Machiavelli gli anni d'oro del diplomatico



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Machiavelli gli anni d'oro del diplomatico

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A ventinove anni Machiavelli entra nella vita pubblica.

Cosi era stato, infatti. Davanti alla mente del confinato sfilavano i ricordi dei lunghi anni trascorsi al servizio della Repubblica:l'epoca d'oro della sua vita, a cui ora, nella mortificazione del riposo forzato, guardava con struggente nostalgia. 1498: giovane di non ancora trent'anni, entra alle dipendenze della seconda Cancelleria, sotto i Dieci di Libertà e Balia.

Lo mandano in missione presso il signore di Piombino che comanda la guerra di Firenze contro Pisa.

Incarico di non grande rilievo, giusto per farsi le ossa; ma il risultato è cosi conforme ai desideri, e cosi lucido il rapporto «sopra le cose di Pisa » stilato dal giovane funzionario, che i Dieci 10 ritengono adatto a disimpegnare missioni di più ampia portata.

Ad esempio, quella presso Caterina Sforza Riario, la terribile virago, signora di Imola e di Forlì, che da poco ha seppellito il suo terzo marito Giovanni, padre del futuro Giovanni dalle Bande Nere.


l'ambasciatore Francesco Vettori (al centro), cui Niccolò era legato da devota amicizia.

Pier Soderini, gonfaloniere della Repubblica, con l'appoggio del quale Machiavelli, segretario dei Nove della Milizia, organizzerà l'esercito cittadino.

L'ambasceria a Caterina si conclude, dopo molte schermaglie verbali, con un nulla di fatto: la Riario pretende danari dalla Repubblica fiorentina, per fare fronte alle minacce dei Veneziani e di Cesare Borgia; la Repubblica, dal canto suo, è decisa a darne il meno possibile.

A forza di voler essere uno più furbo dell'altra, i negoziati giungono ad un punto morto; ma tanto l'ambasciatore quanto la contessa di Forlì si sono goduti enormemente le fasi della partita, riconoscendosi degni avversari.

Poi in Francia, alla corte di Luigi XII, che è furioso contro Firenze « per la sua doppiezza e slealtà», Machiavelli ottiene il suo primo successo diplomatico.

Due anni più tardi, incontra l'uomo destinato a lasciare in lui l'impressione più profonda fra tutti gli esempi di condottieri e di principi di cui pullulano le corti italiane: Cesare Borgia, il figlio illegittimo del papa Alessandro VI.

Cesare vagheggia di crearsi un proprio stato nel cuore dell'Italia centrale e a tal fine si batte con ogni sorta di armi.

Alla corte del duca Valentino - cosi chiamano Cesare in Italia, da quando Luigi XII l'ha investito del ducato di Valentinois - Niccolò compie due soggiorni istruttivi.

È presso di lui all'epoca del convegno di Senigallia, quando Cesare convoca con pretesti amichevoli i capitani che sono venuti meno al suo servizio, e poi li fa selvaggiamente massacrare.

Su questo episodio, Machiavelli stende un rapporto, redatto con distaccata esattezza; e non è difficile cogliervi l'eco di un'ammirazione da conoscitore per l'astuzia con cui il Valentino ha predisposto e poi fatto scattare la sua trappola mortale.

Per la prima volta, in quell'opuscolo, si nota un elemento nuovo in documenti del genere: una netta distinzione tra politica e morale. Ma la potenza di Cesare Borgia crolla all'indomani della morte del pontefice: ed ecco un'altra preziosa lezione politica.

Machiavelli è a Roma, assiste alle movimentate vicende dell'elezione di Giulio II, e vi incontra un duca Valentino battuto e fuggiasco, assai diverso dal trionfatore di Senigallia.

Poi le strade del Machiavelli tornano ad essere quelle di Francia, dove si va laboriosamente affermando la superiorità della monarchia contro le mene dei grandi feudatari. È il 1504; e vi tornerà ancora nel 1510 e nel 1511.

Quindi Piombino, Perugia, Siena, la Romagna: le fatiche dell'ordinaria amministrazione.

Nel 1508 ambasceria nel Tirolo, presso Massimiliano d'Asburgo. Sua Maestà è in procinto di scendere in Italia, per ricevere la corona imperiale dalle mani del papa, e chiede alle città della Penisola di contribuire alle spese di viaggio, sparando grosso nelle sue richieste. Cinquecentomila ducati è la quota graziosamente proposta allo Stato di Firenze.

Machiavelli e Francesco Vettori - capo, quest'ultimo, dell'ambasceria incaricata di ridimensionare le pretese imperiali - si ritrovano alla corte di Bolzano, dove il Vettori è già da qualche tempo e non sembra abbia concluso molto; Machiavelli giunge di rincalzo, nel cuore della stagione invernale, dopo aver passato il Natale a Ginevra e visitato Costanza.

È un'ambasceria feconda di note, di osservazioni e di confronti, poiché Machiavelli è un uomo che sa viaggiare: se gli spettacoli d'arte e di natura lo lasciano indifferente, non cosi l'indole e le istituzioni dei popoli, di cui si propone di penetrare lo spirito.

Qualcuno trova che i rapporti degli ambasciatori veneti sono migliori dei suoi.

In realtà i Veneti colgono, con maggiore vivezza e abbondanza, i particolari esterni delle cose: Machiavelli discende all'anima.


curvo sui libri di storia, nel silenzio della sua biblioteca, Machiavelli medita sui grandi uomini antichi; ritratto di Stefano Ussi.
Gli stessi criteri, d'attenta penetrazione della realtà, ispirano le ambascerie in Francia, e i precisi rapporti che ne redige.

Più tardi, rielaborandoli, li chiamerà Ritratti.

Qui sopra: Machiavelli con Caterina Sforza Riario, che si vale di tutte le armi, non ultime quelle femminili, per aver ragione dell'avversario.

Parlando un mattino in modo opposto a come si era espressa la sera, pare che alle rimostranze di Niccolò rispondesse, con falsa ingenuità, che la notte porta consiglio.

A destra: con Pandolfo Petrucci, signore di Siena.

La Signoria sospettava che costui, pur proclamandosi alleato di Firenze, fosse in realtà connivente con i suoi nemici: a Machiavelli il compito di scoprire la verità.

Qui a lato: insieme a Cesare Borgia in una acquaforte del Faruffìni.
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