Machiavelli i discorsi sopra la prima deca di Tito Livio



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Machiavelli i discorsi sopra la prima deca di Tito Livio

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Quando Machiavelli incominciò a lavorare al Principe, nell'autunno del 1513, lasciò interrotta un'altra opera storico-politica, di più ampio respiro, che riprese in mano più tardi, finito il celebre trattatello: si tratta dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, terminati poi intorno al 1519, e mai pubblicati dall'autore, che li andava però leggendo agli amici degli Orti Oricellari. (La prima edizione dei Discorsi usci a Roma, nel 1531.)

Lo storico romano, è noto, suddivise in gruppi di dieci i suoi libri, che narrano gli avvenimenti «dalla fondazione di Roma » (tale è infatti il titolo).

Di queste decadi, o deche, soltanto la prima è giunta integralmente ai posteri: delle altre si hanno dei frammenti, più o meno estesi.

È anche questo un aspetto del vasto naufragio della cultura greco-romana, conseguente alla calata dei barbari; e il caso di Livio non è nemmeno dei più lacrimevoli, poiché quello che rimane (insieme ai « condensati » fatti da autori più tardi) è sufficiente a darci una idea della importanza dell'opera e delle idealità dello scrittore.

Livio, benché scrivesse agli albori dell'età imperiale, sotto il buon Augusto, è il celebra-tore delle glorie dell'età repubblicana: all'antica e libera repubblica, ormai sepolta, va tutta la sua nostalgia.

E Machiavelli, nei suoi Discorsi - scritti, si noti bene, quasi contemporaneamente al Principe, in cui si faceva consigliere di tiranni - mostra anche lui una netta preferenza per i regimi repubblicani.

Questo doveva dar luogo a un'infinità di equivoci tra i suoi commentatori.

I Discorsi non sono un'analisi che segua passo passo l'opera di Tito Livio.

Sono piuttosto una serie di dissertazioni intorno a vari passaggi del testo livlano: passaggi che Machiavelli sceglie, senza farsi scrupolo di scavalcare, a volte, i confini della prima Deca, seguendo le necessità della tesi che si propone.

Formano un'opera di largo respiro, armoniosamente divisa in tre parti: quella iniziale tratta dei problemi interni, inerenti al governo dello Stato; la seconda, di come si possa dilatarne il dominio perseguendo una politica di prestigio e di prosperi successi all'estero; la terza, infine, esamina le condizioni necessarie alla stabilità degli Stati e solleva vari problemi sul loro crescere e decadere.

Il fondatore d'uno Stato non può essere che un signore assoluto (e qui riecheggia la pagina finale del Principe), perché solo un'energica volontà individuale può superare gli ostacoli dell'impresa.

Ma alla conservazione degli Stati serve meglio il regime libero e democratico, perché in esso tutti i cittadini sono chiamati a collaborare al bene comune, e l'alternarsi al potere dei vari partiti rende più facile allo Stato seguire l'andamento dei tempi.

La forma ideale di governo è dunque la repubblica, a giudizio del Machiavelli; ma per evitare gli alti e bassi delle lotte fra i partiti, di cui a Firenze erano ancora freschi certi terribili ricordi, può essere consigliabile anche una forma mista di governo, in cui il potere regio sia temperato dai nobili e dal popolo: qualcosa di simile alle moderne monarchie costituzionali.

Davanti al bene dello Stato, ogni altro interesse passa in sottordine.

La religione stessa, per Machiavelli, diventa uno strumento di governo: la considera strettamente dal punto di vista del vantaggio che lo Stato può trarne - il che equivale a snaturarla del tutto.

Nei Discorsi egli non esita ad affermare una certa parzialità verso il paganesimo degli antichi, che, alimentando ideali di gloria personale e mondana, li incita a magnanime imprese.

Versione spagnola dei Discorsi, 1555

Del tutto negativa invece, dal punto di vista politico, gli appare l'esaltazione degli umili fatta dal cristianesimo, come pure il pensiero d'una giustizia ultraterrena.

Siamo alla vigilia della grande crisi della Riforma, destinata a spaccare in due la cristianità occidentale; e un segno dei tempi si coglie anche in questo povere e mutilo concetto che hanno, della religione, uomini della statura di Machiavelli.

Il cristianesimo viene degradato ad un puro e semplice mezzo per governare.

I Discorsi hanno, nei confronti del Principe un andamento più grave e più disteso, meno concitato e commosso.

Lo stato d'animo dello scrittore è diverso, e perciò anche il tono varia: il Principe è una specie di manifesto, di libello politico, i Discorsi sono un trattato di tecnica di governo.

Tuttavia le idee fondamentali sono le medesime, né potrebbe essere diversamente: quando Machiavelli arriva a trattare dell'interesse dello Stato, la spregiudicatezza delle idee e il rigido estremismo delle conclusioni rammentano molto da vicino i capitoli più malfamati del Principe.

L'uomo politico, egli afferma, non deve esitare davanti alla violenza, alla crudeltà, alla frode, se queste giovano allo Stato.

Esistono addirittura a suo parere, delle «tristizie generose», ossia delle azioni riprovevoli dal punto di vista morale - in altre parole, autentiche canagliate -, che diventano belle in quanto giovano a un nobile scopo.

Si giunge cosi al famoso assioma del «fine che giustifica i mezzi »: Machiavelli non lo pronunciò mai, o almeno non lo scrisse, ed esso ha il potere di rendere furiosi i suoi commentatori; eppure, l'aforisma non si discosta troppo dal pensiero machiavellico; e del resto una frase delle Lettere ci va molto vicino.

In questa luce egli analizza la storia, non come concatenazione d'eventi in cui la provvidenza di Dio lavora, ma come opera esclusiva di forze umane e naturali.

Anche qui compare la virtù dell'uomo, intesa come energia di volontà capace di imporsi alla fortuna, cioè al gioco delle circostanze; anche qui echeggiano idee care a Machiavelli, come quella delle milizie nazionali su cui riposa la sicurezza dello Stato.

I fenomeni politici vengono osservati con fredda e spassionata obiettività, come attraverso un'indagine scientifica: la tecnica delle congiure, la tecnica dei colpi di stato; come si soffoca la libertà popolare; come si affrontano i partiti d'opposizione; come ci si riguarda da un complotto e come si fa a metterne in piedi uno, e ad assicurarsi che riesca.

Il fatto che Machiavelli appaia nei Discorsi favorevole a un regime democratico, sia pure sul piano ideale, ha per lungo tempo alimentato una leggenda: quella del pensatore solitario, che la nequizia dei tempi obbliga a farsi consigliere di principi, mentre nel segreto del suo cuore arde la fiamma della devozione alla repubblica.

In realtà non c'è nulla di più falso.

Nella pratica della vita, si è visto come Machiavelli non esitò a servire i Medici, mendicandone per lunghi anni il favore e accettando infine incombenze modeste o addirittura insignificanti, pur di fare qualcosa.

Sul piano teorico non esitò a criticare Dante per la sua ingratitudine verso la patria, cioè perché a un certo punto, siccome trionfava in Firenze il partito avverso, si scosse la polvere della città dalle scarpe e scelse l'esilio.

È l'eterno contrasto fra il patriottismo della carne, della terra, del sangue, e il patriottismo dell'idea.

La patria, afferma a un certo punto Machiavelli, deve essere amata anche più dell'anima. Dante, invece, preferiva la sua anima alla patria.

Non vi è dunque opposizione tra i Discorsi e il Principe, come per molto tempo si è favoleggiato, ma piuttosto una continuità logica, anche se i Discorsi testimoniano un'astratta e cerebrale preferenza per il regime repubblicano.

Le due opere sono complementari: rappresentano due diversi momenti dell'esperienza dell'autore come tecnico della politica.

Il Principe è più aderente all'epoca in cui nacque, tratta di un fenomeno tipicamente italiano e cinquecentesco (e difatti gli esempi che lo illustrano sono per la maggior parte tratti da avvenimenti contemporanei); nei Discorsi la trattazione s'allarga, diventa una specie di proiezione nella storia passata e futura di quei principi che la lunga esperienza di cose politiche e il desiderio di scrutare la « verità effettuale » degli eventi hanno svelato a Machiavelli: donde l'abbondanza di esempi tratti dalla storia romana e la scelta del testo di Livio come punto di partenza della trattazione.

Il momento dell'autorità, dunque, nel Principe, e il momento della libertà, nei Discorsi - fasi inseparabili di ogni evoluzione politica -formano l'oggetto dell'indagine di Machiavelli; e forse certe posizioni radicali del Principe apparirebbero meno dure e si presterebbero meno alle deformazioni polemiche, se la fondamentale concordanza delle due opere (pur nella loro diversità di clima) non fosse cosi sovente dimenticata.

Edizione olandese dei Discorsi, 1615
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