Biografia Ludwig Wittgenstein

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Biografia Ludwig Wittgenstein

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Nato a Vienna il 26 aprile 1889 da una ricca famiglia di industriali, Ludwig Wittgenstein viene avviato agli studi di ingegneria, che compie a Berlino e Manchester.

Nel 1912 si trasferisce a Cambridge per approfondire gli studi di matematica e di logica alla scuola di Bertrand Russell con il quale stringe da allora rapporti di amicizia e collaborazione. Arruolato nell’esercito austro-ungarico cade prigioniero in Italia.

Nel 1921 pubblica il suo celebre Tractatus logico-philosophicus dapprima in tedesco e, l’anno successivo in inglese con una prefazione curata dalla stesso Russell. Rinunciato all’eredità paterna, tra gli anni 1919 e 1926 si dedica all’insegnamento elementare in piccoli centri dell’Austria.

Torna a Vienna nel 1926 dove viene accolto con favore dagli esponenti del celebre Circolo di Vienna i quali danno al Tractatus un’interpretazione fortemente scientifica.

Lo stesso Wittgenstein critica tale interpretazione e prende le distanze dal Circolo e dalla corrente di pensiero che esso va abbozzando, corrente che diverrà poi celebre sotto il nome di positivismo logico.

Ludwig Wittgenstein



Nel 1929 Wittgenstein si sposta a Cambridge dove insegna fino al 1947 anno in cui si ritira dall’attività accademica per dedicare agli studi ed alla stesura dei suoi scritti le ultime forze.

Muore a Cambridge il 29 aprile 1951.

Ha lasciato numerosi manoscritti tra cui, di particolare importanza, le Ricerche filosofiche (pubblicate nel 1953) che attestano un’importante svolta del suo pensiero; le Osservazioni sui fondamenti della matematica (pubblicate nel 1956) e raccolte di appunti e riflessioni.

Ecco una sintetica bibliografia delle opere tradotte in italiano :
Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1964
Ricerche filosofiche Einaudi Torino 1967
Lezioni e conversazioni sull’etica, sull’estetica, la psicologia e la credenza, Adelphi, Milano 1967
Scritti scelti, Principato, Milano 1970
Lettere di L. Wittgenstein. Con Ricordi, La Nuova Italia, Firenze, 1980
Osservazioni sopra i fondamenti della matematica, Einaudi, Torino, 1976
Lettere a Ludwig von Ficker, Armando, Roma, 1974
Osservazioni filosofiche, Einaudi, Torino, 1976
L.Wittgenstein e il Circolo di Vienna, La Nuova Italia, 1975
Della certezza, Euinaudi, Torino, 1978

Il pensiero di Ludwig Wittgenstein

L’opera di Wittgenstein ben si colloca nel quadro dell’intenso dibattito sui problemi della logica e del linguaggio che si sviluppa nei primi decenni del Novecento. Nelle sue opere, Wittgenstein, sottopone ad una critica radicale la possibilità stessa della filosofia, dei suoi compiti e del suo linguaggio.

È consuetudine rintracciare, nell’evoluzione del suo pensiero due fasi distinte.

Nella prima fase Wittgenstein muove dall’esigenza di giustificare o almeno spiegare la possibilità della matematica e della logica senza ricorrere a presupposti metafisici o, per lo meno, senza appellarsi ad una metafisica tipo quella che va da Platone a Hegel e contro la quale, nella filosofia inglese del tempo, si svolgevano aspre polemiche in nome dell’esperienza e dei suoi dati inoppugnabili.

In tale contesto, “l’analisi del linguaggio” diviene centrale, assolvendo al compito di studiare le condizioni a cui deve sottostare un linguaggio logicamente perfetto, un linguaggio ideale.

Nello stesso tempo, attraverso uno studio del linguaggio si può evidenziare un criterio per stabilire se i problemi filosofici abbiano un senso oppure ne siano privi.


Ludwig Wittgenstein


Ludwig Wittgenstein

In sostanza, data la coincidenza tra pensiero e linguaggio, l’analisi di quest’ultimo diventa anche studio dei limiti e delle potenzialità del conoscere.

Vediamo quindi, in sintesi, le riflessioni inerenti il linguaggio fatte da Wittgenstein nella cosiddetta prima fase del suo pensiero.

Come il mondo (definito dal pensatore come un “tutto ciò che accade”) si compone di “fatti atomici” costituiti a loro volta da oggetti semplici, così il linguaggio consta di proposizioni elementari costituite da nomi. La veridicità di tali proposizioni è ricavata dal fatto che si accordino o meno con quei fatti elementari.

Così, tutte le altre proposizioni più complesse (molecolari) saranno vere ed avranno senso nella misura in cui siano vere ed abbiano senso le proposizioni elementari da cui sono costituite.

La scienza naturale altro non è che la somma di tutte le proposizioni vere.

Tuttavia è noto che per costruire le proposizioni si debba compiere una serie di operazioni sui nomi, valersi di simboli combinandoli secondo certe regole logiche.

Compito della logica, come disciplina, è proprio quello di enunciare tali regole e proprietà.

Per Wittgenstein questo non basta a sostenere che la logica rappresenti un incremento della nostra conoscenza o legittimi in qualche modo la filosofia rispetto alle scienze dandole un contenuto specifico.

Le proposizioni della logica, infatti, per Wittgenstein, pur dotate di senso, sono prive di significato.

Propriamente non dicono nulla, perché la loro verità non può mai essere né confermata né contraddetta dall’esperienza e viene stabilita solo in base alla loro forma.

La logica, in sostanza trova legittimazione in se stessa; processo e risultato coincidono e la “prova logica” è soltanto un espediente per riconoscere più facilmente la “tautologia” che sta al fondo di ogni proposizione logica.


Ludwig Wittgenstein


Ludwig Wittgenstein

Una tautologia è un tipo di proposizione che è sempre vera, qualunque cosa accada, ad esempio “piove oppure non piove”.

A questo si riduce il formalismo della logica e da questo trae senso il suo disciplinare il linguaggio al fine di garantirne la correttezza.

L’analisi del linguaggio porta dunque Wittgenstein a riconoscere come dotate di significato solo le proposizioni delle scienze naturali e ad attribuire alle proposizioni logiche solo un carattere tautologico e formale.

La filosofia, in senso tradizionale, non ha dunque per Wittgenstein spazio per potersi legittimare come dottrina.

Le sue proposizioni sono infatti prive di ogni riferimento ai fatti e quindi, prive di significato. D’altra parte le proposizioni della filosofia sono anche prive di senso in quanto non sono neppure verità logiche.
La filosofia non può dunque essere sottoposta a critica, essa è ridotta ad una semplice somma di errori di linguaggio.

Che destino riservarle allora ?

La filosofia, per Wittgenstein, deve al più essere un’attività, un processo di chiarificazione delle proposizioni destinato a mostrare l’inconsistenza dei problemi ch’essa stessa ha posto nel corso dei secoli.

Il vero metodo della filosofia è, secondo Wittgenstein : non dire nulla di quello che non si può dire (nulla cioè di diverso dalle proposizioni scientifiche, con le quali la filosofia non ha nulla a che vedere) e, di fronte alle proposizioni metafisiche, mostrare che esse derivano semplicemente dal fatto che in esse vengono usati dei segni che non hanno alcun significato.




Ludwig Wittgenstein
Stesso destino assegna Wittgenstein al suo Tractatus : esso è una sorta di strumento che si può gettare via quando lo si è utilizzato; in quanto, una volta coltone veramente e pienamente il significato, cessa di sussistere la sua ragione d’essere che non consiste nell’insegnare certe verità, ma nel liberare da certe convinzioni illusorie da certi pseudo problemi accumulati dalla mancata consapevolezza della logica del linguaggio.

Una sorta di terapia linguistica che ha valore e funzione fin tanto che sussistono le condizioni patologiche (l’uso di proposizioni non scientifiche che pretendono di avere un senso), ma non più quando si è recuperata la salute o, meglio, quella consapevolezza critica che Wittgenstein ha condensato nell’ultima proposizione del suo Tractatus : “Di ciò di cui non si può parlare, occorre tacere”.

Gli scritti di riferimento da cui si evince questo decisivo cambiamento di rotta sono le Ricerche filosofiche.

Il venir meno di una concezione della realtà quale somma di fatti atomici ed elementari s’accompagna al venir meno della possibilità di indicare una forma di linguaggio più valida di altri.
Cessa l’intento di evidenziare un linguaggio ideale la cui legittimità riposi sulla stretta aderenza dei suoi costituenti ai “fatti”.

Il linguaggio mostra in realtà un carattere vario e pluralistico poiché consta di diversi “gruppi linguistici” tra loro irriducibili, anche se legati da maggiore o minore affinità o “aria di famiglia”.

Il linguaggio non è un’unità fissa e globale, ma una pluralità di liberi giochi linguistici, tra loro in parte simili e in parte diversi, proprio come lo sono i giochi nel senso usuale del termine (i giochi di carte, di scacchi …).


tomba Ludwig Wittgenstein



I cosiddetti pseudo problemi della filosofia nascono dunque precisamente dal trasferire termini che hanno un senso nel contesto del linguaggio ordinario in un contesto arbitrario come appunto quello del discorso filosofico.

Questo non significa che il linguaggio ordinario non presenti dei problemi e debba essere analizzato. Vero è il contrario.

Lo spostamento d’accento dalla ricerca di un linguaggio ideale allo studio del linguaggio ordinario assume un significato profondo.

Un cambiamento che allontanerà definitivamente Wittgenstein dalle riflessioni epistemologiche che, sorte in seno al Circolo di Vienna (come visto forte sostenitore delle tesi del Tractatus), s’arricchiranno di ulteriori contributi in quella corrente di pensiero nota col nome di neopositivismo logico.

Wittgenstein utilizza il termine di giochi linguistici proprio allo scopo di mettere in luce la necessità di risalire alle condizioni ed alle convenzioni per cui si sono stabiliti certi usi, le regole dei giochi di termini di cui è costituito il nostro linguaggio.

Il significato di un termine, arriva a dire, è quindi il suo uso o, meglio, l’insieme dei suoi usi. La conseguenza è che non si può più avere un significato privilegiato di un termine, legittimandolo col richiamo a questo o quel punto di riferimento.

Lo stesso richiamo all’esperienza risulta inconsistente o, per lo meno, dato il carattere soggettivo di quest’ultima, la legittimazione in termini di aderenza al sensibile non comporta alcuna definizione esauriente o universale.

Porre l’uso di un termine come espressione di significato dello stesso è ovviamente un decisivo cambio di rotta rispetto le tesi del Tractatus.


Ludwig Wittgenstein


Ludwig Wittgenstein

Ma si comprende ancor più lo stacco tra le due posizioni evidenziando come sia lo stesso fine o senso del parlare a venir messo in discussione.

In principio Wittgenstein sposa l’idea che parlare è semplicemente raffigurare o descrivere il mondo.

In questo senso la coerenza logica e la corrispondenza di enunciati all’oggettività dei fatti sancisce la correttezza e la veridicità delle proposizioni.

Ma ora, a partire dalle Ricerche filosofiche, appare chiaro che all’autore risulta oltremodo riduttivo considerare il linguaggio un semplice modo di etichettare il mondo.

Nelle nostre espressioni si cela sempre qualcosa di molto più profondo di una semplice descrizione.

Strutture grammaticali e ancor più intonazioni del parlare conferiscono ai nomi significati inediti.

Significati che non sono applicabili di per sé in altri contesti ma rappresentano fino in fondo l’intenzione comunicativa che li ha posti in essere.
Afferma Wittgenstein :

“La nostra lingua si può considerare come una vecchia città : un labirinto di vicoli e piazzette, di case vecchie e nuove, di edifici parzialmente ricostruiti in tempi diversi; e tutto questo circondato da una quantità di nuovi sobborghi, con strade dritte e regolari nonché case tutte uguali”.

Questa nuova concezione del linguaggio e della sua possibile analisi, permette di cogliere meglio il rapporto tra linguaggio e realtà perché l’adozione di certi “giochi”, la preferenza per un certo tipo di linguaggio piuttosto che l’altro, non è commisurata a regole formali di coerenza, ma in risposta alle forme di vita (o agli stili di vita)a cui corrisponde o da cui deriva.

In tal modo, passando da un’analisi logica in senso stretto a un’analisi descrittiva del linguaggio, Wittgenstein, ha fatto della filosofia analitica uno strumento sempre più duttile e aperto per meglio comprendere e chiarire i problemi umani nella loro gamma più vasta e nelle loro espressioni più complesse e sfumate.



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