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Elisabetta Sirani

1638 - 1665

Biografia ed Opere

Nata nel 1638 e scomparsa nel 1665, a ventisette anni, "pittrice eroina" nella Bologna dell’epoca d’oro della pittura

Nella Bologna della seconda metà del Seicento, Malvasia biografo bolognese degli artisti, ricorda la pittrice con tono solenne e lirico, e la celebra nell’opera “La Felsinea Pittrice”. Malvasia l’aveva eletta sua protetta, essendone suo primo scopritore e biografo.

Si tramanda che abbia dipinto più di 200 opere in ventisei anni di vita, ma è vero che, anticipando notevolmente i tempi e fornendo prova di una certa indipendenza, la pittrice aprì uno studio personale e una scuola per donne pittrici. per sorelle ed amiche.

Attenta al linguaggio di Guido Reni e alla nuova linea della scuola bolognese, propone uno stile personale, molto morbido e grazioso, di sicuro successo.

Esponente di primo piano del classicismo bolognese ed europeo, è una figura complessa e peculiare, È artista di successo internazionale anche se pittrice nella Bologna del Seicento.

Ammirata da ospiti illustri e di nobile lignaggio che visitano casa Sirani o le Chiese dove lavora, per vedere Elisabetta all’opera, definita “l’angelo-vergine” della pittura bolognese da Carlo Cesare Malvasia.

È la figlia obbediente e rispettosa del padre-maestro, il pittore Giovanni Andrea, che tuttavia dall’influenza del padre si affranca solo quando ammalandosi, ha bisogno di lei e ne riconosce il talento e la straordinaria padronanza tecnica.

Visse nella Bologna della Controriforma,: seconda città dello Stato Pontificio, in cui la vita culturale era ricca e avvincente. Ma condizionata da una controllata libertà.

Figlia di Giovanni Andrea, pittore e mercante d’arte allievo di Guido Reni, imparò tecniche e modelli nello studio paterno.

Nel 1658, le venne commissionato il Battesimo per la Chiesa bolognese di San Girolamo alla Certosa, allora convento e oggi luogo di culto nel Cimitero storico.

Suo esordio ufficiale e prima committenza pubblica di grande importanza, l’opera svela la fresca vitalità della pittura di Elisabetta, e il suo tocco originale.

Doti che le permisero di realizzare moltissime opere, che lei stessa ha catalogato accanto alle singole committenze nella sua “Nota delle pitture fatte da me”.

Ha dipinto soggetti religiosi, soprattutto “madonne con bambino”, in momenti di calda e tenerezza semplice e spontanea.

Queste si alternano a figure di donne eroine, prese dalla mitologia classica, che rifiutano un ruolo femminile passivo, tanto che arrivano anche a uccidere il nemico.

Legge e interpreta gli stessi episodi storici, con un proprio punto di vista e attribuisce alle sue 'eroine' uno sguardo determinato o pensoso, Notevoli gli schizzi, i bozzetti preparatori raccolti nell'esposizione Di Bologna. Dal 4 dicembre 2004 al 10 aprile 2005

Museo Civico Archeologico, via dell’Archiginnasio, 2 - 40124 Bologna

Per dimostrare che non ci sono suggeritori e collaboratori nascosti, sceglie di dipingere in pubblico, sotto gli occhi dei visitatori che poco a poco arrivano da tutta Europa per vederla lavorare. Nel diventare un personaggio molto noto, è amata e contesa. Ma non fa in tempo a sposare chi amava, o dovette respingerlo. Il padre, pittore e mercante, inflessibile impresario sembra obbligarla a dimostrare in ogni minuto il proprio talento e a guada-gnare per la famiglia, quando lui si ammala.

Nelle sue opere, ama apporre la firma nei bottoni, sulle scollature o sui merletti: una strategia di seduzione molto femminile.

L’attività instancabile e quasi febbrile, fu probabilmente la causa della malattia che portò l’artista a una morte precoce, dovuta a una grave ulcera gastrica, all’età di ventisette anni.

Elisabetta fu seppellita con un solenne funerale, “degno di un pittore della Firenze rina-scimentale: un immenso catafalco in falso marmo eretto al centro della chiesa “accanto alla tomba di Guido Reni, nella Chiesa bolognese di San Domenico nella stessa tomba di Guido Reni

Ma la sua morte, improvvisa e inspiegabile, provocò dubbi e inchieste, si accusò Lucia Tolomelli, domestica della famiglia, (1665-1666) di aver avvelenato la pittrice.

Ma della morte si dubitò anche di un’allieva-rivale.

Fu ancora il canonico Carlo Cesare Malvasia, a plasmare e perpetuare il “mito Sirani” modellandolo consapevolmente su quello di Guido Reni.

Nella biografia dell’artista pubblicata nella sua Felsina Pittrice (1678) la celebra come “il prodigio dell’arte, la gloria del sesso donnesco, la gemma d’Italia, il sole dell’Europa” e ne piange la scomparsa prematura.

La leggenda creata e valorizzata dal Malvasia, andò alimentandosi nei secoli successivi.

Elisabetta Sirani divenne soggetto di numerosi testi letterari, tra i quali il Pennello lacrimato (1665), di Giovanni Luigi Piccinardi e la Poesia muta celebrata dalla pittura loquace (1666).

Conobbe ulteriore particolare fortuna nell’Ottocento, secolo sensibile alle eroine romantiche.

(la vita di questa pittrice, si svolge agli antipodi rispetto all'esistenza tumultuosa e drammatica di Artemisia, che trascina il suo stupratore in tribunale, sceglie i suoi compagni di vita- amanti e si affranca , anche se con dolore dalla tutela artistica del padre).

Al contrario, l'attività di Elisabetta Sirani, ragazza prodigio, molto colta, avida lettrice e brava musicista - favorita in questo dal vivere in una città dove la presenza di un'antica università dà largo spazio all'integrazione delle donne nella vita culturale e pubblica - che sforna con incredibile rapidità le sue opere, si svolge tutta quanta nello spazio protetto della casa, poi della bottega del padre Giovanni Andrea e all'ombra del maestro Guido Reni.

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