presso la Galleria dell'Immagine, Palazzo Gambalunga, Rimini; i saggi in catalogo saranno rispettivamente di Paolo Fossati e di Luigi Ghirri.

Nel 1991 la Galleria Milano a Milano e la Galleria Martano a Torino ospiteranno una mostra interamente dedicata al ciclo della zuppiera. Il saggio in catalogo è scritto da Daniela Palazzoli.

Il ciclo della zuppiera. Si chiuderà nel 1992

Nel 1994 realizza un trittico che rappresenta un vaso bianco di ceramica in tre differenti situazioni di luce.

Nel1995 Inizia il ciclo delle fotografie che ritraggono oggetti di uso quotidiano così come il processo fotografico li restituisce nella camera, vale a dire capovolti.
Franco Vimercati
Immagini rovesciate ovvero così come sono realmente “viste” dalla macchina fotografica e in quelle sfuocate che, come ci precisa, non hanno neppure la fase della messa a fuoco.

L’effetto è meraviglioso: più che fotografie ci sembra di vedere effetti luminosi quasi di sogno.

Siamo di fronte a infinite variazioni dal nero al grigio, con qualche tocco più chiaro, che smaterializzano l’oggetto facendoci varcare la soglia della poesia.

Nel 1996 Continuando la riflessione sulla fotografia "rovesciata", dopo i primi scatti a fuoco, l'approccio si estremizza ulteriormente evitando la fase di messa a fuoco: gli oggetti vengono restituiti sfuocati o addirittura, eliminando l'obbiettivo, immortalati mediante il semplice utilizzo del foro stenopeico, pura luce che impressiona la lastra.

(Caterina Fossati ospita una mostra presso il proprio spazio espositivo a Torino. Paolo Fossati scriverà un saggio in catalogo.)

Giuseppe Panza di Biumo si interessa al suo lavoro; si instaurerà un duraturo rapporto di amicizia.
Franco Vimercati
Nel 1997 Chiude il ciclo delle "rovesciate" con un insieme di scatti di nuovo a fuoco e chiude l'attività di graphic designer.

La Galleria Monica De Cardenas a Milano dedica una mostra alla fotografie "capovolte". Il catalogo sarà corredato da un saggio di Marco Meneguzzo.

Nel 1998 Riceve l'invito a partecipare con le fotografie "rovesciate" all'XI Biennale dell'Arte di Sydney, in Australia; il titolo dell'evento è Every Day. Espone in una mostra personale a Basilea presso Galerie Elisabeth Kaufmann.

Ritorna a realizzare foto "diritte" di oggetti quotidiani: l'attenzione è ora concentrata sulla dimensione degli stessi; si avranno ampie stampe con l'oggetto, più grande del reale, che arriva a toccare i bordi dell'immagine.

Opere appartenenti a questa fase verranno esposte, postume, nell'ampia retrospettiva, a cura di Angela Madesani, presso Villa e Collezione Panza a Varese nel 2008 e, a cura di Elio Grazioli, nella personale allestita all'interno della rassegna Fotografia Europea a Reggio Emilia nel 2009.

Nel 1999 prosegue lo studio sulle dimensioni dell'immagine: ora le fotografie riproducono l'oggetto più piccolo del reale; le stampe sono minute.
Franco Vimercati
Realizza le esposizioni multiple: una serie di cinque fotografie ognuna delle quali è la stampa di un negativo impressionato più volte dall'immagine di un calice.

Un ritorno al concetto di sequenza, con un approccio nuovo e sperimentale.

Nel ciclo di immagini sovrapposte rende l’effetto di un tremolio, forse la rappresentazione di una rotazione del soggetto, come risulta più evidente l’anno seguente nel un trittico che ritrae una piccola lattiera in diverse posizioni nello spazio.

Seguirà un dittico con lo stesso soggetto, che però si fa più scuro e più vicino ai margini; l'immagine diventa più piccola.

L'ultima opera lasciata dall'artista è una singola fotografia della stessa lattiera che, capovolta, tende a dissolversi nel fondo nero; le dimensioni della stampa sono ancora più piccole.

Inizia a progettare una mostra presso San Fedele Arte, a Milano. Verrà allestita postuma, nel gennaio 2002, a cura di Elio Grazioli.
Franco Vimercati
Sul finire dell'anno compaiono i primi sintomi di una grave malattia che nel 2001 si complica, muore il 18 aprile a Milano.

Vimercati si esprimeva attraverso la fotografia come artista e come uomo, lui e la sua opera erano la stessa cosa, come diceva lui stesso: ”io sono la lastra, ho bisogno di poca luce, di un sospiro, di un soffio di luce".

Viene spesso paragonato a Morandi, pittore che amava anche se non si identificava, ambedue avevano questa tendenza a fare dell’oggetto comune un pretesto per avvicinarsi a mondi e sentimenti diversi.

Le sue fotografie hanno quasi la funzione del mandala: guardandole entriamo in uno spazio fatto di sentimenti profondi, una porta che sta solo a noi varcare.

2012 Autunno a Palazzo Fortuny Venezia 1settembre / 19 novembre 2012

Franco Vimercati. Tutte le cose emergono dal nulla

Il piano terra e sale laterali al piano nobile del Palazzo ospitano la mostra: Franco Vimercati.
Franco Vimercati
grande mostra personale dedicata a Franco Vimercati (1940-2001), a cura di Elio Grazioli, con il progetto di allestimento di Daniela Ferretti, è senz’altro la più esaustiva dedicata a questo artista che aveva trovato nella fotografia il suo mezzo espressivo d'elezione e copre il periodo dagli anni Settanta fino al 2001.

Franco Vimercati era diventato una piccola leggenda nel mondo dell’arte italiana.

Di lui si diceva che si era chiuso in casa per dieci anni a fotografare esclusivamente una piccola ciotola su un fondo nero.

La leggenda lo colorava perciò di anticonformismo e inattualità, con un’aura di sapore orientaleggiante, quasi un buddista in meditazione contemplativa su un unico oggetto.

Erano gli anni ottanta, il decennio dell’euforia e della trans modernità e lui se ne stava in disparte concentrato su un semplice oggetto di poco conto e significato e di uso quotidiano.
Franco Vimercati
Era il Morandi della fotografia? Qualcosa del genere, ma perché la fotografia?

Il percorso per il quale Vimercati vi arriva è significativo e perfino paradigmatico, un condensato di una certa storia dell’arte del dopoguerra.

Nato nel 1940, si trova studente ai corsi serali dell’Accademia di Brera nella seconda metà degli anni cinquanta.

Ha intorno a sé il cosiddetto Realismo esistenziale di artisti come Bepi Romagnoni e Tino Vaglieri e gli ultimi sviluppi dell’Arte informale, che anche lui scopre come una liberazione dalla concezione tradizionale della pittura e sperimenta nei suoi primissimi dipinti.

Ma ci sono già anche alcune reazioni al tormento psicologico e formale di questi movimenti nello Spazialismo e Nuclearismo e altro ancora che si sta preparando.

Proprio accanto a Brera c’è il bar Jamaica, centro del fermento intellettuale e artistico milanese, dove da giovanissimo studente avrà certo scuriosato, magari timidamente, ma rendendosi subito conto che vi accadeva qualcosa di nuovo.
Franco Vimercati
Frequenta le nuove gallerie che si sono aperte, quella di Arturo Schwarz che è anche libreria, la Apollinaire di Guido Le Noci e la Blu di Peppino Palazzoli, e le esposizioni e rassegne d’arte contemporanea.

Nel ’59, anno anche della conclusione dei suoi studi, si apre la galleria Azimut dei due artisti di punta Enrico Castellani e Piero Manzoni, che sancisce più di ogni altra l’inizio di un nuovo percorso.

Manzoni è uno shock per Vimercati, ma sarà Castellani a radicarsi più profondamente in lui e a riemergere vent’anni dopo nel suo interesse per non lasciarlo più.

Franco dunque, dicevamo, brucia in pochi mesi le influenze di ciò che gli sta intorno, cercando la propria strada: è significativo che cominci con uno sguardo alla problematica esistenziale della figurazione, perché sempre fortissimo resterà in lui il rapporto stretto tra arte e vita.

Poi subito capisce che nell’astrazione informale può abbandonarsi più liberamente, senza calcare troppo la mano sulla psicologia e spostando invece l’attenzione sulla forma, non a caso il groviglio, un thopos di questo genere di passaggio, perché mantiene il tormento e il senso di ricerca, ma senza illustrarli, rendendoli una metafora invece che una rappresentazione, e dialettizzandoli tra forma e informe, segno e materia, astrazione e gesto.Franco Vimercati

Così si avvicina allo spazialismo e lo comprende, ma subito vuole “uscire dal quadro”, dalla superficie e dal rettangolo, e va verso l’oggettualità che “decostruisce”: la tela si fa supporto su cui vengono applicati, invece che dipinti, degli oggetti.

(Ce ne ricorderemo quando Vimercati passerà alla fotografia, perché anche con questo medium rifarà un percorso dello stesso tipo, prima “figurativo” poi “decostruttivo”.)

Qui si è fatto sentire il Nouveaux Réalisme, la cui prima mostra a Milano è del maggio del 1960 alla galleria Apollinaire.

Vimercati comincia anche ad avere i primi riconoscimenti: l’anno dopo viene infatti selezionato al Premio San Fedele e in seguito invitato da Le Noci al Premio Lissone .

Ma arriva il momento di partire per il servizio militare e Franco è costretto a interrompere la sua attività di artista e quando torna è tempo di pensare a mantenersi.

Vimercati non può pesare sulla famiglia e accetta di impiegarsi come grafico presso uno studio milanese.
Franco Vimercati
Anche questa decisione, questo mestiere non segnerà solo, ovviamente, la sua sensibilità e le sue scelte formali, ma egli lo coltiverà per tutto il resto della vita come un’attività creativa, tutt’altro che puramente “alimentare” o d’obbligo, come la sentivano molti artisti a quell’epoca.

Resta tuttavia che per diversi anni Vimercati non produce più opere, e si allontana dal mondo dell’arte che guarda da distante.

(Un giorno qualcuno dovrà scrivere la storia dei lunghi momenti di silenzio e inattività, crisi o interruzione per qualsiasi altro motivo, che hanno segnato molti più artisti di quanto si possa immaginare: momenti di pausa, di riflessione, voluta o forzata, di détournement, di trasformazione.)

Per la sua attività di grafico, che presto pratica in proprio, incontra però diversi fotografi e comincia ad interessarsi alla fotografia.

Fra tutti, nel 1972 conosce Ugo Mulas, che evidentemente lo segnerà in un passaggio decisivo, e Luigi Ghirri, che frequenterà a lungo.
Franco Vimercati
Finalmente, nel 1973, nel villaggio dove si reca da qualche anno in vacanza d’estate, prende in mano la macchina fotografica con in mente un progetto: vuole fotografare gli abitanti del luogo, così, semplicemente in posa, senza gesti né espressioni evidenti, con i loro attrezzi e nei loro siti, in bianco e nero.

C’è un po’ di August Sander, di Paul Strand, della cosiddetta Farm Security Administration, probabilmente corretti con Diane Arbus, o viceversa. Comunque sia, finalmente c’è Vimercati.

Perché c’è fin da qui già tutto e ormai tutto: un soggetto fermo, per lo più al centro dell’inquadratura, nessuna enfasi, nessun evento, anzi la ricerca stessa della discrezione, quasi dell’inespressione, per far sparire l’io dietro un puro sguardo, attento però, pensoso – direbbe Roland Barthes –, meditabondo, che cerca la distanza giusta; e che per fare e per mostrare questo usa il medium più adatto: la fotografia.

Vimercati cioè ha deciso, ha capito che nella fotografia c’è questa possibilità che nella pittura o negli altri media artistici che ha praticato non gli pare più riscontrabile. Bisogna riprendere da qui. Niente mano, niente oggettualità, e invece precisione ed essenzialità, e anche realtà, concretezza, mondo... lavoro.
Franco Vimercati
E niente letteratura né sociologia documentaria, ma già rispetto della realtà da un lato e della fotografia dall’altro, “ponendosi il problema di non uscire neppure per un attimo da ciò che la fotografia è e può”, come ha scritto Paolo Fossati .

Ma la figura umana è comunque un problema, con quello sguardo che è sempre interrogativo, e poi tutti quei dettagli, quegli oggetti, quelle forme.

Occorre semplificare e andare più direttamente al punto.

Bisogna che il soggetto dell’immagine interroghi l’immagine stessa e il medium fotografico.

Niente deve distrarre e niente deve essere aggiunto: l’oggetto deve parlare da solo, è la fotografia a farlo parlare tanto quanto esso fa parlare la fotografia.

È questo il “concetto”: nessun eccesso di analisi né preoccupazione dimostrativa né forzatura; di nuovo discrezione, equilibrio, fiducia nel medeium.

La lezione di Mulas è importante, è etica oltre che linguistica, è auto-analitica oltre che analitica.
Franco Vimercati
A Vimercati fa l’effetto di tornare al punto in cui aveva lasciato il discorso dieci anni prima, ma ora in fotografia: che cos’è l’immagine? che cosa l’oggetto? che cosa la fotografia?

Inizia così il lavoro con un gruppo di serie, in cui sembra riprendere ad uno ad uno tutti gli elementi presenti in quella delle Langhe, la figura, lo spazio, il tempo, la sequenza, la differenza, la composizione, il formato, mettendoli ciascuno al centro dell’analisi, ognuno attraverso oggetti nuovi.

È così che l’oggetto guadagna il centro della scena e prende una nuova piega.

La prima serie riproduce una sveglia, tonda, in tredici momenti, uno scatto ogni cinque secondi, per un minuto complessivo.

Il tema è evidentemente il tempo, su cui tutto si concentra: il taglio ravvicinato e la sfocatura dello sfondo riducono la sveglia alla pura superficie del quadrante, il quale però ha una sua composizione interna particolare, con due piccoli cerchi, il più basso dei quali è quello su cui di fatto si legge lo scorrere dei secondi.

Ma il tempo, si sa, è una questione complessa in fotografia: istantaneo? lineare? continuo o discontinuo? quantitativo o qualitativo?
Franco Vimercati
Subito si noterà che lo scatto è sempre identico, meccanico, senza variazioni di posizione, inquadratura, illuminazione; ma, ecco, “nulla nel tempo è identico”, come scrive giustamente Arturo Carlo Quintavalle a commento.

La seconda serie è la più famosa, anche perché più numerosa e impressionante – e pare abbia impressionato fin troppo all’atto della sua esposizione, creando una reazione scandalizzata che indusse le autorità a chiudere la mostra dopo solo due giorni.

Siamo nel 1975 e la serie è composta di trentasei scatti, cioè un intero rullino, di altrettante bottiglie di acqua minerale Levissima.

È la serie più completa e insieme più semplice, analitica e al tempo stesso non dichiarativa e sottile, perché c’è solo l’oggetto, la bottiglia e nient’altro, ma il fatto che le bottiglie siano in realtà trentasei, sempre diverse nella loro similarità fa ritrovare tutto: il tempo, lo spazio, la differenza, il senso.

Ancora di più, qui la differenza è tutta da scoprire, si nota nella posizione delle etichette, nel colore del vetro, nel livello dell’acqua.

Il tempo non è più lineare, dalla sequenza siamo passati alla serie, senza inizio né fine né ordine interno; solo la misura “linguistica” del rullino fotografico ne stabilisce una chiusura altrimenti aperta all’infinito.

Non sarà inutile far notare poi che di pura acqua si tratta, e Levissima inoltre, cioè dal nome allusivo alla levità, al tocco leggero con cui Vimercati vuole accostarsi alle cose, alla fotografia e ai concetti.
Franco Vimercati
Niente zuppe americane insomma, né provocazioni manzoniane o altro.

Concettualità e realismo insieme, ma una concettualità pacata e un realismo non descrittivo, non istantaneista, bensì silenzioso e dilatato.

Una “Metafisica”? In effetti, soprattutto prese ad una ad una, queste bottiglie hanno qualcosa del Morandi metafisico, ma ancora non è il caso.

Piuttosto, a influenzarlo sono nuove scoperte in ambito artistico, quelle del minimalismo, che in lui consolidano il ricordo di Castellani, e in particolare i pittori Ad Reinhardt, Robert Ryman, Agnes Martin, e tra gli italiani l’affinità con Giulio Paolini.

Sembra dunque semplificazione, ma Vimercati ha invece trovato la misura della sua distanza, della sua discrezione, della sua eticità. L’oggetto è rispettato tanto quanto il medium e l’idea, senza sovraccarichi psicologici né ideologici né di altro genere.

Un equilibrio delicato e già magico, dato dalla fotografia pura, usata per quello che è.

Le serie che seguono aggiungono ulteriori tasselli e verifiche alla sua ricerca.
Franco Vimercati
Dunque, una ritrae delle piastrelle, quadrate, decorate con un gioco di forme concentriche che sembrano proliferare da un cerchietto centrale per trasformarsi sui bordi in quadrati ripetuti come delle cornici.

Qui il tema è appunto la composizione, la divisione interna della superficie.

Un’altra serie ritrae sei tele bianche, classico segno di tabula rasa, ma anche analisi della superficie, dello spazio, con evidenziazione del vuoto, o meglio del bianco, che in fotografia è praticamente la carta stessa su cui l’immagine è stampata, dunque in realtà la materia, il pieno.

Non sfuggiranno d’altro canto i bordi irregolari dei rettangoli delle tele, che, mentre le identificano come oggetti, spostano la differenza tutta sui bordi, appunto.

Differenza di bordi e sui bordi: dichiarazione anche di poetica?

Stare ai margini, non alzare la voce, non enfatizzare il soggetto; fare attenzione ai margini, alle piccole ma essenziali differenze.
Franco Vimercati
Poi c’è la serie dei listelli di parquet, dal caratteristico formato verticale e dalla riquadratura che riprende la concentricità e il rapporto tra superficie e cornice.

Mentre le piastrelle paiono tutte più eguali che mai, i listelli di parquet sfoggiano giocosamente venature tutte differenti.

E lo spazio e il tempo? Mentre lo spazio si è fatto tutto superficie, il tempo si è definitivamente liberato della linearità ed è sospeso, pura differenza – la quale parola, come si ricorderà, contiene insieme la diversità e appunto il differimento, il rinvio temporale.

È un tempo diverso, che sta per diventare autonomo, interno all’immagine.

Altre serie continuano negli anni successivi: dal bianco delle tele intonse si passa al nero della carta carbone – allusione alla copia, cioè alla differenza tra le copie –, poi ci sono cartoni del latte e altro ancora.

Quindi da oggetti diversi dello stesso tipo, Vimercati passa a oggetti singoli ripresi diverse volte.
Franco Vimercati
La questione dunque si radicalizza appunto perché la differenza, non più tra gli oggetti, diventa tutta tra le diverse riprese fotografiche: ogni volta infatti Vimercati smonta il cavalletto, lascia passare del tempo e ricostruisce la posa, cercando di ricordare com’era la volta precedente.

Entrano dunque in scena i fattori della memoria e del rituale, una ripetizione cioè voluta e ricercata.

Per noi che guardiamo le immagini stampate la differenza è tra le immagini, di nuovo nelle minime differenze tra l’una e l’altra, ma non più nell’oggetto.

Cambia anche formato, introducendo il tondo, e varia lo sfondo, cioè il rapporto figura-fondo, introduce ombre, riflessi, complica l’oggetto per forma e composizione, insomma vaglia le varianti, mantenendo il dispositivo della serie.

Finché, a un certo punto del 1980-81, sembra concentrarsi su un unico oggetto, una brocca di ottone su cui riprende tutte le variazioni e altre ancora, in particolare sfoca per la prima volta l’oggetto, ma soprattutto abbandona la serie e produce anche immagini singole.

È evidentemente in atto un cambiamento. D’altro canto, l’equilibrio, la misura, la precisione che sembrava trovata nelle prime serie ora si sono un po’ sfrangiati, l’ansia della ricerca sembra avere inficiato la sicurezza e la limpidezza.
Franco Vimercati
E fin qui Vimercati si era conquistata una sua “certa autonomia linguistica” e una sua posizione nel panorama artistico italiano, che nel frattempo ha accettato altri artisti che lavorano con la fotografia, se con gli anni ottanta non fosse sopraggiunto lo stradominio della Transavanguardia e in genere un’euforia per la pittura che indusse una disattenzione diffusa per ogni altra forma espressiva.

Le circostanze dunque maturano insieme: Vimercati si isola e si concentra. Dal 1983 fotografa esclusivamente un unico oggetto, una “zuppiera”, in realtà una piccola terrina, peraltro non sua, bensì lasciata dai precedenti proprietari dell’appartamento dove è andato ad abitare.

È una semplice terrina smaltata di bianco, un poco sbrecciata sui bordi sia inferiore che superiore, sottolineati da leggeri contorni – di nuovo dunque i bordi e le cornici – e due piccole testine a mo’ di decorazione e anche di sostituti dei manici.

Oggetto banale e quotidiano, anche, come gli altri già usati, ma oggetto rurale e vecchia maniera , anacronistico, che simboleggia cioè una condizione e un tempo non propriamente contemporanei.

Le faccine poi complicano di sicuro la sua semplicità e il suo biancore: in fondo sono volti, contengono uno sguardo e un rimando umano.
Franco Vimercati
Comunque sia, inizia così il periodo leggendario di Vimercati, quello della meditazione e di una sperimentazione linguistica ed espressiva che non ha eguali in nessun altro.

Nei primi anni lavora ancora per serie, fissate in sei immagini ciascuna, poi, dall’88, sono immagini singole.

Di nuovo, ma in maniera più sicura e insieme più sofisticata, Vimercati mette la fotografia alla prova dell’immagine: inquadratura più stretta o più larga, illuminazione più chiara o più scura, da destra, da sinistra, da sopra o da sotto, con conseguenti diversi riflessi, inquadratura di fronte o più dal basso – mai, si noterà, dall’alto, che si veda l’interno della terrina –, rotazione dell’oggetto, rapporto con il fondo chiaro o scuro...

È evidente che se l’oggetto è sempre lo stesso, quello che cambia è il resto, cioè il modo di riprenderlo, cioè la fotografia. In estrema sintesi potremmo dire che l’oggetto sempre uguale ci fa vedere la fotografia, il medium.

Così ad essere potenzialmente infinita non è più la serie degli oggetti ma quella delle possibilità della fotografia sempre differente, nel duplice senso già indicato dell’espressione. Da qui la grande diversità dai coniugi Becher, che pure amava molto .
Franco Vimercati
Il progetto continua ad essere analitico, ma assume pian piano un’evidente altra dimensione, quella della meditazione, della concentrazione su un oggetto come esercizio del pensiero, o del rapporto tra pieno e vuoto mentale, se si vuol prendere la terrina appunto come metafora della mente, ma anche sulla materia e sulla luce, sull’immagine e sul tempo.

Ancor meno didascalica delle serie precedenti, la progettualità si discioglie man mano in visione, in sguardo.

Sarà l’influenza dell’Oriente, che Vimercati ha cominciato a studiare, appassionandosi in particolare ai tappeti, fatti di figure pattern, ma soprattutto di intreccio, di gesti ripetitivi e di nodi, all’interno di un progetto stabilito in partenza.

Ora sembra interessarlo appunto la dialettica tra progetto e libertà, tra immersione nella ripetizione e possibilità di trovarvi un campo d’azione.

Arte? Vimercati alla fine lo chiamava “lavoro”, umile, normale stato vitale impegnato nel tempo. Sarà anche la frequentazione di Luigi Ghirri, che insisteva sul “pensare per immagini”, e sulla luce che svela accarezzando le cose come lo sguardo.

Delle opere di Vimercati ha scritto come di “una stagione di alterazione percettiva estremamente rallentata” in cui gli oggetti ritenuti inanimati, immobili, prendono invece vita, e le immagini acquistano “unicità”, mutando in maniera continua, trasformandosi “per effetto della luce, o per un altro minimo cambiamento”.
Franco Vimercati
Poche sono le uscite espositive, ma su Vimercati gira una voce che tiene viva la curiosità nei suoi confronti.

Passano gli anni ottanta, nel 1992 l’artista chiude il ciclo della zuppiera e interrompe di nuovo la sua attività, che riprende solo due anni dopo con un particolare trittico che ha come oggetto un vaso bianco di ceramica, dalla fattura vagamente antica, con scanalature lungo il corpo e decorazioni.

La particolarità è l’illuminazione, mai come in questo caso così vistosamente diversa da un’immagine all’altra, enfatizzata dall’immersione dell’oggetto nell’ombra, rotta soltanto da colpi di luce che sembrano penetrare da qualche pertugio.

Azzarderei che il trittico è autobiografico come mai Vimercati è stato.

Il vaso simboleggia la sua condizione, la sua situazione: si è sentito più isolato che mai e, preso dallo scoramento, ha deciso di chiudere con questo trittico.

Pare anche di vedere lui stesso a casa sua, seduto sul divano a conversare, dopo che ha sistemato gli scuri delle finestre per modulare la luce. È cioè l’isolamento e la reazione, ma anche la trasformazione, la maturazione: il vaso è simbolo alchemico.
Franco Vimercati
E infatti riprende con viva forza e vigore il lavoro. Non più serie, ma gruppi, cicli. Siamo nel 1995.

Gli oggetti si moltiplicano, tutti oggetti di casa, a portata di mano, niente di ricercato.

Non c’è più fissazione su un unico, ma apertura ai molti: la moka, il ferro da stiro, la grattuggia, il frullatore, il vasetto dello zucchero, un bicchiere, il bricco del latte, l’imbuto, e anche la macchina fotografica o sue parti.

Ora però gli oggetti sono capovolti, cioè in realtà come appaiono nel visore, come li “vede” la macchina.

È un modo ulteriore per parlare della fotografia piuttosto che dell’oggetto rappresentato, e per astrarsi dal processo fotografico e farlo diventare tutto meccanico, che vuol dire tutto linguistico.

Ma intanto mostrare immagini rovesciate significa anche sottrarle alle nostre abitudini percettive e straniarle, renderle meno riconoscibili, diverse in un senso nuovo. (E ci sarà stato almeno un poco il pensiero di un mondo alla rovescia? Sarebbe una sottile ironia nei confronti del mondo dell’arte che lo aveva così deluso.)

Poi gli stessi oggetti vengono sfocati, cioè, precisa l’artista, senza neppure la fase della messa a fuoco.
Franco Vimercati
Intanto tutti sono sospesi su uno sfondo nero.

L’effetto è strabiliante: puri fenomeni luminosi, letterale foto-grafia, sono insieme trasfigurazioni e pure apparizioni, un venire alla luce, un diventare figura.

Questo ciclo esalta l’idea della sospensione – in realtà caratteristica di tutte le sue immagini dalla zuppiera in poi –, che è spaziotemporale e finisce col farsi, come ha giustamente colto Giuseppe Panza di Biumo , esistenziale e ontologica addirittura, ovvero metafora della condizione umana e del reale, sospesi tra l’essere il non essere.

(A me fa venire in mente Alberto Giacometti, che è il grande poeta di questo tema.

Giacometti diceva allora che egli dipingeva e scolpiva “per vedere”, perché vedeva veramente soltanto quando lavorava.

Vimercati fotografava per vedere? In questo senso appunto, e lo ha detto almeno una volta: “Da anni faccio foto per assistere a questo miracolo” .)

La fase più estrema è quella in cui evita anche l’uso dell’obiettivo, utilizzando dunque la macchina come un puro foro stenopeico.
Franco Vimercati
Infine torna al fuoco e raddrizza di nuovo le immagini, incominciando invece a variare le dimensioni, prima ingrandendo e poi rimpicciolendo.

Nell’ingrandimento guarda e invita a guardare con più attenzione il dettaglio.

Sul calice in particolare, sulla sua base, si vedono allora la polvere e le impronte delle dita e con esse tutta la poesia del domestico: la polvere è il tempo, qui lasciato scorrere con naturale accettazione; è anche la lentezza, quella che lega la quotidianità al “lavoro” dell’arte; è infine la metafora e la misura del tempo di deposito della luce per creare l’immagine .

Sempre nell’ingrandimento alla fine del ciclo gli oggetti arrivano a toccare i bordi dell’immagine, rilanciando la poetica del margine degli inizi e al tempo stesso dando all’oggetto una particolare presenza, più e meno oggettuale insieme: più oggettuale perché appare più ingombrante e pieno, meno perché, quasi senza sfondo, se ne esaltano le forme in senso astratto.

Nel rimpicciolimento Vimercati pensa alla qualità grafica delle incisioni, alla cura che comportavano e insieme all’economia di mezzi e al carattere di puro esercizio manuale, ma rigoroso, che esse comportavano.

Pensa alle incisioni di Morandi, ma anche dei maestri antichi.
Franco Vimercati
In quello stesso 1999 realizza il ciclo probabilmente più strano di tutti.

È composto da sole cinque immagini, ognuna formata da più sovraimpressioni dello stesso calice.

L’effetto è quello di un tremolio dell’immagine, di una sfocatura come da sdoppiamento della vista.

Probabilmente Vimercati è tornato a pensare alla serie e l’ha voluta sperimentare non più come esterna, ma come interna alla stessa immagine.

Forse questo esperimento sarebbe potuto essere foriero di ulteriori e imprevedibili sviluppi, tanto singolare ne è il risultato, ma non ci sarà più tempo per riprenderlo.

Forse più che a un effetto di vibrazione aveva pensato a restituire la rotazione del calice.

Infatti l’anno seguente realizza di nuovo una piccola serie, un trittico, che ha come oggetto un bricco del latte visto appunto in tre posizioni diverse, ma con uguale illuminazione, quindi facendolo ruotare, non spostando l’angolazione.
Franco Vimercati
Poi viene un dittico, sempre con la lattiera, dove la rotazione è minima ma sensibile; infine un’unica immagine vede la lattiera capovolta – questa volta sarà stata fotografata fisicamente capovolta? – e girata dalla parte del manico, invece del beccuccio come nel dittico.

Forse stava dunque pensando a qualcosa in questa direzione, ma resta pura ipotesi, perché improvvisamente muore.

Ebbene, Vimercati è stato davvero una leggenda, una leggenda contemporanea.

Schivo quanto determinato e preciso, aveva compreso che nella discrezione sta il linguaggio e nel linguaggio la vera manifestazione dell’io: un oggetto su fondo nero, lasciato per così dire fotografare dalla macchina stessa, rivela l’uomo Vimercati come nessuna messa in scena o enfatizzazione stilistica può fare.

Lo si è immaginato come un monaco buddista appartato in contemplazione, lui era concentrato soprattutto sul lavoro. In fondo sono la stessa cosa, ha detto giustamente.

A dimostrarlo, questa la cosa più importante, la sua opera.

Lui e la sua opera erano la stessa cosa, questa è la vera leggenda: “io sono la lastra, ho bisogno di poca luce, di un sospiro, un soffio di luce” .

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