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coltivare il Fico

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Ficus Carica Famiglia Moraceae

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Scheda descrittiva pianta Fico

coltivare il FicoLa pianta spontanea, antenata di quella coltivata, è la varietà caprificus, il caprifico, che ha proporzioni arbustive o di albe-retto alto fino a 5 m, mentre le piante coltivate della varietà domestica sono alberi che arrivano fino a 10 m.

Ha radici robustissime e penetranti che si aggrappano anche tra sassi e rocce e perfino ai muri.

Il tronco è spesso contorto; le foglie sono grandi, con lungo picciolo e tresette lobi; i rami portano verso l'apice le caratteristiche infiorescenze che non sono certo la minore stranezza del genere.

Infatti in esse i fiori sono contenuti entro un involucro piriforme, totalmente chiuso tranne una piccola apertura all'apice, detta ostiolo, e tappezzano fittamente la parete interna del ricettacolo.

È difficile spiegare chiaramente il processo che porta nel caprifico alla formazione del frutto, se non si tengono presenti tre cose:
il frutto è in realtà un'infruttescenza formata da numerosissimi piccoli acheni duri (i "granelli" interni) derivati da numerosissimi fiori; esistono tre tipi di fiori: maschili, femminili (con un lungo stilo) e un terzo tipo consistente in fiori femminili abortiti, con largo ovario e stilo assai breve, che non possono formare semi, e sono detti a galla.

In linea generale, ogni infiorescenza contiene addensati vicino all'ostiolo i fiori maschili, mentre al di sotto si ammassano quelli a galla, oppure soltanto fiori femminili.

In alcuni casi fiori maschili e femminili possono coesistere, divisi da una zona di fiori a galla, sempre con quelli maschili intorno all'orifizio; - l'impollinazione è affidata a insetti piccolissimi, che riescono a passare dall'ostiolo.

Nel caso del caprifico si tratta di una piccola vespa, Blastophaga psenes, il cui ciclo biologico è esattamente parallelo alla maturazione del polline dei fiori maschili.
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Le femmine entrano nell'infiorescenza e per mezzo di un ovopositore depongono le uova nell'ovario dei fiori a galla, dove gli individui che nascono rimangono allo stadio di larva per 8-10 settimane prima di uscirne già adulti.

I maschi, che sono quasi ciechi, senza ali e vivono poche ore, raggiungono per primi lo stadio adulto e appena usciti fecondano le femmine, ancora rinchiuse nell'ovario, quindi muoiono.

Le femmine, provviste di ali, forano la parete dell'ovario ed escono dall'infiorescenza attraverso l'ostiolo, non senza essersi ricoperte del polline dei fiori maschili che in quel momento è maturo.

Quindi volano verso un'altra infiorescenza, vi penetrano e cercano di deporre le uova, cosa che è loro possibile solo se vi sono dei fiori a galla.

Se i fiori sono solo femminili, ne sono impedite dal lungo stilo, che, comunque, nel tentativo, riceve il polline di cui sono cosparse, provocando la fecondazione.

Questo stupefacente rondò tra insetti e fiori può avverarsi tre volte: in maggio e giugno nelle infiorescenze primaverili estive, e produce i frutti detti profichi o fioroni; in settembre, con la produzione dei forniti od orni; infine con i cratiri o mamme, in cui le larve svernano, che si formano in autunno e maturano nella primavera seguente.

I frutti del caprifico non sono commestibili e sono piccoli, ma la presenza del selvatico è necessaria per la cosiddetta caprificazione, ossia per la fecondazione dei fiori delle varietà domestica, che non possiede fiori a galla e quindi non può ospitare la Blastophaga.

La caprificazione si effettua recidendo alcuni rami di caprifico, con siconi che ospitano gli insetti, e appendendoli fra i rami dell'albero da fecondare.
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Questa operazione, che presuppone la coltivazione del caprifico, è ancora molto usata nei paesi meridionali, e deve essere ripetuta almeno tre volte in estate.

Il fico domestico, infatti, ha una produzione limitata a due soli cicli, talvolta uno soltanto, e solo raramente riesce a maturare i fichi della terza generazione.

Occorre tener presente che, mancando la fecondazione, si ha la precoce caduta dei frutti; tuttavia si hanno delle cultivar in cui la maturazione si ottiene anche senza la fecondazione del polline del caprifico, con fiori che non producono semi e sono quindi sterili, e sono unifere, hanno, cioè, una sola produzione.

Le infiorescenze possono avere la buccia più o meno sottile, verde più chiaro o più scuro, oppure violaceo scuro (i cosiddetti fichi neri).

Tra le cultivar più diffuse ricordiamo: "Brogiotto bianco" che matura dalla metà di agosto a ottobre a seconda delle zone climatiche; "Brogiotto nero" (la pianta è unifera), che matura in settembre-ottobre, con buccia nerastra e polpa rossa; "Dottato" con frutto grosso giallo-verde, polpa zuccherina che conserva la morbidezza dopo l'essiccazione, molto pregiato, matura in agosto-settembre; "Gentile" varietà precoce che matura in luglio, grossissimo, verde giallastro; "del Portogallo" precocissimo, fruttifica già in giugno, è molto grosso e piriforme, ha buccia violacea con sfumature verdi, leggermente screpolata longitudinalmente.

La coltivazione del fico non richiede particolari accorgimenti in nessuna delle nostre regioni meridionali, dove cresce a meraviglia, purché il terreno sia leggero, calcareo e la posizione calda e arieggiata.

Se il terreno è giustamente umido, riesce a raggiungere proporzioni anche eccezionali, ma i frutti sono assai meno saporiti e con minore contenuto zuccherino.

Il fico non richiede nessuna potatura, anzi sopporta male i tagli, ma è necessario togliere, se compaiono, i succhioni, cioè i rami che nascono alla base, i quali, essendo molto vigorosi, tolgono nutrimento ai rami fruttiferi, soprattutto se la pianta è ottenuta per innesto, dal momento che essi si sviluppano proprio dal por-tainnesto che esauriscono spesso fino alla morte.
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Nelle località più fredde il fico viene generalmente coltivato al riparo di muri, esposto a mezzogiorno.

Gli alberi si collocano a dimora avendo di solito acquistato astoni già pronti per l'impianto.

La riproduzione da seme si effettua soltanto per la ricerca di nuove varietà, ma la pianta può essere moltiplicata per propaggine, per polloni, per talea e per innesto.

La messa a dimora, come per tutte le piante a foglia caduca, può essere fatta da novembre fino a tutto marzo, a seconda del clima della zona in e J si opera, e le buche per l'impianto dovranno essere poste a 6-10 m di distanza dato il forte apparato radicale.

In generale, a meno che non si tratti di esemplari extraforti, il raccolto incomincia al terzo anno, ovviamente ritardato per gli impianti eseguiti tardivamente nei climi più freddi dove le piante sono maggiormente esposte al gelo invernale.

I frutti possono essere consumati freschi oppure conservati essiccati.

Per quest'ultima operazione vengono utilizzate cultivar precoci per sfruttare il calore solare: i fichi si stendono su graticci, che li mantengano leggermente sollevati e arieggiati, si comprimono un poco e vengono rimossi soltanto quando il succo sia ben rappreso.
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I tipi con frutti piccoli, specialmente nel Sud, vengono anche infilzati in un filo di refe a guisa di collane o corone e appesi al sole.

Dopo l'essiccazione si collocano a strati in cassette, quasi sempre inframmezzati con foglie di alloro, e si comprimono con dei pesi; lo zucchero, asciugandosi, si rapprenderà all'esterno, e allora i fichi secchi saranno pronti.

Prima dell'operazione finale della stratificazione, si possono introdurre nel loro interno mandorle o gherigli di noci. I fichi sono generalmente alberi robusti, benché anch'essi siano talvolta attaccati da malattie crittogamiche specialmente in presenza di umidità eccessiva e con insufficiente calore e preda di alcuni parassiti animali.

Tra questi è pericolosa la psilla del fico (Homotoma ficus), che vive sul rovescio delle foglie e deposita le uova nelle screpolature dei rami.

Si combatte con irrorazioni di olio giallo in inverno, continuando nel periodo vegetativo.

I fichi sono ottimi consumati freschi, naturalmente, e sono molto usati anche come antipasto uniti a prosciutto o a melone.
Essiccati, entrano a far parte della cosiddetta frutta secca.
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Tuttavia, volendo presentare della frutta che costituisca contemporaneamente un dolce, si possono prendere fichi freschi, maturi ma non eccessivamente, perché la maturazione aumenta il liquido zuccherino che sarebbe tale da uscire abbondantemente. sottoposto a calore.

Una volta sbucciati (se hanno la buccia finissima, è meglio risciacquarli accuratamente e impiegarli integri), si rotolano nello zucchero e si pongono dritti, ben distanziati, in una pirofila con il fondo appena ricoperto d'acqua.

Lo zucchero può essere semplice o vanigliato e, se i frutti sono ben maturi, l'acqua deve appena bagnare il fondo.

Si mettono in forno caldissimo per circa 10 minuti, mantenendo H calore ben alto finché lo zucchero non sia caramellato: a forno basso i frutti si afflosciano e il liquido interno esce, rendendo l'insieme più simile a una marmellata che ad altro.

Tolti dal forno, si cospargono con uva sultanina fatta rinvenire nell'acqua e, se si vuole, all'ultimo momento si irrorano di cognac, al quale si dà fuoco con un fiammifero, servendoli appena la fiamma dell'alcool sia spenta.

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