Machiavelli tornano gli antichi padroni



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Machiavelli tornano gli antichi padroni

Il tecnico della politica, il teorico del successo, visse una vita grama, in sottordine, una vita da povero diavolo: mai teoria e pratica sono state più lontane.

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Sul finire del Quattrocento la situazione di Firenze non è di tutto riposo: muore il Magnifico, Savonarola tuona sempre più forte, il re di Francia vuole la città.
I Fiorentini si liberano dei Medici, nasce la Repubblica, Pier Capponi fronteggia Carlo VIII ( qui sotto, affresco di N. Barabino): sono gli avvenimenti incalzanti della gioventù di Niccolò Machiavelli, che ascolta le prediche apocalittiche di Girolamo Savonarola e ne sorride ironico, descrivendo ad un amico il « profeta disarmato ».
La lettera, a Ricciardo Bechi, è del 1497 ed è il primo documento in cui fa la sua apparizione il Machiavelli. L'anno seguente il frate sarà condannato a morte.


Tra le condizioni umane una delle più amare è certo quella dell'epurato politico.

Niccolò Machiavelli ebbe modo di rendersene conto durante l'inverno che segui il ritorno dei Medici a Firenze, nel 1512.

Era caduta la libera Repubblica cittadina, a cui aveva dedicato fin dagli anni giovanili la sua attività di diplomatico e d'organizzatore.

Scortati dalle armi spagnole e preceduti dalla fama sinistra dei massacri di Prato, rientravano gli antichi padroni, i due figli superstiti di Lorenzo il Magnifico: Giovanni, il cardinale de' Medici, e Giuliano.

Tornavano con loro i bastardi, di cui in casa Medici non c'era mai penuria: Giulio e Ippolito, prole illegittima del fratello del Magnifico.

C'era anche un figlio del defunto Piero, il primogenito, di nome Lorenzo, legittimo questo, e molto ansioso di far valere i suoi diritti sull'eredità paterna.

veduta di Firenze intorno al 1490

l'entrata di Carlo Vili a Firenze ( in un dipinto di F. Granacci).

Tutta la tribù s'era nuovamente installata nel palazzo di Via Larga e sembrava, sulle prime, piuttosto incline alla clemenza.

Machiavelli stesso intendeva continuare a servire la patria, qualunque fosse il regime al potere..

Soppressi i Nove della Milizia - la magistratura di cui era stato l'anima - restavano in funzione, piuttosto ironicamente, i Dieci di Libertà e Balia alle cui dipendenze Niccolò lavorava da quasi tre lustri, nella seconda Cancelleria, una specie di piccolo ministero della guerra e degli esteri.

Il capo della prima Cancelleria, Marcello Virgilio Adriani, pomposo oratore e umanista, che teneva cattedra nell'università fiorentina, era rimasto al suo posto, inamovibile e intramontabile, come soltanto certi vecchi «tromboni» sanno essere.

Machiavelli, figlio del suo secolo, e, come tale, alieno dalle intransigenze degli idealisti, s'augurava la medesima sorte. Invece non fu cosi.

Il 7 novembre un provvedimento della Signoria lo rimuoveva dalla sua carica e lo condannava al confino per un anno entro il territorio dello stato, previo versamento d'una pesante garanzia d'obbedienza.

Un ulteriore grave provvedimento, in data 17 novembre, gli proibiva di rimettere piede a Palazzo. Cosi, all'età di quarantatre anni, Niccolò Machiavelli era collocato in disparte. La condizione era particolarmente dura per un uomo come lui, che aveva la politica nel sangue e che la forzata inattività deprimeva.

I Machiavelli, vecchia famiglia di Parte Guelfa, avevano dato al libero comune di Firenze un discreto numero di priori e di gonfalonieri di giustizia. Il padre di Niccolò, messer Bernardo, aveva esercitato la professione

legale e pagato a suo figlio dei buoni studi, nella tradizione delle case signorili dell'epoca, sebbene non fosse ricco.

Savonarola si avvia al supplizio con i suoi due compagni, in una stampa popolare


il rogo, particolare da un dipinto anonimo del Quattrocento.
Niccolò rammentava le lunghe ore nella biblioteca paterna, dove alcuni testi erano stati trascritti a mano, ad opera di Bernardo stesso, secondo un'abitudine invalsa nei tempi in cui la stampa era di là da venire.

Non era stato uno scolaro modello, non aveva raggiunto il dottorato (negli atti pubblici, il suo nome non fu mai accompagnato dal titolo di Messere o di Sere, come invece lo era quello di suo padre, dottore in legge) e non aveva voluto misurarsi col greco.

Il latino invece lo parlava e lo scriveva scioltamente, senza fronzoli, ma con vigore e precisione, perché era la lingua dei diplomatici e come tale gli serviva.

Di tutte le materie di studio, quella che sentiva maggiormente congeniale era la storia.

Amava investigare le vicende degli uomini antichi, forse augurandosi di potere influire sulla storia dei tempi nuovi.
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