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coltivare il Melanzana

coltivare la Melanzana

Solanum melongena Famiglia solanaceae

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Scheda descrittiva pianta Melanzana

coltivare il MelanzanaNormalmente, seguire la strada percorsa dai nomi comuni di una pianta è assai più difficile che ritrovare l'origine di quelli scientifici: sia perché la maggior parte degli autori si è ispirata a termini greci o latini, sia perché molti di essi ne hanno dato la spiegazione nella "diagnosi" in cui descrivevano il vegetale, non sono moltissimi i nomi o gli attributi di cui non si riesca a trovare il bandolo.

Ma i nomi comuni presentano nel tempo tali e tante variazioni, assonanze, allitterazioni, che è spesso complicatissimo seguirle.

La melanzana è quasi un esempio limite.

Di origine incerta, ma quasi sicuramente asiatica, sembra sia stata introdotta dagli arabi in Europa nel XIV secolo, benché un medico arabo la menzionasse, già nel XIII secolo, con il nome (non si sa bene se arabo od oriundo persiano) di badingian.

Dovevano passare almeno quattro secoli, quindi, perché Linneo le desse il nome che oggi la distingue dagli altri Solanum, e in questo periodo di tempo la fantasia e il linguaggio popolare avevano avuto il tempo di sbizzarrirsi.

A favore del termine arabo sono le sia pur vaghe assonanze dello spagnolo berenjena e del regionale francese beringène, ma come mai un altro nome regionale francese, marignan, si ritrovi nel dialetto romanesco come marignano (al maschile) è un po' difficile da immaginare.
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Certo, la forma del frutto influenzò gli italiani che ne fecero un miscuglio con mela ottenendo così melenzana, melanzana, e l'antico veronese melongiana, mentre in Toscana i frutti assumevano i nomi di petonciani o petonciani.

Tuttavia l'idea di mela rimase come perno principale. Non è ben chiaro perché sorse o fu riesumata - un'antica leggenda la quale riteneva che l'abuso delle melanzane portasse alla pazzia: da qui a fame "mela insana" il passo fu breve.

Pierandrea Mattioli, nel Cinquecento, nei suoi Commentari al Dioscoride scriveva: « Poiché i frutti della mandragora si dimandano mele terrestri e canine, mi fanno venire alla mente quelle che si chiamano melanzane, più presto da nominare (come io penso) mele insane ».

Ora, questo ortaggio potrà piacere più o meno, ma paragonarlo alla mandragora sembra eccessivo.

Eppure deve essere stata opinione diffusa un po' dovunque, se nel catalogo delle piante di John Tradescant, giardiniere del re d'Inghilterra, si trova, nel 1656, un non meglio specificato Malum insanum fruoto purpureo, e lo stesso Linneo ne fu influenzato dato che il primo nome che gli aveva attribuito era Solarium insanum, prima che, opportunamente, pensasse di cambiare insanum in un più prudente melongena (che produce mele o pomi).

Bisogna anche pensare che le forme dovevano essere notevolmente differenti da quelle odierne, poiché ora nessuno associerebbe l'idea della mela con la melanzana violacea lunga.

La pianta, eretta e molto ramificata, alta fino a un metro, nella specie tipo è molto spinosa, mentre le varietà coltivate hanno meno spine.

Le foglie, grandi, ovate, sono lobate e divengono quasi glabre sulla pagina superiore, ma rimangono fortemente tomentose al rovescio anche a maturità.
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I fiori hanno un calice con cinque sepali saldati e cinque lobi, sono persistenti e rivestono la base del frutto con un involucro spinoso che impedisce la colorazione dell'epicarpo in quel punto.

La corolla, formata dalla fusione di cinque petali, ha cinque lobi espansi ed è violacea.

I frutti sono bacche carnose con numerosi semi e possono avere forma, grandezza e colore variabili.

Nelle varie cultivar sono rotondi, ovati, piriformi o clavati, lisci o costoluti, bianchi o violacei.

La loro variabilità può essere spiegata con il fatto che, botanicamente, ne esiste una varietà esculentum, con frutti ovati, che comprende almeno due sottovarietà ben definite: serpentinum, con frutti molto lunghi e ricurvi, e depressum, con piante più basse a ramificazioni allargate e frutti piriformi.

In Italia le cultivar più diffuse sono quelle a frutto violetto, benché anche quelle bianche incontrino sempre maggior favore per il sapore meno acre e più delicato.

Possiamo ricordare: "Lunga nera di Napoli" con frutto violetto, allungato, quasi sempre a forma di clava; ne esistono due tipi, uno a produzione estiva e uno autunnale. Altre con frutto lungo sono: "Violetta lunga palermitana" "Baluroi" precoce, "Lunga nera di Rimini" "Lunga violetta di Lusia" Con frutto violetto ovale o tondo: "Black Beauty" "Tonda di Valencia" precocissima, "Tonda precoce siciliana viola" "Violetta tonda della Cina" "Mostruosa di New York" ha un caratteristico frutto grosso, a forma di sacchetto; può essere a frutto bianco o viola.
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"Violetta pallida di Firenze" ha frutti grossi, rotondeggianti, un po' costoluti, sfumati dal viola al bianco e, in generale, viola pallido; la polpa è bianca, pochissimo acida.

"Bianca ovale" ha frutti bianco avorio.

La coltivazione della melanzana richiede una temperatura piuttosto alta e regolare.

Nella coltura ordinaria la semina si fa perciò, per la raccolta estiva, in gennaio-febbraio in cassone riscaldato, oppure in semenzaio in giugno per il raccolto autunnale.

La semina può essere fatta piuttosto fitta, ma in questo caso, dopo circa due mesi, le piantine dovranno essere rimpiolate in vasetti di torba e mantenute al caldo fino al momento del trapianto in piena terra, che verrà fatto con tutta la zolla

Le semine di giugno, ovviamente, non necessitano di tale accorgimento.

Il trapianto sarà fatto in terreno lavorato profondamente (40-50 cm), possibilmente fin dall'autunno, concimato con letame, anidride fosforica e ossido di potassio, mentre i prodotti azotati saranno distribuiti durante lo sviluppo vegetativo, fino alla fioritura, ma in ogni caso superata la stasi del trapianto.

Le piantine, che dovranno presentare circa una dozzina di foglie, verranno messe a dimora in solchetti distanti circa 70 cm e lasciando 50 cm tra l'una e l'altra.

Lo sviluppo sarà favorito da frequenti irrigazioni, evitando però sempre l'umidità stagnante, mortale nemica di tutte le solanacee; sarà anche accompagnato dalle concimazioni azotate, da scerbature e da sarchiature.

Spesso, dopo il primo periodo di produzione, le piante vengono cimate, prima il fusto principale e poi i rami, in modo da incoraggiare un'ulteriore ramificazione che prolunghi la fruttificazione fino alla fine dell'autunno.

La raccolta è scalare, e si fa quando i frutti non hanno raggiunto la maturazione, in modo che i semi siano ancora immersi nella polpa e quasi impercettibili.
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Le melanzane sono molto soggette sia alle malattie crittogamiche sia ai parassiti animali.

Tra le prime sono molto pericolose la peronospora, l'antracnosi (Gloeosporium melongenae) e il Phoma solani che provoca la cancrena della parte basale, prevalentemente nei letti caldi.

Possono essere combattute con prodotti a base di rame o di captano, ma soprattutto mantenendo il terreno ben drenato e dosando le irrigazioni a seconda del bisogno.

Tra gli insetti, colpiscono la pianta le comuni larve delle nottue, gli afidi, ma principalmente la dorifora (Leptinotarsa decemlineata).

Si deve intervenire alla prima apparizione con prodotti a base di aziriphosmetile o di arseniati, ripetendo i trattamenti se necessario.

Le melanzane, frutto tipico dei paesi mediterranei, è praticamente uno dei piatti nazionali egiziani, e ricette per cucinare le melanzane ci giungono dalla Grecia, dalla Tunisia, ecc.

Ma anche le nostre regioni meridionali ne fanno grande uso, e la "parmigiana di melanzane" è uno dei piatti classici dell'Italia del Sud.

La preparazione è piuttosto semplice, ma per rispettare le regole e farla venire del tutto uguale a quella tradizionale, occorrerebbe quel formaggio fresco, la mozzarella, che è anche alla base della pizza napoletana.

Ciò non vuol dire che non possa essere fatta, in mancanza della mozzarella, con altro formaggio fresco che possa "filare" o con parmigiano grattugiato, ma certo non sarà la stessa cosa.

Occorre anche avvertire che. in linea generale, le melanzane (soprattutto quelle violacee), quando vengono tagliate a fette, si cospargono di sale e si lasciano per un po' di tempo a scolare perché perdano l'acqua amarognola che contengono, non gradita a tutti.
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I meridionali, però, non sono molto d'accordo su tale procedimento.

Si tagliano dunque le melanzane a fette e si pongono o no sotto sale, a piacere.

Si asciugano, si passano nella farina e nell'uovo battuto e si friggono.

Si sarà intanto preparata una salsa di pomodoro fresco con i normali aromi, e cioè cipolla, sedano, basilico e prezzemolo.

Si mettono allora le fette di melanzana fritte in una teglia oliata, a strati con il formaggio e poi la salsa; l'ultimo strato dovrebbe essere di fettine di mozzarella coperte con il pomodoro.

Si inforna la teglia in forno caldo per una decina di minuti, finché il formaggio non sia fuso e l'insieme ben riscaldato.

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