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Artemisia Gentileschi
Biografia ed
Opere
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Artemisia Lomi Gentileschi nasce a Roma l'8 luglio del
1593 e muore a Napoli il 1653, pittrice di scuola caravaggesca.
Artemisia Gentileschi è la primogenita del pittore toscano Orazio Gentileschi, esponente di primo piano del caravaggismo
romano, e di Prudenzia Montone, che è morta prematuramente.
Nella bottega
paterna impara con i fratelli dimostrando il maggiore
talento, Artemisia impara il disegno, il modo di impastare i colori e di
dar lucentezza ai dipinti.
Artemisia mostra un talento precoce, che viene nutrito dal dal fermento
artistico che gravita intorno alla sua casa, frequentata assiduamente da
altri pittori, amici e colleghi del padre.
Artemisia cresce in un
quartiere popolato da pittori e artigiani e il suo ambiente naturale è
legato all’arte: tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento Caravaggio
lavora nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella
Chiesa di San Luigi dei Francesi, Guido Reni e Domenichino gestiscono il
cantiere a S.Gregorio Magno, i Carracci terminano gli affreschi della
Galleria Farnese. |

Susanna e i Vecchioni 1650 |
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Giuditta che decapita Oloferne 1612 |
Gli esordi artistici di Artemisia si collocano, per molti versi, sulla
scia del padre ed hanno diversi riferimenti ad opere di Caravaggio.
Artemisia aveva conosciuto personalmente Caravaggio, che usava prendere
in prestito strumenti dalla bottega di Orazio (tanto che Orazio viene
coinvolto nelle accuse di diffamazione fatte a Caravaggio dal pittore
Giovanni Baglione).
L'apprendistato presso Orazio rappresenta per Artemisia pittrice,
l'unico modo per esercitare l'arte, essendo allora precluse alle donne
le scuole di formazione (alle donne veniva negato l'accesso alla sfera
del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale).
il lavoro femminile non era riconosciuto alla luce del sole, ma si
realizzava perlopiù "clandestinamente", come dimostrano i registri delle
tasse e i censimenti. |
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La prima opera attribuita alla diciassettenne Artemisia è la Susanna e i vecchioni (1610), oggi nella
collezione Schönborn a Pommersfelden.
Per la critica è stato impossibile non associare la pressione esercitata
dai due vecchioni su Susanna al complesso rapporto di Artemisia con il
padre e con Agostino Tassi, il pittore che nel maggio 1611 la stuprò:
tra l'altro, uno dei due Vecchioni è particolarmente giovane e presenta
una barba nera come quella che, secondo alcune fonti, sembra avesse
Tassi; l'altro Vecchione ha fattezze simili a quelle ritratte da
Antoon van Dyck in un'incisione raffigurante Orazio Gentileschi.
In
molti pensano che Artemisia abbia volutamente retrodatato il
quadro al 1610 per alludere, attraverso esso, all'inizio
dell'oppressione subita da figure troppe ingombranti per la sua
esistenza di donna e di pittrice.
Durante il processo, Tassi afferma che
Artemisia si sia spesso lamentata con lui della morbosità del padre,
svelandogli che egli la trattava come fosse sua moglie. |

Danae 1612 |
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Giuditta che decapita Oloferne 1598 |
La datazione
dell'opera in passato è risultata controversa anche a causa di fonti
discordanti sulla data di nascita di Artemisia: si è scoperto
recentemente che Orazio, per impietosire il giudice al processo, mentì
sull'età di Artemisia al momento della violenza, attribuendole appena
quindici anni.
Al tempo dello stupro, Agostino Tassi, maestro di prospettiva, era
impegnato, assieme a Orazio Gentileschi, nella decorazione a fresco
delle volte del Casino della Rose nel Palazzo Pallavicini Rospigliosi a
Roma.
Tra le muse e i musicanti raffigurati nella loggetta sembra esserci un
personaggio contemporaneo, da molti critici identificato proprio con la
giovane Artemisia, quasi a volerne suggellare il debutto artistico.
Era frequente che Agostino si trattenesse nella dimora dei Gentileschi dopo
il lavoro; secondo alcune fonti, fu lo stesso Orazio a introdurlo ad
Artemisia, chiedendo ad Agostino di iniziarla allo studio della
prospettiva. |
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Il padre denunciò il Tassi che dopo la violenza, non aveva potuto
"rimediare" con un matrimonio riparatore.
Il problema è che il pittore
era già sposato (e nel frattempo manteneva anche una relazione
incestuosa con la sorella della moglie).
Del processo che ne segue è
rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la
crudezza del resoconto di Artemisia e per i metodi inquisitori del
tribunale.
Gli atti del processo (concluso con una lieve condanna del
Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista,
data nella seconda metà del XX secolo, alla figura di Artemisia
Gentileschi.
È da sottolineare il fatto che Artemisia accetta di deporre le accuse
sotto tortura, che consisteva nello schiacciamento
dei pollici attraverso uno strumento usato ampiamente all'epoca.
Una
lettura del processo basato sul concetto di stuprum inteso come nella
normativa del Seicento si intendeva, e dunque come deflorazione di donna
vergine o come rapporto sessuale dietro promessa di matrimonio non
mantenuta, è il risultato degli studi più recenti. |

Giuditta e la sua serva
1617-18 |
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Santa Cecilia |
Controversa l’attribuzione di una prima tela, che raffigura Giuditta che
decapita Oloferne (1612-13), conservata al Museo Capodimonte di Napoli,
tema che si ripeterà negli anni in versioni e simili e diverse e con
altre eroine violenti Non si può prescindere da interpretazioni
psicologiche, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita ed
alla promessa che lascia negli scritti di voler uccidere l’aggressore.
Dopo la conclusione del processo, Orazio combina per Artemisia un
matrimonio con Pierantonio Stiattesi, modesto artista fiorentino, per
restituire ad Artemisia, uno status di "onorabilità".
La cerimonia si tiene il 29 novembre 1612.
Poco dopo la coppia si trasferisce a Firenze, dove hanno quattro figli,
tre dei quali muoiono nei primi anni di vita, la sola figlia Prudenzia
vive sufficientemente a lungo da seguire la madre nei viaggi a Roma poi
a Napoli.
L'abbandono di Roma era quasi obbligato: la pittrice aveva ormai perso
il favore acquisito e i riconoscimenti ottenuti, messa in ombra dallo
scandalo suscitato,… che fece fatica a far dimenticare (come dimostrano
anche gli epitaffi crudelmente ironici alla sua morte). |
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A Firenze Artemisia conosce un lusinghiero successo.
Nel 1616 viene
accettata nell'Accademia delle Arti del Disegno, prima donna a godere di
tale privilegio; dimostra di saper tenere buoni rapporti con i più
reputati artisti del tempo, come Cristofano Allori, e di saper
conquistare i favori e la protezione di persone influenti, a cominciare
dal Granduca Cosimo II de' Medici e, in special modo, della
granduchessa madre Cristina, più per i propri meriti che per le
preghiere di Orazio: addirittura l'ambasciatore fiorentino a Roma
dissuade Cosimo II dall'invitare Orazio, descrivendolo poco capace e
bizzarro.
Questi primi anni successivi allo stupro e al processo sembrano cercare
un distacco dalla vita romana: inizialmente la pittrice assume il
cognome Lomi (che poi è quello originale di Orazio, che però aveva
voluto distinguersi dal fratello Aurelio – anch’e lui pittore – assumendo
il cognome materno) e non mantiene contatti con il padre.
Artemisia è in buoni rapporti con Galileo Galilei (giunto a Firenze nel
settembre 1610 su invito di Cosimo II), con il quale manterrà un
contatto epistolare anche in seguito |

Ester e Assuero 1626-29 |
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Lucrezia |
Tra i suoi estimatori ha un posto di speciale rilievo Michelangelo Buonarroti
il giovane (nipote di Michelangelo): impegnato a costruire una magione
che celebri la memoria dell'illustre antenato, affida ad
Artemisia l'esecuzione di una tela destinata a decorare il soffitto
della galleria dei dipinti, quest'amicizia è testimoniata da numerose
lettere della pittrice.
La tela in questione rappresenta una Allegoria dell'Inclinazione (ossia
del talento naturale), raffigurata in forma di giovane donna ignuda che
tiene in mano una bussola.
Si ritiene che l'avvenente figura femminile
abbia le fattezze della stessa Artemisia donna di straordinaria avvenenza.
In effetti capita spesso, nelle tele di Artemisia, che le sembianze
delle formose ed energiche eroine che vi compaiono abbiano fattezze del
volto che ritroviamo nei suoi ritratti o autoritratti: spesso chi
commissionava le sue tele doveva desiderare di avere una immagine che
ricordasse visivamente l'autrice, la cui fama andava crescendo.
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Appartengono al periodo fiorentino la Conversione della Maddalena e la
Giuditta con la sua ancella di Palazzo Pitti e una seconda (dopo quella
di Napoli dipinta 8 anni prima) versione della Giuditta che decapita
Oloferne agli Uffizi.
Nonostante il successo, a causa di spese eccessive, sue e di suo marito,
il periodo fiorentino fu tormentato da problemi con i creditori.
Si può
ragionevolmente collegare al desiderio di sfuggire all'assillo dei
debiti e alla non facile convivenza con lo Stiattesi, il suo ritorno a
Roma che si realizza in maniera definitiva nel 1621.
Di nuovo a Roma e poi a Venezia (1621-1630).
L'anno di arrivo di Artemisia a Roma coincide con quello della partenza
del padre Orazio per Genova.
Artemisia si stabilisce a Roma come donna ormai indipendente, in grado di
prender casa e di crescere le figlie. |

Giuditta e la sua ancella con la testa di Oloferne
1645-50 |
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Allegoria dell'Inclinazione |
Oltre a Prudenzia (nata dal
matrimonio con Pierantonio Stiattesi), ha una figlia naturale, nata
probabilmente nel 1627.
Artemisia cerca, con scarso successo, di avviare
entrambe le figlie alla pittura.
La Roma di quegli anni vede ancora una nutrita presenza di pittori caravaggeschi , ma durante il
pontificato di Urbano VIII, il crescente successo del classicismo della
scuola bolognese o delle avventure barocche di Pietro da Cortona.
Artemisia dimostra di avere la giusta sensibilità per cogliere le novità
artistiche e la giusta determinazione per vivere da protagonista questa
straordinaria stagione artistica di Roma, meta obbligata di artisti di
tutta Europa.
Artemisia entra a far parte dell'Accademia dei Desiosi, circostanza celebrata, con un ritratto inciso che, nella
dedica, la qualifica come "Pincturae miraculum invidendum facilius quam
imitandum".
Di questo periodo è anche l'amicizia con Cassiano dal Pozzo,
umanista, collezionista e grande mentore delle belle arti.
Tuttavia, nonostante la reputazione artistica, la forte personalità e la
rete di buone relazioni, il soggiorno di Artemisia a Roma non è così
ricco di commesse come avrebbe desiderato.
L'apprezzamento della sua
pittura è forse circoscritto alla sua capacità di ritrattista e alla
sua abilità di mettere in scena le eroine bibliche: erano a lei precluse
le ricche commesse dei cicli affrescati e delle grandi pale di altare. |
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Così tra il 1627 e il 1630 si stabilisce, forse alla
ricerca di migliori commesse, a Venezia: lo documentano gli omaggi che
ricevette da letterati della città lagunare che ne celebrarono le
qualità di pittrice.
Con l'avvertenza che la datazione delle opere di Artemisia è spesso
terreno di contrasto tra i critici d'arte, sono verosimilmente da
assegnare a questo periodo, il “Ritratto di gonfaloniere”, oggi alle
collezioni d’arte a Bologna (esempio significativo di quella abilità di
ritrattista per la quale Artemisia andava celebre); “la Giuditta con la
sua ancella” oggi al Detroit Institute of Arts (che riflette la capacità
della pittrice di padroneggiare gli effetti chiaroscurali del lume di
candela, ripresi da diversi artisti come Simon Vouet,Gerrit van
Honthorst, Trophime Bigot, e altri); “la Venere dormiente” oggi a
Princeton; la “Ester e Assuero” del Metropolitan Museum of Art di New
York (ove si testimonia la capacità di Artemisia di assimilare le
lezioni luministiche veneziane, la preziosità dei dettagli).
Nel 1630 Artemisia si reca a Napoli, valutando che vi potessero essere,
in quella città fiorente di cantieri e di appassionati di belle arti,
nuove e più ricche possibilità di lavoro. Vi aprirà una scuola con
diversi collaboratori. |

Maria Maddalena come Malinconia 1630 |
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Autoritratto come martire 1636-38 |
Va ricordato che, tra gli altri, erano già passati da Napoli Caravaggio,
Annibale Carracci, Simon Vouet; vi lavoravano in quegli anni José de
Ribera, Massimo Stanzione, e, di lì a poco, vi sarebbero approdati il
Domenichino, Giovanni Lanfranco e altri ancora.
L'esordio artistico di Artemisia a Napoli è rappresentato forse dalla
Annunciazione del Museo di Capodimonte.
Poco più tardi il trasferimento nella metropoli partenopea è definitivo
e lì l'artista rimane, salvo la parentesi inglese e
trasferimenti temporanei, per il resto della sua vita.
Napoli (pur con qualche costante rimpianto per Roma) è per Artemisia una sorta
di seconda patria nella quale cura la propria famiglia (a Napoli sposa,
con appropriata dote, le sue due figlie), riceve attestati
di grande stima, ed è in buoni rapporti con il viceré Duca d'Alcalá, ha
rapporti di scambio alla pari con i maggiori artisti che vi sono
presenti (a cominciare da Massimo Stanzione, per il quale si deve
parlare di una intensa collaborazione artistica, fondata su una viva
amicizia e su evidenti consonanze stilistiche). |
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A Napoli, per la prima volta, Artemisia si trova a dipingere tele per
una cattedrale, quelle dedicate alla Vita di San Gennaro a Pozzuoli.
Sono del primo periodo napoletano opere quali la Nascita di San Giovanni
Battista al Prado, Corisca e il satiro in collezione privata.
In queste
opere Artemisia dimostra, ancora una volta, di sapersi aggiornare sui
gusti artistici del tempo e di sapersi cimentare con altri soggetti
rispetto alle varie Giuditte, Susanne, Betsabee, Maddalene penitenti.
Nel 1638 Artemisia raggiunge il padre a Londra, presso la corte di Carlo
I, dove Orazio è diventato pittore di corte e ha ricevuto
l'incarico della decorazione di un soffitto (allegoria del Trionfo della
Pace e delle Arti) nella Casa delle Delizie della regina Enrichetta Maria a Greenwich. |

Il bagno di Betsabea 1636-38 |
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Madonna con bambino 1616-18 |
Dopo tanto tempo padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di
collaborazione artistica, ma nulla lascia pensare che il motivo del
viaggio londinese sia solo quello di venire in soccorso all'anziano
genitore.
Certo è che Carlo I la reclama alla sua corte e un rifiuto
non è possibile.
Orazio inaspettatamente muore, assistito dalla figlia,
nel 1639.
Carlo I è un collezionista fanatico, disposto a compromettere le
finanze pubbliche pur di soddisfare i suoi desideri artistici.
La fama
di Artemisialo incuriosisce, e non è un caso che nella sua
collezione vi sia presente una tela di Artemisia di grande suggestione,
l'Autoritratto in veste di Pittura.
Artemisia ha dunque a Londra una sua attività autonoma, che continua
per un po' di tempo anche dopo la morte del padre, anche se non sono
note opere attribuibili con certezza a questo periodo. |
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Sappiamo che nel 1642, alle prime avvisaglie della guerra civile,
Artemisia ha già lasciato l'Inghilterra.
Poco o nulla si sa degli
spostamenti successivi.
È un fatto che nel 1649 è nuovamente a
Napoli, in corrispondenza con il collezionista don Antonio Ruffo di
Sicilia che è suo mentore e buon committente in questo secondo periodo
napoletano.
L'ultima lettera al suo mentore che noi conosciamo è del
1650 e testimonia come l'artista sia ancora in piena attività.
Artemisia muore nel 1653. |

Venere dormiente |
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Esempi di opere ascrivibili a questo secondo periodo napoletano sono una
Susanna e i vecchioni oggi a Brno e una Madonna e Bambino con rosario
conservata all'El Escorial.
Per una donna all'inizio del XVII secolo dedicarsi alla pittura, come
Artemisia, rappresenta una scelta non comune e difficile, ma non
eccezionale.
Prima di Artemisia, tra la fine del 500 e l'inizio del 600,
altre donne pittrici esercitano, anche con buon successo, la loro
attività.
Possono essere menzionate Sofonisba Anguissola (Cremona ca. 1530 -
Palermo ca. 1625) che viene chiamata in Spagna da Filippo II;
Lavinia Fontana (Bologna, 1552- Roma, 1614) che si reca a Roma su invito
di papa Clemente VIII, Fede Galizia (Milano o Trento, 1578 – Milano
1630) che dipinge, tra l'altro, magnifiche nature morte e una bella
Giuditta con la testa di Oloferne.
Altre pittrici, più o meno note, intraprendono la loro carriera quando Artemisia era in vita. |
Libri su Artemisia Gentileschi sulla pittura e sulle
sue opere
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