Machiavelli e le Istorie Fiorentine



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Machiavelli e le Istorie Fiorentine

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L'incarico della stesura delle Istorie, nel novembre del 1520, segna il rientro in favore di Machiavelli presso i Medici: esso gli viene infatti dal cardinale Giulio (il futuro papa Clemente VII), il quale nella sua qualità di arcivescovo presiedeva anche agli Officiali di Studio, vale a dire al consiglio direttivo dell'università di Firenze.

E in realtà la scelta non poteva essere più felice, perché il Machiavelli scrittore di storia non è meno originale del Machiavelli scrittore di politica o d'arte militare.

Poteva scegliere fra due indirizzi: quello annalistico, o cronachistico, caro agli storiografi medievali, che consisteva, più o meno, nell'elenco dei fatti senza troppe sottigliezze nella loro verifica, e soprattutto senza tentativi d'approfondimento o d'investigazione delle cause e degli effetti.

Oppure l'indirizzo retoricheggiante, che gli autori umanisti avevano rimesso di moda sull'esempio dei classici, e che faceva della storiografia un capolavoro d'eloquenza fine a se stesso.

Machiavelli volta le spalle all'uno e all'altro sistema.

La sua narrazione sarà una conferma e insieme un'esemplificazione delle sue dottrine politiche: un tipo di storia «militante e ideale », lontanissima dalle preoccupazioni estetiche degli autori alla moda, come dai tediosi elenchi di fatti dei vecchi scrittori.

Le Istorie fiorentine sono divise in otto libri.

Libero, secondo i termini dell'incarico a lui affidato, di prendere le mosse da dove gli piace, Machiavelli condensa gli avvenimenti del Medioevo in uno stringato compendio, che occupa il primo libro e funziona da introduzione generale.

La narrazione non è fine a se stessa, ma tende a mettere in luce il processo con cui si formarono e consolidarono le principali potenze italiane.

Dopo di che, con il secondo libro, entriamo nel bel mezzo delle cose che interessano particolarmente lo scrittore: e cioè i rivolgimenti interni di Firenze e l'ascesa della casa dei Medici: e cosi si ricercano e si pongono in evidenza quegli elementi di debolezza delle istituzioni democratiche che fatalmente preparano la via al principato.

Questo esame, questa specie di quadro clinico di una repubblica in via di dissoluzione occupa tre libri.

Negli altri quattro il quadro si dilata, da Firenze, all'Italia intera; e si viene a trattare delle guerre che funestano la città e la Penisola dal 1434 al 1492, e della instabilità politica che apri le porte agli eserciti stranieri.

Su questo sfondo sinistro, di guerre e d'invasioni, s'innesta (nel settimo e ottavo libro) la storia delle congiure, estremo anelito dello spirito repubblicano contro le signorie ormai affermate.

L'opera si chiude con la morte di Lorenzo il Magnifico: l'uomo che era stato capace di garantire con la sola forza della sua personalità un magico e precario equilibrio all'Italia sull'orlo della rovina.

La sua scomparsa prelude al caos.

Traduzione inglese delle Istorie di Machiavelli , 1595

Dal punto di vista dell'obiettività storica, quest'opera di Machiavelli è tutt'altro che ineccepibile, come del resto si può prevedere in un lavoro che si prefigge di servire a scopi illustrativi e pedagogici.

Difatti, pur di appoggiare le sue teorie, l'autore non esita a prendersi alcune libertà: sposta dei fatti, ne aggiunge altri non propriamente autentici, manipola la cronologia come gli pare, non guarda a troppe sottigliezze quanto alle fonti.

Quello che gli preme, non è tanto l'esattezza del dettaglio, quanto il vigore del disegno generale, la concatenazione logica delle cause e degli effetti, e l'insegnamento che se ne sprigiona.

Questo soprattutto. Nella nuova civiltà in formazione, la storia deve agire come un lievito.

Già nei Discorsi egli rammentava che, come lo studio degli antichi ordinamenti giova allo sviluppo della giurisprudenza, e i dati acquisiti dagli antichi medici a nuovi progressi nella cura delle malattie, cosi gli esempi delle civiltà del passato possono essere fecondi d'ammaestramenti per il presente.

Il suo è dunque un concetto della storia educativo e dinamico insieme; e l'affermarlo nel Cinquecento costituiva un mettersi contro il gusto e le correnti dominanti, e insieme un precorrere certe posizioni dei pensatori di due secoli più tardi, e particolarmente di Giovambattista Vico.

In questo suo rifiuto di presentare la storia come una glorificazione della «lettura amena », una specie di poema in prosa su fatti ormai imbalsamati dal tempo e irripetibili (come era il costume degli storiografi dall'Umanesimo in poi) e per contro nel suo tenace vagheggiarla come uno stimolo all'azione, un fermento di virtù, sta il fascino della sua opera.

Probabilmente anche il suo limite; ma, insieme, il segreto della vitalità delle sue pagine.
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