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Gino Severini Biografia e opere

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Gino Severini
Gino Severini 1883-1966

Nato a Cortona nel 1883, Severini entra giovanissimo nello studio di Giacomo Balla a Roma, con l’amico Umberto Boccioni.

L’esordio in pubblico si compie nelle sale della società “Amatori e Cultori”, dove espone la grande opera intitolata “Al solco” (1903-04).

Nel 1906 Gino Severini si trasferisce a Parigi, e soggiorna periodicamente anche nel piccolo centro di Civray, nella campagna francese, luogo immortalato in un “paesaggio” dipinto nel 1908.

Gino Severini
Gli studi romani sul divisionismo lo avvicinano al pointillisme di Seurat, e questa fase è testimoniata da un piccolo capolavoro, “Printemps à Montmartre” (1909), nel quale l’artista rappresenta la bellezza dello spettacolo della città.

Il 1909 è, per Severini, l’anno del passaggio dal divisionismo al futurismo: pur continuando a risiedere a Parigi, la sua adesione al movimento di Marinetti è immediata ed entusiasta, e la sua firma si trova su entrambi i manifesti del 1910.

Il futurismo

Il quadro “Souvenirs de Voyage”, del 1911, esposto nel 1912 alla Galerie Bernheim Jeune, primo grande palcoscenico internazionale per il futurismo, riassume visivamente il nuovo corso dell’opera di Severini. Gino Severini

In linea con le teorizzazioni del Manifesto tecnico della pittura futurista, il pittore si prefigge l’obiettivo di rendere una visione simultanea dei propri ricordi, e soprattutto di “portare lo spettatore al centro del quadro”.

Sono elementi di grande novità, che fanno di Severini uno degli interpreti più profondi della maggiore avanguardia italiana del novecento.

Tuttavia, c’è un elemento di novità e di originalità nella posizione di Severini all’interno della compagine dei futuristi.

Alla violenza esplosiva di derivazione soreliana e nietzschiana di Marinetti, Severini risponde con una più attenta riflessione, strettamente pittorica, che lo porta a sperimentare tutti i linguaggi del futurismo e una sorta di gioia di vivere che lo preserva dalle molte tragedie di quegli anni.
Gino Severini
Per Severini, il brulicare della vita moderna è soprattutto quello dei café chantant e delle ballerine.

Questa predilezione si rispecchia in una accentuata scomposizione della figura, come evidenzia ad esempio il quadro “Danseuse parmi les tables” (1912.)

La scomposizione dei piani che Severini affronta nei suoi dipinti lo avvicina alle ricerche cubiste di quegli anni.

Da questo punto di vista, l’artista ha un ruolo fondamentale e complesso nei confronti del gruppo dei futuristi: è, infatti, il primo a metterli in contatto con il cubismo, causando un’impressione enorme tra i compagni.

Marinetti, Carrà, Boccioni e Russolo, fin dall’esordio alla Bernheim Jeune, adattano il proprio stile al clima di rinnovamento della Parigi di quegli anni.
Gino Severini
Tra il 1913 e il 1914, nelle tele di Severini appaiono vedute urbane e treni in corsa; la sua pittura diventa più astratta e concentrata sui fenomeni luministici.

Le “Expansion de la lumière”, di cui in mostra si vedranno due splendide opere, rivelano una dissoluzione quasi completa del soggetto.

Nel Manifesto delle analogie plastiche, pubblicato nel 1913, questa ricerca è giustificata dal punto di vista teorico come il tentativo di tradurre sulla tela la compresenza di dati visivi percepiti e ricordati.

Ne sono testimonianza opere come “Mare=Ballerina” (1913) o “Danzatrice + Mare + Vela = Mazzo di fiori (Danseurs)”, del 1914.

Il cubismo

Con lo scoppio della prima guerra mondiale, anche l’opera di Severini, come quella di tutti i protagonisti delle avanguardie, registra una svolta.
Gino Severini
Opere come “Treno blindato in azione” (1915), un prestito eccezionale del MoMA di New York, o la già ricordata “Lanciers italiens au galop”, mostrano una ricomposizione dell’immagine, preludio del ritorno alla figurazione.

Naturalmente non si tratta di un passo indietro: Severini, esentato dal servizio militare, nel 1916 è a Parigi, a contatto diretto con gli sviluppi del cubismo e dell’orfismo, e nella sua pittura riappare, grazie all’uso del collage, una sorta di ricostruzione figurativa in chiave cubista che assimila il suo lavoro a quello di Picasso, Braque e Gris.

Ma il cubismo di Severini, con i suoi colori accesi, si colloca su un piano interpretativo decisamente originale rispetto a quello dei maestri europei.

“Femme a la plante verte”, del 1917, testimonia in modo esemplare questo singolare stagione.

Si tratta di un quadro appartenuto a Henri Matisse, e per lungo tempo dato per disperso.

La vocazione classica

Un’opera come “Maternità”, del 1916, è quasi un unicum.
Gino Severini
Il tema è classico, la tecnica figurativa è chiaramente ispirata alla pittura toscana del Quattrocento, la composizione non ha nulla del dinamismo che, variamente declinato, aveva caratterizzato la pittura di Severini fino a quel momento.

La tela anticipa quel clima diffuso in Europa di “ritorno all’ordine” che dal 1919-20 segnerà tutta l’arte europea.

Severini è molto vicino all’esperienza del Picasso neoclassico.

Va sottolineato che anche in questo caso, per Severini, si tratta di un consapevole tentativo di spingersi in avanti e lo dimostra l’impegno teorico, che trova la sua ragion d’essere nel saggio Du Cubisme au classicisme.


Estetique du compas et du nombre, pubblicato a Parigi nel 1921, un testo dominato dalla matematica e in particolare da approfonditi studi sulla prospettiva, sulle tecniche compositive e sull’applicazione della sezione aurea.

Questo lavoro teorico è talmente minuzioso e scientifico da allontanare il sospetto di un ritorno alla “tradizione”; Severini, con opere come “Les joueurs de cartes”, del 1924 o “La famiglia del povero Pulcinella”, del 1923, si avvicina piuttosto alle poetiche del Realismo magico.

La fissità inquietante di persone e oggetti produce un’atmosfera ben diversa da quella del classicismo che aveva preceduto l’esperienza delle avanguardie.
Negli anni Trenta, la vicinanza al gruppo “Les Italiens de Paris” sottolinea il ruolo fondativo del legame di Severini con la Francia.
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In questo periodo l’artista dipinge anche decorazioni sacre nel Canton Ticino e una serie di ritratti di famiglia, come lo splendido “Ritratto di Gina Severini (Mia Figlia)” del 1934, direttamente ispirati al mosaico bizantino.

Gli anni Quaranta e Cinquanta un periodo ancora troppo poco studiato, ma molto particolare della ricerca artistica di Severini.

Sono gli anni della guerra e quelli immediatamente seguenti al conflitto mondiale fino all’anno della sua morte avvenuta a Parigi nel 1966, una fase che la critica, come ricorda Gabriella Belli nel suo saggio, “concorda a ritenere una sorta di lungo capitolo di sapienti esercizi sul passato, quasi una didattica del suo stesso lavoro, un ripensamento in chiave postmodernista delle scoperte e dei linguaggi dell’avanguardia”.

Riferimenti significativi a questo periodo nella sezione della mostra presente a Rovereto, Gino Severini 1883-1966 Da una parte bene si legge l’influenza che l’opera di Henri Matisse, e della sua pittura liquida e luminosa, ebbe sul lavoro di Severini, , in un momento successivo si assiste a un forte e rinnovato interesse verso l’astrazione che lo porta ad azzerare ogni aspetto di riconoscibilità degli oggetti.
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Nell’ultimo decennio, Severini compie una sorta di viaggio attraverso il passato del suo fare pittorico.

Anche in questa sua ultima produzione, non torna però sui suoi passi ma cerca di assorbire e interpretare un cambiamento effettivamente in atto in quegli anni: in particolare, da un percorso à rebours denso di suggestioni i suoi ultimi dipinti annunciano nuovi fermenti che e affascinanti proposte che anticipano i tempi della futura arte europea.


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