Machiavelli la Mandragola



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Machiavelli la Mandragola

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Nel quadro delle opere di Machiavelli, la Mandragola rappresenta qualcosa di più di uno svago letterario, dell'arguto e salace divertimento d'un politico disoccupato che, per ingannare le ore d'ozio, si mette a far l'uomo di teatro.

Potrebbero, in qualche modo, farlo supporre i brutti e patetici versi del prologo, là dove l'autore ha l'aria di scusarsi col suo pubblico della leggerezza dell'argomento, indegna di uno scrittore «savio e grave » e afferma che queste inezie l'aiutano a passare il tempo con meno amarezza, visto che per lavori di maggiore impegno (allude evidentemente al Principe e ai Discorsi) non ha avuto il minimo riconoscimento.

Questi versi sono lo sfogo d'un momento di malinconia; ma in realtà la Mandragola è ben altro che un passatempo.

Quello spirito d'osservazione, acuta e spassionata, della natura umana, che è la caratteristica più costante di Machiavelli, trova qui un altro campo in cui esplicarsi, che non la storiografia o la politica: ma la sottigliezza, la profondità, la spregiudicatezza dell'esame sono le medesime.

Nel Principe, nei Discorsi, nelle Istorie l'attenzione era rivolta alla collettività, assai più che ai singoli individui, o agli individui in quanto capaci di elevarsi sulla massa e renderla strumento dei propri voleri: ai modi del vivere politico, dunque, o ai grandi rivolgimenti storici.

Nella commedia, la lente si sposta sulla vita privata, ma l'intensità della visione è la stessa.

Si tratta, in fondo, anche qui d'una congiura, o, se preferiamo, di un « bellissimo inganno », non per la conqui-- sta d'un trono o d'una città; ma quella d'una bella donna virtuosa, a cui Machiavelli - non a caso - dà il nome di Lucrezia.

Anche gli altri nomi, Nicia, Callimaco, Ligurio e cosivia, sono clas-sicheggianti, e si può pensare che l'autore li scegliesse per degni rispetti, volendo evitare indebite allusioni a concittadini viventi.

L'azione si svolge infatti a Firenze, nel 1504. (La commedia fu scritta in realtà intorno al 1520, ma parve opportuno a Machiavelli retrodatarla, per farci stare senza pericolo un paio d'allusioni politiche.)

Messer Nicia Calfucci, dottore in legge, è sposato da sei anni con la bella Lucrezia, ma non ha figli da queste nozze e se ne duole, essendo ormai vicino alla vecchiaia.

Di Lucrezia è innamorato, senza speranza, il giovane Callimaco, tornato da poco a Firenze dopo un lungo soggiorno a Parigi.

Un parassita, Ligurio, che frequenta la casa di Nicia per scroccare pranzi e cene, venuto a conoscenza della passione di Callimaco suggerisce un diabolico raggiro.

Il giovane viene presentato da lui agli sposi come un dottore in medicina, rinomatissimo in Francia, e abile a suggerire cure contro la sterilità.

La cura, escogitata anch'essa da Ligurio, consiste in una pozione a base dell'erba detta mandragola, che la donna dovrà sorbire. (Nella grossa radice della mandragola gli erboristi medievali riscontravano una rassomiglianza con l'anatomia maschile, e per tal motivo gli attribuivano poteri magici.)

Ma il difficile vien dopo, poiché, asserisce il falso dottore, il primo uomo che avrà rapporti con lei dopo la somministrazione della tisana è destinato a morte certa. Altrettanto certa, però, sarà la gravidanza.

Posto davanti a una simile prospettiva, messer Nicia non ha molte esitazioni: la sera scelta per la cura, andrà ad appostarsi con i compari in un angolo oscuro, sequestreranno il primo giovane che passa, e lo condurranno, con le buone o con le brusche, nella camera di Lucrezia, perché resti con lei fino all'alba: se poi muore, peggio per lui: il suo compito sarà ad ogni modo esaurito.

Rimane però da vincere la resistenza della giovane sposa, che si ribella con tutte le forze al progetto.

Per convincerla a cedere, interviene dapprima la madre, Sostrata, che ha dietro le spalle un passato movimentato; poi il confessore, fra Timoteo, un religioso di pochi scrupoli, allettato dalla promessa di larghe elemosine.

A tante pressioni, la povera ragazza finisce col dare il suo consenso, benché molto a malincuore.

Il resto s'immagina: il giovinastro rapito col favore delle tenebre non è altri che Callimaco, travestito: messer Nicia stesso - e qui sta il motivo più piccante dell'intreccio - concorre a perfezionare il proprio infortunio coniugale gettandolo fra le braccia della moglie; Lucrezia infine, avvertita dell'inganno, perdona all'innamorato di aver ordito una simile trama, ma non perdona al consorte né alla madre; anzi decide di continuare a fare per amore ciò che le era stato imposto per forza.

E intanto il vecchio marito gongola, vagheggiando la sua imminente paternità. La commedia ebbe un successo strepitoso.

Fu data la prima volta a Firenze, in casa di Bernardino di Giordano al Canto a Monteloro, per opera della Compagnia della Cazzuola e con una splendida messinscena a cui avevano collaborato, dipingendo i fondali in prospettiva, due artisti della statura di Andrea del Sarto e Bastiano da San Gallo.

Ben presto si replicava in varie città d'Italia: a Venezia, nel febbraio del '22 (raccontano i Diari di Marin Sanudo) il concorso del pubblico fu tale che non si potè recitare il quinto atto, a causa della gente che premeva da tutte le parti. A Roma fu rappresentata davanti al pontefice medico Leone X che pare si divertisse un mondo.

A Machiavelli non fruttò un soldo - gli autori di teatro, nel Cinquecento, non avevano diritti da rivendicare - ma la rinomanza fu immediata.

In realtà la commedia si staccava da tutti i modelli correnti.

In quei primi inizi di rinascita del teatro profano (nel Medioevo non si erano avute che rappresentazioni religiose) l'imitazione dei classici era praticamente la regola: si prendeva un testo, latino o greco, per solito latino, o lo si rifaceva con qualche modifica, servendolo poi al pubblico come nuovo.

Machiavelli stesso si servirà d'un sistema del genere nella seconda sua commedia, la Clizia.

La Mandragola è invece tutta nuova, tutta originale. I personaggi sono colti dalla realtà. Una realtà squallida e corrotta, in cui nessuno si salva: nemmeno la povera Lucrezia che, moglie virtuosa agl'inizi, esce poi dal raggiro decisa a sua volta a ingannare e a tradire.

E se il patetico desiderio d'avere figliuoli può in qualche modo, se non riscattare, almeno indicare alla compassione messer Nicia, il marito beffato, non vi è indulgenza possibile per la viscida figura del parassita, né per il frate indegno del suo abito, e nemmeno, a ben guardare, per Callimaco, che non è certo un innamorato da romanzo, ma un giovinastro reso frenetico dalle voglie, e pronto a servirsi d'un lurido inganno per possedere la donna amata.

Si è parlato sovente di satira di costume, a proposito di questa commedia; ma non sembra sia stato questo l'intento del Machiavelli. Sitratta piuttosto, per usare un termine che a lui era caro, del «ritratto » d'un certo tipo di realtà, senza quegli intenti fustigatori - e dunque moralizzanti - che sono proprii dell'autore satirico.

È una commedia in cui si ritrovano, in germe, molti aspetti del teatro moderno.

Sovente sembra camminare in bilico, sull'orlo dell'oscenità.

Se se ne salva, è per il sottile giuoco dell'intelligenza, che la pervade da cima a fondo, trasportandola quasi in un clima di beffa boccaccesca: con meno ilarità tuttavia, e con più amarezza, a volte anzi con qualcosa d'agghiacciante, e disumano, per questo spegnersi d'ogni traccia di dignità nei personaggi, tutti quanti affogati nella corruzione.
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