Machiavelli e il Principe



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Machiavelli e il Principe

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Machiavelli asseriva di scrivere solo perché gli si vietava d'agire : ma la coerenza, la lucidità e l'efficacia del suo stile sono quelli di uno scrittore nato.

IL PRINCIPE

Il Principe nacque nell'"autunno nero" del 1513, e nel giro di poche settimane fu portato a termine: probabilmente, intorno a Natale era già finito.

È un'opera tutta di getto, buttata giù d'un fiato, figlia della solitudine, della meditazione e del fervore, e vibrante d'una energia intima che, non trovando più sfogo nell'attività esteriore, brucia dentro, illuminando le nascoste vie dello spirito.

Nonostante sia stata scritta cosi, di slancio, non ha nessuno dei caratteri dell'improvvisazione.

Dietro di essa stanno anni di attività politica e di ricerca storica: ciò che Machiavelli chiama « la lunga esperienza delle cose moderne» e la «continua lezione delle antiche».

Il suo proposito, nel redigere questo trattateli - a cui dette un titolo latino, De Principatibus, ossia, letteralmente, Intorno ai principati - era di investigare una forma di governo tipica del suo tempo, mettendo in luce (come precisa una sua famosa lettera all'amico Vettori) «che cos'è il principato, di quante specie ve ne sono, come si acquistano, come si mantengono, perché si perdono ». L'idea in se stessa, non era nuova affatto.

Scrittori di politica e d'arte di governo c'erano stati fin dall'antichità; altri poi ne aveva prodotti il Medioevo, e anche la nuova stagione umanistica aveva i propri, tutti più o meno noti a Machiavelli.

Del tutto sconosciuta però e addirittura rivoluzionaria, era la maniera con cui egli affrontava e sviscerava il suo argomento.

Fino ad allora si era trattato di politica nel quadro di qualche più vasta idea generale: la filosofia, la religione, di cui essa veniva ad essere un corollario (per non parlare poi di quegli autori quattrocenteschi che parlavano di storia e d'arte di governo a puro scopo di esercitazione retorica, per amore di creare qualche bella pagina).

Questi ultimi, particolarmente, davano sui nervi a Machiavelli, con la loro vuota e tronfia pomposità.

L'imitazione degli antichi era per costoro la regola fondamentale; e dell'imitazione, invece, Machiavelli non sa che farsi. Si getta dietro le spalle i precetti dei maestri, e procede solo, su un terreno inesplorato.

Isolando l'azione politica, staccandola violentemente da ciò che è eterno, Machiavelli la colloca in una sua propria sfera, governata da leggi caratteristiche, che ben poco hanno in comune con le leggi della morale individuale.

Traduzione francese del Principe di Machiavelli del 1553

Anche lo stile con cui affronta l'argomento è nuovo e tutto suo: asciutto, stringato, vibrante, bada alle cose e non alle parole, lascia da parte i fronzoli della retorica, attento solo alla realtà dei fatti e mosso dal desiderio «di far cosa utile a chi l'intende ».

Le norme di carattere generale vengono laboriosamente portate in luce attraverso l'osservazione dei casi particolari.

È l'esatto contrario del metodo aristotelico, seguito dalla filosofia scolastica fino alle soglie dell'età moderna, con il suo tipico ragionamento «a piramide », dove il vertice era dato da una grande asserzione di carattere generale, della cui verità non si dubitava, e da esso si discendeva poi alla deduzione, caso per caso, di verità particolari, derivanti dalla premessa e garantite dalla sua autorità.

(Si rammenti l'esempio, vecchio quanto il mondo: tutti gli uomini sono mortali: Pietro è un uomo, dunque Pietro è mortale).

Con Machiavelli, invece, si fa strada un altro tipo di ragionamento, «a catena», che più tardi sarà fatto proprio dagli scienziati, Galileo e i suoi seguaci, e che già, della scienza, ha il rigore d'osservazione e lo spirito di scoperta: da una serie d'osservazioni particolari, concatenate fra loro, si risale all'enunciazione di una norma o legge generale, che pertanto ha carattere di novità e di conquista.

Il procedimento scolastico si capovolge; Pietro è mortale, Giovanni è mortale, Lorenzo è mortale, Niccolò è mortale; tutti costoro sono uomini: posso allora ragionevolmente pensare che tutti gli uomini siano mortali.

Diciamo dunque che il Principe è il primo libro che tratti scientificamente, tecnicamente, e con un appropriato linguaggio, dell'arte di governare.

Il rigore della trattazione non ne attenua tuttavia il colore.

L'argomento è, per Machiavelli, appassionante. Si tratta d'un fenomeno politico tipico dell'Italia del suo tempo, che egli ha avuto sott'occhi, nei suoi quattordici anni di vita al servizio dello Stato fiorentino, nelle forme e sviluppi più diversi. L'autore è consapevole del travaglio della sua età.

Siamo alla prima fase d'una rivoluzione che va sostituendo alla cultura, all'economia, all'ordinamento sociale del Medioevo lo stadio iniziale di quella che sarà la società capitalistica.

sei mesi prima dello sbarco di Colombo in America); si consolidano in Europa le grandi monarchie nazionali, al disopra dell'anarchia feudale dei baroni; stanno per nascere le prime Borse valori; Martin Lutero matura la sua ribellione contro Roma; e sorgono con impetuoso vigore, dal nulla, le fortune dei «principi nuovi » del Rinascimento, uomini il cui prototipo è Francesco Sforza, prima capitano di ventura poi signore di Milano, o Cesare Borgia, il duca Valentino.

Machiavelli imposta con saldezza di architettura il suo edificio.

Dopo la dedica a Lorenzo de' Medici, dignitosa e schietta, si entra subito nel vivo del discorso.

Il trattato riguarda la varia natura dei principati, e la linea di condotta che un principe deve seguire per acquistare un dominio, o ampliare quello che già possiede, o conservare quanto gli hanno trasmesso i suoi maggiori.

Difatti, i principati si possono distinguere in tre categorie: ereditari, ossia passati di padre in figlio quasi come beni privati, secondo le norme della successione monarchica, misti, cioè con parti nuove aggiunte a un nucleo ereditario preesistente, e nuovi, ossia acquisiti di recente, per virtù personale o per fortuna o per favore di cittadini o attraverso la violenza e le scelleratezze.

Un cenno a parte meritano i principati ecclesiastici, basati su antiche istituzioni di carattere religioso.

Di questi, Machiavelli parla con palese sarcasmo.

Nemico del potere temporale dei papi (sebbene non per i motivi che gli attribuiranno poi nell'Ottocento, ma unicamente perché considera lo Stato Pontifìcio un motivo di disunione e di debolezza, oltre che causa di frequenti incursioni straniere) non lo è di meno dei principati retti da religiosi, che definisce con sferzante ironia «liberi e felici ».

La mescolanza d'elementi sacri e profani, il chiamare Dio a sostegno d'ordinamenti arretrati o superati dai tempi suscita la ribellione del lato più autenticamente religioso del suo spirito.

« Tralascerò di parlarne » dichiara sarcasticamente « perché essendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe da uomo presuntuoso e temerario discorrerne. »

Dal capitolo XII in avanti, l'autore passa a illustrare un concetto che gli è caro: l'autonomia e autosufficienza dello Stato, e di conseguenza la necessità di avere « offese e difese » proprie.

In altre parole, il problema delle armi e della milizia: problema particolarmente sentito nel Rinascimento. Il Medioevo aveva creato le compagnie di ventura, sorta di professionisti della guerra, che vendevano i loro servigi a chiunque fosse disposto a pagarli.

L'avvento delle armi da fuoco, la formazione delle grandi monarchie, la trasformazione dei conflitti in guerre di masse sgombravano ora il campo all'idea delle milizie nazionali (in contrapposizione alle mercenarie) e delle leve obbligatorie.

Machiavelli, qui come in altre opere, si dichiara fermamente contrario ai professionisti della guerra.

Tali truppe non saranno mai il sostegno d'uno stato, perché «sono disunite, ambiziose, senza disciplina, infedeli; gagliarde fra gli amici (per le rapine e i soprusi) fra i nemici vili; non timore di Dio, non fede con gli uomini...».

Il principe pertanto deve fare dell'esercito il suo primo pensiero, perché «si vede che quando i principi hanno pensato più alle delicatezze che alle armi, hanno perso lo stato loro ».

La condanna di certe mollezze rinascimentali, della "dolce vita" che regnava nelle corti italiane, non potrebbe essere più recisa.

Traduzione inglese del Principe di Machiavelli del 1640

Dal capitolo XV ha inizio la parte più discussa del Principe, quella che riguarda le qualità desiderabili in un sovrano, e i metodi fondamentali dell'arte di governo.

Machiavelli, prima d'affrontare il soggetto, fa una specie di pausa, una sorta di seconda introduzione.

L'argomento è esplosivo, ed egli se ne rende conto.

Altri l'hanno trattato, ma senza il coraggio di guardare la realtà in faccia, restando fra le nebbie dell'astratto o nei fronzoli della più bolsa retorica, con il bel risultato di descrivere «repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti ».

Lui invece vuole scendere, costi quello che costi, sul terreno della realtà.

Il principe ch'egli vagheggia dovrà essere non liberale, ma parsimonioso; non pietoso, ma crudele - evitando tuttavia di convertire il timore dei sudditi in odio - pronto a mancare alla parola data, quando il bene dello stato lo richieda, ad eliminare le opposizioni, a imporsi con una forte politica interna ed estera, e rifuggire dalla neutralità, a valersi di ottimi e fedeli collaboratori.

Molte sentenze suonano agghiaccianti: « Quanto sia lodevole in un principe mantenere la parola data e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno l'intende; nondimeno si vede, per esperienza recente, che hanno compiuto grandi imprese quei principi che della lealtà hanno tenuto poco conto e hanno saputo con l'astuzia aggirare i cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si son fondati sulla lealtà».

Con fredda minuzia sono elencate le cinque qualità che è bene, per un principe, mostrar d'avere: «Paia, a vederlo e a udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione, e non c'è cosa più necessaria a parere d'avere, che quest'ultima qualità».

Immagini nitidissime e indimenticabili aggiungono rilievo ai concetti.

Quella del Centauro, ad esempio, il mostro metà bestia e metà uomo, che fu dato per precettore al mitico principe Achille.

Anche i principi moderni, secondo Machiavelli, devono saper usare la natura ferina e quella umana, poiché senza l'una, l'altra non è durevole.

E subito dopo, ecco l'altra famosa metafora del leone e della volpe.

Il leone non sa difendersi dai lacci, la volpe non sa contrattaccare i lupi: occorre dunque essere « volpe a riconoscere i lacci, leone a sbigottire i lupi ».

Alla fortuna - che per Machiavelli talvolta può essere l'occasione favorevole, da cogliersi per la realizzazione di grandi imprese, ma che più spesso è intesa come forza delle circostanze e dell'ambiente, giuoco o concatenazione d'eventi - l'uomo deve saper contrapporre la sua virtù, intesa in senso romano antico piuttosto che cristiano: virtù che contrappone alle tentazioni del fatalismo l'energia della volontà e della decisione.

Machiavelli ribadisce questi concetti con un'immagine popolaresca e insieme efficacissima: la fortuna è donna, e, in quanto donna, deve essere dominata, occorrendo, col bastone; sempre come donna, è amica dei giovani «perché sono meno riguardosi, più feroci e con più audacia la comandano ».

Gli ultimi capitoli -dove è analizzato il vario giuoco della fortuna nelle azioni umane - contengono anche una lucida analisi della situazione politica italiana.

Da questi si passa al famoso capitolo XXVI, con l'esortazione a liberare l'Italia dai barbari. A questa pagina si aggrappano quelli che vorrebbero fare di Machiavelli il profeta dell'indipendenza e dell'unità nazionale.

Nel secolo scorso questa leggenda ebbe un'esagerata fortuna, grazie al particolare ambiente storico creato dal Risorgimento; ma essa ha il torto di dimenticare che all'epoca di Machiavelli le grandi aspirazioni risorgimentali erano sconosciute. Il suo sentimento di patria è strettamente municipale, ossia fiorentino. Per Machiavelli la patria è Firenze.

L'esame di altri passi delle sue opere lo conferma.

Persino l'idea della Italia come unità geografica o etnica è piuttosto incerta in lui: e difatti nel Discorso sulla lingua, volendone elencare le province, nomina «la Lombardia, la Romagna, la Toscana, la terra di Roma e il regno di Napoli ».

Niente Veneto, che per lui è uno stato estero; niente Liguria, niente Piemonte, niente isole; i Siciliani in particolare gli appaiono stranieri.

Cosa intende allora esattamente, con quell'esortazione a liberare l'Italia dai barbari ?

Alcuni rammentano che appelli del genere erano un luogo comune della retorica italiana dell'epoca.

Tuttavia nell'ultimo capitolo del Principe vi è qualcosa di più dell'ossequio ad un costume oratorio o letterario.

Il tono è appassionato, la partecipazione calda e personale. Qui Machiavelli ricorda molto da vicino quei « profeti disarmati » di cui egli stesso, in altre occasioni, sorrideva con ironia.

Lo spettacolo della Penisola divenuta campo di battaglia per le potenze straniere, corsa in ogni senso dalle soldatesche, devastata, lacera, indifesa, doveva essere penoso per chiunque.

Inoltre Machiavelli, nel corso delle sue missioni diplomatiche presso le corti stranieri e durante tutta la sua esperienza politica, aveva avuto modo di fare amari confronti con i saldi nuclei nazionali che si andavano formando in Europa.

È naturale, dunque, che invocasse un principe capace di costituire, al di sopra della perpetua anarchia italiana, uno Stato forte, in grado di reggere al confronto con le altre potenze dell'epoca.

Uno Stato però, si badi bene, ordinato dall'alto, espressione della virtù e della volontà principesca, non delle aspirazioni d'un popolo, che non c'erano e non ci potevano essere.

In altri passi delle sue opere, del resto, Machiavelli non esita a ridimensionare il sogno nelle proporzioni più modeste d'una federazione toscana, sull'esempio delle antiche città etrusche e dei cantoni svizzeri.

Ciò non toglie nulla alla dolorosa nobiltà dell'appello, che, per essere ben valutato, deve situarsi nel contesto storico cui appartiene.

Incisione per un'edizione francese del Principe di Machiavelli
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