Machiavelli i dialoghi sull'arte della guerra



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Machiavelli i dialoghi sull'arte della guerra

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Negli anni in cui Machiavelli bussava inutilmente all'uscio dei Medici, sprecando le dediche e le raccomandazioni degli amici influenti, un'altra casa fiorentina si apriva invece a dargli accoglienza e conforto.

Era la severa dimora patrizia che Bernardo Rucellai e suo figlio Cosimo - infermo nelle membra, ma alacre e scintillante nello spirito - possedevano nei pressi di Santa Maria Novella.

La casa dava su un giardino, che esiste ancor oggi: vasto, ombroso, segregato dal mondo esterno per mezzo di alto muro; e in questo giardino soleva riunirsi uno scelto gruppo d'intellettuali e di personaggi in vista, tenendo delle specie di «tavole rotonde » sugli argomenti che sollecitavano gli interessi del momento.

Nell'ambiente stimolante degli Orti Or ice Ilari, ossia dei giardini di casa Rucellai, Machiavelli si trovava a suo agio: c'erano uomini che stimavano la sua intelligenza, comprendevano i suoi umori, rispettavano le sue sventure.

E qui nacquero i Dialoghi sull'Arte della guerra: opera originalissima, in forma di colloquio come dice il suo nome; gli interlocutori sono quegli stessi Fiorentini che frequentavano gli Orti Oricellari ; lo sfondo, quel medesimo giardino.

I Dialoghi, in sette libri, sono in stretta connessione con le teorie machiavelliche sugli eserciti nazionali, già esposte nel Principe; tanto da potersi considerare, dal punto di vista del pensiero ispiratore, quasi un corollario, una logica conseguenza dei famosi capitoli XII, XIII e XIV, dedicati al problema della milizia.

Il posto d'interlocutore principale - quasi vorremmo dire, con termine odierno, di « direttore del dibattito » - è dato da Machiavelli a don Fabrizio Colonna, uno dei più rinomati capitani dell'epoca, che fu di passaggio a Firenze nel 1516.

In tale data sono collocati questi immaginari Dialoghi, in cui echeggiano tuttavia - né potrebbe essere diversamente - dibattiti e discussioni che ebbero effettivamente luogo negli Orti Oricellari.

Gli altri interlocutori sono il padrone di casa, Cosimo Rucellai, e i suoi amici Zanobi Buondelmonti, Luigi Alamanni e Battista della Palla, giovani intellettuali ben noti a Machiavelli.

Zanobi Buondelmonti, che era un grande amico anche di Ludovico Ariosto e l'ospitò nella sua casa in piazza Santa Trinità, è, insieme a Cosimo, il dedicatario dell'opera.

I Dialoghi riprendono e ampliano la polemica contro le compagnie di ventura mercenarie, già presentate nel Principe.

Machiavelli aveva visto questo tipo di soldati all'opera al tempo della guerra di Pisa, e ne serbava un ingrato ricordo.

Si deve tenere presente,tuttavia, che la Repubblica fiorentina, per la gran tirchieria dei governanti, ingaggiava regolarmente le truppe che costavano meno, e non c'è da meravigliarsi che i risultati fossero deludenti.

I capitani che si facevano pagare di più sapevano anche combattere meglio.

La categoria non era poi cosi infida e fannullona come Machiavelli si ostina a presentarla, e aveva avuto ottimi rappresentanti.

Un disegno tratto dalla prima edizione dei Dialoghi sull'Arte della guerra

Federico d'Urbino, ai suoi tempi, era stato un condottiero di primissimo ordine, e con i proventi delle campagne di guerra aveva mantenuto e abbellito il suo piccolo Stato.

Cosi pure Francesco Sforza, che del resto anche Machiavelli ammirava.

Tuttavia egli vedeva giusto quando collegava la sua nuova concezione dello Stato a una nuova concezione delle armi e dei problemi militari.

L'originalità dell'opera è tutta qui; nell'abbinare la questione politica a quella strategica, sia per la difesa quanto per l'offesa.

Il servizio militare - sostengono i Dialoghi- non deve essere posto alla stregua di qualsiasi altro mestiere che serva a campare la vita.

Deve essere piuttosto un obbligo morale.

I cittadini, arruolati e addestrati in precedenza, al momento del pericolo o del bisogno devono essere in grado di prendere le armi in difesa della patria.

Niente esercito permanente, però; e niente ufficiali di professione: finita la guerra tutti tornano alle loro consuete occupazioni.

Questo è evidentemente un errore di giudizio da parte del Machiavelli, specie in un'epoca come la sua, in cui si stavano formando all'estero saldi eserciti stabili; ma il pensiero fondamentale - di ridare cioè un'idealità e dei motivi morali al mestiere militare - è senza dubbio nuovo e nobile.

Interessanti anche le idee tattiche degl'immaginari interlocutori.

Il nerbo degli eserciti deve essere la fanteria - l'arma nuova dei tempi moderni, che si va sempre più affermando nei confronti della cavalleria, cara all'età feudale.

Questa può ancora esser utile, per le ricognizioni, le scorrerie, gli inseguimenti; ma l'epoca in cui poteva decidere da sola l'esito d'una battaglia è definitivamente tramontata.

Il modello ideale di Machiavelli - e, di riflesso, quello dei suoi dialoganti - è ancora la legione romana; ma vi sono alcuni cambiamenti eseguiti dalle truppe svizzere e da quelle spagnole.

(La fanteria spagnola è in quest'epoca la più temibile d'Europa come potenza d'urto; e gli Svizzeri, nel corso del Quattrocento, si sono conquistata la fama di combattenti formidabili.)

Si passa quindi a discutere di come questo esercito ideale debba essere arruolato, ordinato, istruito; come debba marciare, porre gli accampamenti, muovere a battaglia; quale sia il modo migliore di fortificare le città contro gli assedi.

Affrontando queste e altre questioni di strategia e tattica militare per bocca dei suoi personaggi, Machiavelli mette a profitto, come sempre, le due lezioni: quella della realtà e quella della storia.

Ciò non gl'impedisce di cadere a volte in errori di valutazione, come quello che abbiamo visto a proposito degli eserciti permanenti, o come la mancata intuizione dell'importanza che stavano per assumere, nell'avvenire, le armi da fuoco.

Ma queste ultime, all'epoca sua erano ancora ai primissimi stadi di evoluzione, scomode, di difficile maneggio, e sovente peggio che inutili: la sua sfiducia, dunque, in qualche modo era giustificata.

Nell'avere intuito la stretta interdipendenza del problema politico e del problema militare, come nell'avere affermato la necessità che uno Stato, capace di crescere e vivere da sé, debba anche bastare a crearsi un valido esercito, sta la vera originalità dell'opera.

È in virtù dei Dialoghi che Machiavelli merita il titolo di primo classico moderno di cose militari.
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