Machiavelli da vicino



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Machiavelli da vicino

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L'uomo che si macera al confino e "conversa" con gli antichi, e lo stesso che va a caccia di tordi, si svaga con amori villerecci, si burla dei paesani creduloni.
Gran festa per un'oca

C'è una vena segreta di poesia in tutte le opere di Machiavelli, e forse più nella prosa che nei versi, perché i versi di rado sono felici. Pochi sanno che la ereditò da sua madre.

Si chiamava Bartolomea de' Nelli e scriveva Laudi, ossia canzoni religiose, che sono andate perdute.

Ne dedicò la raccolta al figlio maggiore, Niccolò per l'appunto.

Doveva essere una di quelle donne gentili e svagate, più attenta ai suoi ritornelli pii che alle condizioni della barca familiare che faceva acqua da tutte le parti.

Se ne preoccupava invece il marito, dottore in legge e rigido amministratore delle risorse di casa.

Il ramo dei Machiavelli che faceva capo a Ser Bernardo era il più povero del parentado, e i congiunti meglio provvisti li guardavano piuttosto dall'alto in basso.

Un certo respiro venne con l'eredità dello zio Totto, non favolosa certo, ma sufficiente a uscire dai guai.

In memoria del benefico zio, Ser Bernardo chiamò Totto il suo secondo figlio maschio, che doveva poi farsi prete.

C'erano anche due ragazze dai nomi gentili, Primavera e Margherita, che grazie alle migliorate condizioni di casa si sposarono bene.

Fra tutti i familiari, fu con il padre che Niccolò ebbe il legame d'affetto più vivo.

Pure, Bernardo e Niccolò si somigliavano poco: il primo era economo, quasi taccagno, il secondo

spendereccio; uno amava la campagna e i poderi, l'altro la città e gli affari, specialmente politici.

Ma tutti e due trovavano un gran piacere nella conversazione, erano l'anima delle brigate, sapevano stare agli scherzi e conoscevano i buoni bocconi.

Una volta Ser Bernardo preoccupato della salute del figlio, che a Firenze, agl'inizi di carriera, tirava la cinghia, gli mandò dalla campagna una bella oca.

Fu una festa per il giovane, che invitò subito il fratello e gli amici a partecipare al banchetto.

Poi mandò al padre, a titolo di ringraziamento, un sonetto tra scherzoso e affettuoso, che concludeva cosi:
« Al fin del giuoco poi, Messer Bernardo mio, voi comprerete Paperi e oche, e non li mangerete ».

Quel sonetto fu poi ritrovato da lui, non senza malinconia, nel riordinare le carte del padre, che mori nel maggio del 1500.

Roba da poveri diavoli i libri a stampa

Si sente dire spesso, del Machiavelli, che s'era votato a scrivere solo perché gli era precluso l'agire; e fino a un certo punto l'asserzione potrebbe anche corrispondere a verità.

Ma se consideriamo le disgrazie politiche come prime responsabili delle opere del Segretario, dobbiamo allora considerare il padre primo responsabile delle sue letture.

La biblioteca di casa infatti era opera di Ser Bernardo, che di libri era un grande amatore Il figlio aveva trovato i volumi pronti, il che era stato un gran bene, considerando anche le magre risorse della famiglia, su cui le spese per i libri avrebbero gravato penosamente.

Le stesse Deche di Tito Livio, lettura antica e familiare per Niccolò, erano appartenute al notaio, che se ne era procurato un esemplare a stampa in un modo alquanto insolito, che vai la pena di raccontare.

Ser Bernardo era ancora un giovanotto quando la stampa incominciava a diffondersi in Europa; ed era da poco tempo sposato e padre di famiglia quando dei «libri stampati» s'introdussero anche nelle librerie fiorentine, con un certo ritardo rispetto alle altre città.

Il motivo della lentezza nell'accogliere una novità che stava rivoluzionando il mondo della cultura era tipicamente toscano, cioè fondato su valutazioni estetiche.

I nuovi libri non erano belli. Erano anzi, in confronto agli esemplari manoscritti, francamente scadenti: senza fregi, senza miniature, senza eleganze, con caratteri sovente sbavati e male allineati.

Costavano poco, è vero, in confronto a quegli altri che costavano un capitale: ma quel loro basso prezzo diceva chiaro quello che erano: roba da poveri diavoli.

Molti signori dichiaravano orgogliosamente, ad imitazione di Federico d'Urbino, di non volere libri a stampa nella loro biblioteca: se ne sarebbero vergognati.

Ma Ser Bernardo Machiavelli, dottore in legge, non aveva di queste ubbie: amava i libri, e siccome non poteva spenderci molto denaro, a volte li prendeva a prestito e li copiava da sé, oppure li comperava, per economia, prima che fossero rilegati e li faceva poi cucire insieme a basso prezzo da certi cartolai che conosceva.

Si può pensare dunque che abbia visto di buon occhio l'introduzione della stampa; e quando uno dei primi tipografi di Firenze, Niccolò della Magna, che stava preparando un « Livio », gli chiese di compilare l'indice dei luoghi, accettò con entusiamo.

In compenso per questo lavoro, che gli costò nove mesi di tempo e dodici quinterni di carta, il volume gli fu lasciato.

È su questo « Livio » che Niccolò Machiavelli doveva, più tardi, scrivere una delle sue opere maggiori: i Discorsi.

Strascichi di un testamento

Niccolò ebbe cura che fossero eseguite con esattezza le ultime volontà paterne.

Fra gli altri lasciti, il vecchio Machiavelli aveva destinato a un convento di monache una tavola d'altare dipinta, che alla sua morte non era ancora terminata.

Il desiderio però era stato espresso soltanto a voce, e le monache stavano in pensiero, timorose di vedersi togliere la loro bella tavola.

Niccolò, con un gesto gentile, ratificò la cessione del dipinto mediante un atto di donazione, in buona e debita forma.

Annotando il fatto nelle sue memorie, con soddisfazione, la priora suor Brigida del Paradiso annuncia che la comunità riconoscente avrebbe fatto celebrare ogni anno una Messa solenne « per l'anima sua e di chi dipinse la tavola ».

Il corpo di Ser Bernardo fu deposto in Santa Croce, nel sepolcreto dei Machiavelli.

Questa era l'usanza per le famiglie «bene».

Gli altri, i poveri diavoli, andavano a finire in fosse qualsiasi, o addirittura nel carnaio comune.

Qualche tempo dopo la sepoltura, però, uno dei frati di Santa Croce fece avvertire Niccolò che altri morti erano stati deposti abusivamente accanto a suo padre, e chiese disposizioni per farli rimuovere.

« Lasciateli stare » ribatté prontamente Machiavelli con un sorriso, che al monaco parve irriguardoso verso il padre, e invece era di semplice pietà verso quei poveri morti senza asilo : « Lasciateli stare. A mio padre piaceva la conversazione, e quanti più andranno a intrattenerlo, più sarà contento».

La Marietta e il suo caro « corbacchino »

« Monna Marietta fa mille pazzie... Le pare d'aver gettato via, sposando voi, la sua carne e la dote insieme: dunque tornate in nome del diavolo. »

Sono parole del collega d'ufficio Biagio Buonaccorsi a Machiavelli, in missione diplomatica; e la Marietta di cui si fa cenno è la figlia di Luigi Corsini, che Niccolò prese in moglie nel 1501 e che evidentemente sopportava male la lontananza.

Il marito non era accanto a lei nemmeno alla nascita del loro primo figlio, Bernardo, e la notizia del lieto evento gli fu inviata dal solito collega che aveva portato il neonato al fonte battesimale:
«Pare un corbacchio, tanto è nero».

L'altro padrino fu (e come poteva non esserlo?) il capo della prima Cancelleria, Marcello Virgilio Adriani.

Machiavelli a quell'epoca - novembre 1503 - si trovava a Roma, presso il neo-eletto papa Giulio II.

Appena ristabilita, scrisse anche la Marietta, e la lettera esiste ancora. La scrittura è piuttosto rozza (le intellettuali appartenevano ad altri ambienti: o principesse, o cortigiane d'alto bordo) ma le cose che dice sono deliziose: «Somiglia a voi, è bianco come la neve, ma ha il capo che pare velluto nero, ed è peloso, come voi, e siccome somiglia a voi mi pare bello... aperse gli occhi appena nato, e mise a rumore tutta la casa ».

Machiavelli dovette provare molta tenerezza nel leggere queste righe, pensando alla sua Marietta e al «corbacchino» appena nato.

E forse provò anche un poco di rimorso, perché Marietta si lamentava di aver ricevuto solo tre lettere in tutto, e lo pregava di scriverle più spesso.

Come la maggior parte degli Italiani, Niccolò era un marito affettuoso e un padre sollecito (ebbe poi una nidiata di figli, sette o otto, il numero è incerto), ma i buoni sentimenti non gl'impedivano di concedersi distrazioni, ogni volta che era possibile.

Descriveva poi tali distrazioni nelle lettere agli amici, i quali facevano lo stesso con lui.

Racconti, se non inventati di sana pianta, certo molto esagerati, per il gusto di sbalordire il prossimo.

Legami seri non ve ne furono; molte avventure sono anonime.

Si sa d'una certa Riccia, « cortigiana onesta», che Niccolò ogni tanto andava a trovare, e che non doveva gradir troppo le visite (accompagnate com'erano da pochi spiccioli) poiché lo chiamava « impacciacasa ».

In campagna poi c'era una malmaritata, forse una della famiglia Tafani, per cui Machiavelli prese una cotta.

La povera ragazza, abbandonata dallo sposo, voleva in qualche modo regolare la sua posizione, e Niccolò si adoperò per aiutare lei e il fratello con raccomandazioni a Roma.

Voleva anche «dello stamettio azzurro » per un paio di calze, e Machiavelli daccapo a scrivere.

Un amore campagnuolo, un paio di calze alla moda, celesti: forse un modo di dimenticare - per ambedue - il fallimento delle speranze.

Andava a caccia e suonava il liuto

Lo sport favorito del Machiavelli era la caccia, inveterata passione dei Toscani, e soprattutto l'uccellagione, mediante le panie e le reti.

Questo sistema crudele, che del resto è in uso ancor oggi, per lui costituiva un passatempo, un « badalucco », e a volte anche un modo di sfogare l'umore dispettoso e la tensione accumulata, come ai tempi del suo confino a Sant'Andrea in Percussina.

Si descrive da sé in quell'epoca, in una lettera famosa, in atto d'uscire di casa sull'alba, di primissimo autunno, con le gabbie degli uccelli da richiamo e le panie e le reti, carico come un facchino, e tutto per acchiappare « al minimo due, al massimo sei tordi ».

Di questi tordi, ne mandò una volta un mazzo in città, a Giuliano de' Medici, a cui attribuiva il merito della sua liberazione dal carcere, accompagnandoli con una preghiera in versi: «lo vi mando, Giuliano, alquanti tordi, Non perché questo don sia buono o bello, Ma perché un po' del pover Machiavello Vostra Magnificenza si ricordi ». Sua Magnificenza mangiò i tordi, ma continuò a lasciare il «povero Machiavello» - che gli amici a volte chiamavano «Machia» nel suo esilio campagnuolo.

Oltre alla caccia, gli piacevano tutti gli sport all'aria aperta, le cavalcate, le corse, le passeggiate a piedi.

In sella aveva una grande resistenza, il che gli tornava utile in missione, quando la tirchieria del governo verso i funzionari distaccati all'estero obbligava lui e i colleghi a noleggiare cavallacci di seconda scelta, che allungavano considerevolmente la durata dei viaggi.

Insieme agli sport, Machiavelli amava la lettura: non solo a scopo di studio, ma come passatempo.

I gravi libri di storia li lasciava per le veglie serali; ma quando usciva a uccellare nei boschi non dimenticava di cacciarsi in tasca un volumetto, poesie di preferenza: Dante o Petrarca fra gli autori italiani; Ovidio, Tibullo o altri poeti d'amore fra i Latini.

Diceva che quei versi appassionati gli ricordavano il tempo felice della sua giovinezza.

Era del pari sensibile alla musica e gli piaceva suonare il liuto.

Le altre arti invece lo lasciavano indifferente.

Sotto questo aspetto era un fiorentino degenere.

In tutti i suoi libri non si trova che un accenno fuggevole al Rinascimento.

In missione a Roma, dopo essersi pasciuto sui libri di Livio e di Plutarco, delle memorie della grandezza antica, non ha uno sguardo per le maestose rovine: il suo spirito d'osservazione è tutto rivolto alla vicenda umana.

Per il paesaggio che lo circonda non dimostra nemmeno la superficiale curiosità del turista: si direbbe che non lo veda neppure.

Al campo con Giovanni dalle Bande Nere

Com'è noto, una delle idee fisse di Machiavelli, sostenuta con vigorosi argomenti in molti scritti e anche tradotta in pratica - ma con poco successo - quand'era segretario dei Nove della Milizia, riguardava l'organizzazione di un esercito cittadino.

In ogni epoca della sua vita le cose militari ebbero per lui un grande fascino: ne discuteva, ci si appassionava, trinciava giudizi.

Ai tempi della Lega di Cognac, stretta da papa Clemente VII con i Veneziani, i Francesi e i Fiorentini contro gli Ispano-imperiali, Niccolò si spinse un giorno fino al campo sotto Milano, dove c'era Giovanni dalle Bande Nere con l'esercito.

Andarono subito d'accordo, e a Machiavelli non parve vero di poter sfoderare le sue teorie alla mensa dello Stato Maggiore, in lunghe discussioni sull'arte della guerra.

Allora Giovanni s'incaricò di dimostrargli che distanza corre tra il dire e il fare.

Una bella mattina di fine luglio, con un caldo da tramortire, gli affidò tremila fanti perché glieli ordinasse in schieramento da battaglia.

Fu uno spettacolo tutto da ridere, per lo meno per Giovanni e gli altri dello Stato Maggiore che stavano a vedere; non certo per quei poveri fanti che, in tenuta da guerra, sotto il solleone che picchiava, dovettero seguitare per due ore ad andare su e giù, in una baraonda sempre crescente, seguendo gli ordini di Niccolò che gesticolava, imprecava e si contraddiceva.

La confusione era al colmo quando Giovanni si decise a dare una mano all'apprendista stratega: « Bisognerà che ci pensi io a cavarvi d'impaccio, altrimenti qui non si va più a desinare ».

E in meno che non si dica, con quattro ordini secchi e un po' di rullo di tamburi, rimise ordine nel caos, fece compiere ai soldati delle manovre impeccabili e li avviò, in bella formazione, ai loro quartieri.

Quindi il condottiero invitò a pranzo il Segretario, e cortesemente lo pregò di narrare una delle sue novelle.

Aveva una gran paura dell'Inferno

Machiavelli, come molti Italiani del suo secolo, era un tiepido cattolico e, occasionalmente, un anticlericale.

Aveva assistito, da giovane, alla veemente predicazione di fra Gerolamo Savonarola, ma con scetticismo; ed anzi, dopo che il monaco peri sul rogo per l'implacabile ostilità dei suoi avversari politici, non si fece scrupolo di sogghignare su quella fine.

Machiavelli non era uomo da sprecare pietà per i vinti: seppe ridere anche di se stesso, quando era in carcere, con le membra slogate dalla tortura.

Nella pratica religiosa, di cui molti suoi contemporanei curavano di mantenere almeno l'apparenza esterna, era distratto e discontinuo: scrivendogli da Roma, l'amico Vettori gli muove l'appunto di essere portato a trascurare le messe e le prediche.

Ogni tanto però ci andava, e allora lo prendeva una gran paura dell'Inferno, come quando gli capitò di sentire padre Francesco da Montepulciano, che tuonava dal pulpito; e all'uscita di chiesa, invece di recarsi dalla Riccia - la cortigiana sua amica - come in un primo tempo aveva stabilito, ci ripensò e cambiò strada.

A somiglianza di molti individui di tiepida fede, era superstizioso; aveva timore dei prodigi e dei segni di malaugurio; rammentava con sbigottimento come, alla vigilia della morte di Lorenzo il Magnifico, un fulmine si fosse abbattuto sul duomo, nella direzione dov'era la casa dei Medici, presagio sicuro di catastrofe.

Sul finire del 1511, ritornando da Pisa, rimase allibito a sentire che una folgore, abbattutasi sulla torre del Palazzo Vecchio, passando per la Cancelleria aveva rovinato tre gigli d'oro che stavano sulla porta: non c'era da sbagliare, segno non dubbio di guai per il re di Francia e per il governo fiorentino suo alleato.

Ad ogni buon conto, Machiavelli pensò che era bene fare il suo testamento.

Il testamento, come succede, gli portò fortuna, e difatti doveva poi redigere quello definitivo undici anni dopo, e non gli sarebbe servito per altri cinque.

Al momento supremo, però, mori da buon cristiano.

Perse la testa per la bella Barbara

Fuori Porta San Frediano, nella casa d'un ricco plebeo.

Jacopo Fornaciaio, soleva riunirsi una compagnia varia e vivace.

C'era un po' di tutto: nobili, plebei, parassiti, personaggi politici, artisti, affratellati dal comune amore per la buona tavola e la vita allegra.

Il Fornaciaio non badava a spese, e le sue feste avevano una grande rinomanza.

Fu in questo ambiente che Niccolò, ormai sui 55 anni, incontrò la Barbera (oggi si direbbe Barbara), forse della famiglia Salutati.

Era una giovane cantante, molto bella, capricciosa. Niccolò ci perse la testa. Fu un tipico amore dell'età matura, carico di ansie, di gelosie, di ripicchi.

Gli amici ne sorridevano e ci facevano sopra infiniti giuochi di parole, ora domandandogli con aria sorniona come andavano le cose in Barberia (questo nome designava l'Africa di nordovest) ora rinfacciandogli di essere sempre «alla staffa della barbera» (barberi venivano chiamati i cavalli da corsa).

Ci fu anche chi si prese la briga di scrivere al fratello della Marietta, per informarlo della condotta del cognato: lettera inutile, ché ormai il fatto correva sulla bocca di tutti. Probabilmente per sollecitazione di lei fu scritta la seconda commedia di Machiavelli, la Clizia.

La prima, cioè la Mandragolai, stava ottenendo un gran successo in un teatro privato di Firenze, e il Fornaciaio aveva voglia di farla replicare in casa sua. Allora il « Machia » o per compiacere l'anfitrione, o per farsi bello agli occhi della Barbera, si lasciò andare a promettere una commedia nuova, sebbene il tempo fosse limitatissimo.

E cosi nacque la Clizia, messa in scena nella casa fuori Porta S. Frediano, alla presenza d'uno sceltissimo pubblico fra cui primeggiava Ippolito de' Medici.

Fu un successo strepitoso, di cui l'eco si sparse fuori Firenze, non senza qualche voce di scandalo sorta appunto per l'audacia della commedia.

Vi era in essa qualche riflesso dell'amore senile di piccolo per una bella e giovane donna. Fedele alla propria abitudine, di ridere anche nel pianto, il «Machia» canzonava ed esagerava se stesso nel personaggio, del vecchione innamorato, Nicomaco.

Una triste consapevolezza della vanità di quel legame si riflette persino nelle canzoni da lui scritte per la Barbera: « Ne doler mi poss'io Di voi, ma di me stesso, Perch'io vedo e confesso Come tanta beltadeAma piuverdeetade...».

E lei, la cantante, dava anima ai versi mediocri con la sua voce pastosa e piena.

Da consigliere di principi a « cantautore » per una bella donna.

Il passo è lungo; e non ci voleva di meno, per compierlo, che un amore nella stagione dei capelli bianchi.

Una beffa fiorentina nella città di Carpi

Nel maggio del 1521, dopo più d'otto anni di lontananza dai pubblici uffici, Machiavelli ebbe finalmente un incarico diplomatico dai Medici: non presso un sovrano né presso il pontefice come nel passato, ma semplicemente al Capitolo Generale dei Frati Minori (detti dal popolo Zoccolanti per le rozze calzature che portavano, in omaggio allo spirito di povertà).

Questo Capitolo, o riunione plenaria, si teneva a Carpi, nei pressi di Modena. Machiavelli era incaricato di presentare ai monaci le istanze della Signoria fiorentina, o meglio del cardinale Giulio de' Medici, al quale premeva che i conventi minoriti del dominio di Firenze fossero separati dagli altri della Toscana.

Era un incarico insignificante, e difatti Francesco Guicciardini, che era in quell'epoca governatore a Modena, buon amico del « Machia », ricordando le missioni importanti che aveva svolte in altri tempi Niccolò, rise con amarezza di quest'ambasceria « alla repubblica degli Zoccoli ».

Di li a qualche giorno, giunse un'altra incombenza, ancora più curiosa, da parte dei consoli dell'Arte della Lana: Machiavelli doveva sollecitare dai frati, per la prossima Quaresima in duomo, l'invio d'un predicatore rinomato, certo P. Giovanni Gualberto detto il Rovaio.

Nuova ilarità di Guicciardini: dare un'incombenza simile a Niccolò, tiepido cattolico com'era, equivaleva a incaricare i più noti invertiti di Firenze (e ne fece i nomi) di trovar moglie a un amico.

A sua volta il Rovaio, interpellato, fece il diffìcile. Era già stato a Firenze a predicare e non voleva più tornarci. Il motivo ? Questo: durante la missione era riuscito a ottenere che alle prostitute fosse reso obbligatorio il pezzotto giallo sul capo, come in altre città d'Italia, a insegnadel mestiere; ma invece ora una sua sorella gii scriveva che il decreto stava diventando lettera morta: « Le vanno come pare a loro, e le menano la coda più che mai ».

Machiavelli dovette sfoderare tutte le risorse della sua eloquenza, con esempi « d'Atene e di Roma », per ribattere gli argomenti del frate, e non pare approdasse a molto. Anche la missione principale fini in un mezzo fallimento.

Ma intanto l'andirivieni dei corrieri fra Modena e Carpi (poiché Guicciardini voleva essere informato di tutto e si divertiva un mondo) aveva destato la curiosità dei Carpigiani, e soprattutto del padrone di casa di Machiavelli, il quale cominciava a dirsi che il suo ospite doveva essere un uomo molto importante.

E Niccolò, per confermarlo nell'idea, subito a raccontare che l'imperatore era atteso a Trento, e doveva incontrarsi con il re di Francia, e forse era questione d'una nuova Crociata, o di minacce dei Turchi alla cristianità. L'uomo spalancava tanto d'occhi, allibito, e tutto il paese fu presto a rumore.

Guicciardini, per aggiungere credito all'amico, gli fece recapitare certi messaggi «venuti da Zurich », con tanto di bolli e di sigilli, in modo che prendesse consistenza la voce d'una questione internazionale da risolversi li, a Carpi.

I corrieri facevano in paese entrate drammatiche, a briglia sciolta, coperti di sudore, agitando fasci di carte, e giunti davanti a Niccolò s'inchinavano fino a terra, balbettando parole come « messaggio segreto » e « massima urgenza ».

La beffa andò avanti fino ai limiti del possibile, procurando a Machiavelli « pasti gagliardi e letti

gloriosi » nella repubblica degli Zoccoli, dove ogni cittadino gareggiava nel fargli onore. Come molte burle fiorentine, aveva un fondo di tristezza, che tutti e due gli amici avvertivano; e forse quel loro riso serviva a superare l'amarezza.

Disse spesso di no contro il suo interesse

Nessuno può dirsi cosi cattivo scolaro dei precetti di Machiavelli quanto Machiavelli medesimo.

Tutta la sua vita ne è una palese contraddizione.

Lui che predicava ai suoi simili l'utilità dell'essere ritenuti buoni, anche se in realtà non lo si è affatto, sembrava trovasse un gusto perverso nel farsi credere peggiore di quello che in effetto era.

Quando scriveva all'amico Guicciardini di essersi da un pezzo « addottorato nel dir bugie », sapeva benissimo di dire una bravata senza fondamento (e lo sapeva del pari il suo corrispondente).

Tutta la vita fu profondamente onesto.

Avrebbe potuto arricchirsi nelle cariche che esercitò - in un'epoca in cui l'abuso dei pubblici uffici era cosi comune da costituire quasi una norma generale -e invece servi disinteressatamente un governo ingrato, e quando dovette lasciare il suo posto era più povero di quando vi era entrato.

Avrebbe potuto essere assunto come segretario dal principe Prospero Colonna - il cugino del famoso Fabrizio da lui lodato nell'Arte della guerra - per uno stipendio veramente ottimo: duecento ducati d'oro, al netto di tutte le spese.

Bastava dicesse di si e il posto era suo: ma lui, che in quell'epoca non arrivava a guadagnare la quarta parte della somma scrivendo le Storie, rispose invece di no: per non mancare all'impegno preso, per non lasciare Firenze e perché la vita del cortigiano non era fatta per lui.

Tutto ciò è per lo meno curioso, da parte d'un uomo che sosteneva che l'interesse è la molla più potente delle azioni umane.

Si compiacque di descriversi agli amici in avventure e situazioni licenziose - molte delle quali paiono inventate di sana pianta - ma poi nella realtà fu un marito, se non fedele, certo premurosissimo, e un padre dei più teneri.

Non si fece scrupolo di dileggiare preti e frati, e a volte si compiacque di passare per empio (mentre nel Principe raccomandava di ostentare grande religiosità) ma fece battezzare i suoi figliuoli, curò che avessero un'educazione cristiana, ed egli stesso - cosa che pochi sanno - scrisse sul tramonto della vita una Esortazione alla penitenza piena d'un doloroso fervore e della cristiana consapevolezza del peccato.

Naturalmente l'atteggiamento di Machiavelli antimachiavellico è soltanto una delle multiformi, contrastanti opinioni sulla personalità di lui, che osservata

da diversi angoli visuali appare effettivamente diversa. Forse, la chiave per l'enigma della sua personalità è data da un passo delle Storie: «Si vedeva in lui essere due persone diverse, quasi con impossibile congiunzione congiunte ».

Un figlio scapestrato

« Spendete meno che potete » è la chiusa d'una lettera di Machiavelli a suo figlio Guido, e in verità le preoccupazioni per la sua numerosa famiglia pare che non lo lascino un istante.

Quanti fossero al giusto i figliuoli è difficile da stabilire, perché come in tutte le famiglie d'una volta parecchi morirono piccini o appena nati; ma comunque la nidiata era grossa: «carico di figliuoli» è descritto Niccolò in una commendatizia dell'amico Francesco Vettori.

Quelli che superarono l'infanzia non gli dettero, poi, troppe consolazioni. Bernardo, il primogenito, valeva poco: il padre se lo aggregò come aiutante nel 1526, quando fu nominato sopraintendente alle fortificazioni delle mura, ma non c'era da farci conto; anche in campagna, amministrando i poderi di famiglia, si era dimostrato pigro e mediocre.

Lodovico era qualcosa di peggio: giovanissimo, cominciò a dar filo da torcere alle guardie. Fu arrestato una prima volta per aver

bastonato un notaio, una seconda per rissa e ferimento, una terza per un'altra rissa a motivo d'una prostituta. Il padre lo spedi in Levante, a far pratica di mercatura: di là scriveva ogni tanto delle letteracce, piene di violenza e d'ingratitudine (una giunse a Machiavelli alla vigilia della morte).

I più piccoli Guido, Piero, la Baccina e Totto, davano meno pensiero: Guido era serio e giudizioso, di salute gracile, amava lo studio e sarebbe poi divenuto prete: il babbo si specchiava in lui e gli scrisse una volta una lettera graziosissima, a proposito d'un puledrino capriccioso e un po' matto, a cui il ragazzo era molto attaccato. Abbiamo anche una lettera del ragazzo, che annuncia al babbo di aver studiato i participi latini e letto le Metamorfosi di Ovidio.

A Piero, che aveva tredici anni alla morte del padre, dobbiamo la descrizione della fine di lui, cristiana e serena.

Da vero Machiavelli, Piero doveva più tardi scrivere di questioni politico-militari.

Ma la frase sua più nota è forse quel sospiro che conclude la lettera inviata a uno zio per annunciargli la morte del padre, e che riassume tutta l'atmosfera di casa Machiavelli:
«Ci ha lasciati in somma povertà, come sapete ».

Una povertà relativa, tuttavia, perché i Machiavelli avevano casa in proprio in città e il poderetto in campagna: le loro condizioni economiche erano assai migliori di quelle del proletariato delle Arti minori.

Le pillole fatali

Di che cosa mori, esattamente, Machiavelli? È uno di quegli enigmi destinati ad avere tante ipotesi e nessuna soluzione.

Una volta era di moda dire che mori "di crepacuore" per il dolore di vedersi caduto in sospetto alla nuova Repubblica, dopo aver tanto patito per causa dei Medici: ed è un fatto che il 10 giugno il quasi sessantenne Niccolò vide restaurare le istituzioni repubblicane, vide eleggere altri segretari, e dodici giorni dopo era morto.

Oggi invece si pensa diversamente: senza dubbio la tensione e lo smacco subito ebbero un effetto deleterio sulla sua fibra, già molto provata; ma il crollo si dovette anche alla presenza di un'appendicite cronica o di un'ulcera gastrica, degenerata poi in peritonite acuta.

Questa fu provocata - sembra - dall'uso indiscriminato di certe pillole, durante un attacco del male.

Il figlio Piero, descrivendo ad un parente la morte del padre, dice che Niccolò è morto il giorno 22 di giugno «di dolori di ventre, cagionati da un medicamento preso il di 20».

Machiavelli soleva ingerire queste pillole per trovare sollievo ai dolori di stomaco o di testa (evidentemente causati da cattive digestioni, visto che, quando poteva, mangiava « per sei cani e tre lupi » secondo la sua stessa definizione).

Era fiero della bontà del rimedio e ne dava volentieri la ricetta agli amici. Eccola, desunta da una lettera al Guicciardini:

Aloèipatico - dramme 1 e 1/2 Carmen deos (sic) dramme 1 Zafferano » 1/2

Mirra eletta » 1/2

Brettonica » 1/2

Pimpinella » 1/2

Bolo Armenico » 1/2

Alla misteriosa voce Carmen Deos sembra si possa sostituire Cardam (omum) Dios (co-ridis).

Un clinico moderno esegui delle prove con le pillole del Machiavelli, che risultarono innocue: difatti il segretario fiorentino ne aveva fatto uso, senza danno - anzi, a sentir lui, con vantaggio - per vario tempo; ma è chiaro che, durante un attacco d'appendicite, e forse in dosi più forti del consueto, potevano riuscire fatali.

All'Inferno a discutere di politica

Machiavelli fu in ogni epoca della sua vita un delizioso novellatore: le testimonianze di questo suo talento sono abbondanti, anche se, di novelle vere e proprie, lui personalmente non ne lasciò scritta che una, quella di Belfagor Arcidiavolo.

E anche giunto alle soglie della morte, non smenti il suo carattere.

Narrò infatti a chi l'assisteva di aver avuto un sogno. Gli era apparsa una folla di miserabili: mendicanti, cenciosi, dall'aria famelica, coperti di piaghe.

Alla sua domanda, di chi si trattasse, qualcuno aveva risposto che erano i beati destinati al Paradiso, secondo la promessa evangelica: Beati i poveri, poiché di essi è il regno dei Cieli.

Subito dopo aveva visto una turba di nobili personaggi, in abiti conformi alla loro dignità e grado, che discutevano gravemente di storia, di filosofia e di politica.

Fra costoro riconobbe Platone, Plutarco, Tacito e altri sapienti dell'evo antico. E la solita voce spiegava: « Questi son destinati all'inferno, poiché sta scritto: La sapienza di questo mondo é nemica di Dio ».

Infine, dileguatisi anche i saggi, gli fu chiesto con quale dei due gruppi desiderava andare per l'Eternità, « Con i sapienti, naturalmente » rispose Machiavelli « meglio all'Inferno a discutere di politica con loro, che in Paradiso con quei disgraziati di prima».

Fu l'ultima sua novella, e insieme l'ultima beffa. Nella realtà, la sua scelta fu ben diversa. Infatti, congedatosi serenamente dai buoni amici che piangevano, rimase solo con i suoi cari e con un pio monaco, Frate Matteo, al quale confessò i suoi peccati; e ne ricevette i conforti religiosi. Il monaco gli restò accanto fino alla fine.

Era il 22 giugno 1527: fu seppellito in Santa Croce.
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