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Giancarlo De Cataldo

Giancarlo De Cataldo Biografia e Libri

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Giancarlo De Cataldo

Giancarlo De CataldoGiancarlo De Cataldo, nato a Taranto nel 1956, vive a Roma dove è giudice presso la Corte d'Assise.

Romanziere, saggista, traduttore, autore di testi per il teatro, la radio e la tv, collabora con La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Messaggero, Il Nuovo, Paese sera e Hot!.
E' tra gli autori della sceneggiatura per la fiction TV "Paolo Borsellino".

Ha pubblicato numerosi libri, il primo,"Nero come il cuore" per la casa editrice Interno Giallo, risale al 1989.

questo romanzo ha ispirato un film diretto da Maurizio Ponzi e interpretato da Giancarlo Giannini.

Tra le sue opere ricordiamo "Minima criminalia", storie di carcerati e carcerieri (Manifestolibri 1992), "Il padre e lo straniero" (1997),"I giorni dell'ira.

"Storie di matricidi" (Feltrinelli 1998),
"Teneri assassini" (Einaudi Stilelibero 2000) e "Romanzo criminale" (Einaudi 2002) scritto con Paolo Crepet da cui è stato tratto il film di Michele Placido "Crimini", in cui De Cataldo rivisita gli anni Settanta ed Ottanta, attraverso le vicende della banda della Magliana, al centro di ogni traffico illegale di Roma, per ricostruire la storia di un'Italia segreta e inquietante.
Nel 2003 "Romanzo Criminale" ha vinto il Premio Scerbanenco
De Cataldo ha pubblicato anche ,
Giancarlo de Cataldo coltiva da sempre una grande passione per le poesie e le canzoni di Leonard Cohen ed ha pubblicato un'antologia con poesie tratte da due collezioni, Flowers For Hitler, del '64, e The Energy Of Slaves, del '72 "L'energia degli schiavi" (Minimum Fax),

Le prime righe di Romanzo Criminale

Se ne stava rannicchiato fra due auto in sosta e aspettava il prossimo colpo cercando di coprirsi il volto.

Erano in quattro.

Il più cattivo era il piccoletto, con uno sfregio di coltello lungo la guancia.

Tra un assalto e l'altro scambiava battute al cellulare con la ragazza: la cronaca del pestaggio.

Menavano alla cieca, per fortuna.

Per loro era solo un gran divertimento.

Pensò che potevano essergli figli.

A parte il negro, si capisce.

Pischelli sbroccati.

Pensò che qualche anno prima, solo a sentire il suo nome, si sarebbero sparati da soli, piuttosto che affrontare la vendetta.

Qualche anno prima.

Quando i tempi non erano ancora cambiati.

Un attimo fatale di distrazione.

Lo scarpone chiodato lo prese alla tempia.

Scivolò nel buio.
- Annamo, - ordinò il piccoletto, — me sa che questo non s'alza più!
Ma si alzò, invece.

Si alzò che era già buio, con il torace in fiamme e la testa confusa.

Poco più avanti c'era una fontanella.

Si ripulì del sangue secco e bevve una lunga sorsata d'acqua ferrosa.

Era in piedi.

Poteva camminare.

Per strada, automobili con lo stereo a tutto volume e gruppi di giovani che giocherellavano col cellulare e schernivano il suo passo sbilenco.

Dalle finestre le luci azzurrine di mille televisori.

Poco più avanti ancora, una vetrina illuminata.

Si considerò nel riflesso del vetro: un uomo piegato, il cappotto strappato e macchiato di sangue, pochi capelli unti, i denti marci.

Un vecchio.

Ecco cos'era diventato.

Passò una sirena.

D'istinto si appiatti contro il muro.

Ma non cercavano lui.

Nessuno più lo cercava.
— Io stavo col Libanese! — mormorò, quasi incredulo, come se si fosse
appena appropriato della memoria di un altro.

© 2002 Giulio Einaudi

Intervista a Giancarlo De Cataldo
di Nino G. D’Attis


D:Partiamo dalla genesi di Romanzo Criminale: quando ha cominciato a lavorarci e quanto tempo ha impiegato a scriverlo?

R:Tempi: all'incirca due anni fra prima e seconda stesura, editing, nuova riscrittura, nuovo editing.

Diventano ancora più lunghi, i tempi, se ci mettiamo pure il lavoro di 'scalettatura'.

D:Stile e metodo: come ci si allena alla stesura di un lavoro così complesso per situazioni e personaggi?

R:Si parte da una scaletta che ti permette di fissare i percorsi (le 'tramine') dei singoli personaggi.

Si studiano poii punti d'intersezione, in questo caso alcuni obbligati dalla Storia con la S maiuscola, altri completamente ed esclusivamente funzionali alla struttura del racconto.

Si comincia quindi a scrivere, dopo questo lavoraccio di abrasione della parete, e si giunge a un punto in cui immancabilmente ci si rende conto che nella scaletta c'era un 'baco', un errore, una dèfaillance.

Allora si riprende tutto daccapo, e si ricomincia.

Finché non viene il momento in cui il meglio diventa nemico del bene, il perfezionismo ti blocca su una scena e non riesci ad uscirne se non a patto di un fortissimo atto di volontà: rinunciando a qualcosa che ti sta molto a cuore (una scena, un personaggio, una situazione, una sequenza, un aggettivo, al limite) e riprendendo il discorso dalla cicatrice.

Moltiplicate il tutto per centinaia di volte e avrete un'idea dell'esercizio fisico dello scrivere.

D:Le gesta della vera banda della Magliana sono state documentate su un numero imprecisato di atti ufficiali ed hanno riempito le pagine di cronaca nera in un arco di tempo che va dal 1976 alla prima metà degli anni Novanta.

È stato difficile gestire questa considerevole mole di informazioni e innestarla nel tessuto puramente narrativo del libro?

R:L'errore di fondo sta nel considerare Romanzo Criminale come una storia della Banda della Magliana.

Prima ancora che dai rapporti giudiziari e dalle sentenze, la vera storia di questa holding criminale è stata ottimamente scritta da Bianconi, Flamini e altri.

Il compito del narratore è di tradire la storia (che sarebbe bella cosa, diceva Tolstoi, se solo fosse vera) piegandola alle esigenze del Mito.

Estrarre dai nudi fatti una linea metaforica e mitologica e puntare al cuore di una falsa storia: per ciò stesso più vera, e comunque più convincente, di quella 'ufficiale'.

D: Può dirmi qualcosa a proposito del suo lavoro sulla lingua, sulle espressioni gergali dei personaggi?

R:Si parla, in questo libro, un romanesco bastardo figlio della mutazione antropologica indotta dal boom degli anni Sessanta, dalla TV, dal segmento fenomenico (espressione verbale) di quella che Pasolini chiamava l'omologazione culturale delle classi.

Non ancora il romanese coatto degli anni Novanta, ma già qualcosa di profondamente diverso dalla lingua classica del Belli.

Che in parte, miracolosamente, ancora oggi, in certe realtà romane, sopravvive.

D:Presentando il suo libro a Roma lei ha dichiarato: “Non ci sono rivelazioni in questo romanzo” e ha insistito sull’importanza di una letteratura in grado di creare un livello mitologico sulla base degli accadimenti reali, di eventi storici.

R:Vale ciò che ho detto prima: il Mito prevale sulla cronaca laddove il suo senso è quello di saper raccontare - e non riferire - una pluralità di fatti stranoti, superaccertati, iperrimasticati dal circo mediatico.

Mettere i fatti in fila e piegarli alla struttura del racconto, ossia all'esigenza del Mito.

Questo il senso di Romanzo Criminale.

D:A cosa dobbiamo, secondo lei, l’emergere di un gruppo di ottimi narratori (Wu Ming, Massimo Carlotto, lei stesso) particolarmente attenti ad una letteratura al tempo stesso di testimonianza e d’intrattenimento?

R:A una sacrosanta, ancorché tardiva, reazione alla tradizione aulico/accademica delle nostrane lettere, consegnate a una convinta sudditanza alla dittatura della Lingua a tutto discapito del valore della Struttura: dove ciò che conta non è la storia narrata, ma quella - intima - del narratore.

Aggiungo che un tratto comune fra gli autori da te citati e i non pochi altri (dal mostro sacro Camilleri, al precursore Loriano Macchiavelli, a Simi, Dazieri, Di Cara, Narciso, Degli Antoni, Bernardi, Leonardo Gori, Lucarelli, al superbo Ammaniti e mi scuso per le omissioni dovute allo spazio tiranno) che ci sono compagni lungo questa strada è un sacro rispetto del lettore: non scriveremmo mai una cosa che, da lettori, ci annoierebbe.

Ciò ci impone di scrivere dei temi che noi per primi sentiamo come i più avvincenti.

Ne deriva, giocoforza, una costante attenzione all'Italia com'è oggi, alle sue mutazioni, e, paradossalmente ma non tanto, una ricorrente ossessione per la 'memoria storica' nel senso che dicevo prima: non come nudo elenco di fatti, ma come Mito che quei fatti consegna a una visione unificatrice.

In definitiva, non scriviamo per noi stessi, ma per essere letti possibilmente dal maggior numero possibile di lettori.

E ne siamo orgogliosi.

D:Romanzo Criminale introduce nel nostro paese il noir d’inchiesta, territorio praticato in America da James Ellroy.

In questo senso, da noi c’era proprio un vuoto da riempire.

il problema è che qualcuno insisterà con gli atavici pregiudizi sul romanzo di genere (non parlo ovviamente dei lettori).

R:Le opinioni che non condivido non hanno mai rappresentato, per me, un problema.

Le rispetto, e a volte ne riconosco la fondatezza.

D'altronde, trovo le polemiche letterarie noiose, e quelle fra letterati assolutamente detestabili.

D:Molte uscite di scena del libro sono giocate su un ritmo secco, su tempi rapidi di esecuzione, con personaggi, anche di primo piano, che muoiono nello spazio di poche battute.

I ripetuti tentativi della banda di regolare i conti con la famiglia Gemito hanno invece qualcosa di comico, se non proprio da cartoon.

penso ad esempio all’episodio della cattura di Bufalo e Ricotta.

R:La commedia è molto presente in Romanzo Criminale perché la commedia incarna uno dei tratti salienti e irrinunciabili del carattere nazionale.

La grande commedia ha fatto grande il cinema italiano.

E, nello specifico, non sono pochi i criminali dotati di un fortissimo, anche se ovviamente macabro, sense of humour.

D: Lei ha scritto anche per il teatro e la tv.

Che rapporto ha con il cinema? Anche come spettatore, intendo.

R:Confesso: guardo poco la TV, vado sempre meno a teatro da quando ci hanno tolto ("ci", a noi romani) il grande Martone.

Quanto al cinema, è la mia prima passione: cominciò tutto con Zabriskie Point di Antonioni (avevo 14 anni e a Taranto frequentavo il classico cineforum dei gesuiti, che siano benedetti per aver insegnato alla nostra generazione il valore della disobbedienza).

Poi vennero Welles e Kurosawa, e Sergio Leone.

E oggi Takeshi Kitano (Brother è stata una fonte d'ispirazione potente per Romanzo Criminale) e molto del bistrattato cinema italiano: I Cento Passi di Giordana, e El Alamein di Enzo Monteleone, e Massima Velocità di Daniele Vicari e L'imbalsamatore di Matteo Garrone, e mi fermo qui perché l'elenco sarebbe sterminato (dove mettere Spielberg, Scorsese, Polanski, Moretti, Martone, Coppola, Soderbergh, Kaurismaki, Fight Club, Enzo D'Alò, il grandissimo Lynch.

) Sì, a cinema sono onnivoro e mi piace, da spettatore, dimenticare ciò che dovrei sapere a proposito di strutture, tecnica di redazione della sceneggiatura, ecc.
D: So che Romanzo Criminale ha già cominciato a destare l’interesse dei produttori cinematografici.

Può parlarcene un po’?

R:Alt! Sono meridionale, e quindi superstizioso.

Prima firmare e poi parlare.

Grazie.
Su Giancarlo De Cataldo, Romanzo Criminale (Einaudi Stile Libero, 2002) di Wu Ming

Il Libanese, il Freddo, Dandi, Patrizia.

Giovani, spregiudicati criminali nella Capitale avvelenata degli anni '70.

Eroi della grandiosa epopea di strada narrata da Giancarlo De Cataldo in "Romanzo Criminale" (pubblicato in questi giorni da Einaudi Stile libero).

Nel volgere di pochi mesi a cavallo del fatidico 1978, una potente holding del crimine, nota alle cronache come "Banda della Magliana", si insedia saldamente al centro di ogni traffico illegale dell'Urbe.

I suoi fondatori e capi di strada sono figli della città, delle borgate, novità assoluta nei fragili equilibri della malavita capitolina.

Giovani, affamati.

Guardano al futuro.

E se lo vogliono mangiare, sniffare.

Tutto.

Ma a differenza degli altri lupi famelici, oltre alla rabbia e alla spietata determinazione, hanno un progetto.

Prendersi Roma.

Farsela girare sotto i piedi.

Il romanzo ci immerge in questo sogno criminale fin dalla genesi.

Un rapimento, un riscatto da spartire e l'idea geniale del Libanese: investire parte del bottino.

Per il bene comune.

In breve, la banda si trasforma in un'impresa ampia, ramificata.

Grazie all'ambizione dei soci e all'appoggio di alcuni 'esterni' che lavorano per loro.

Sopra di loro.

Infaticabili e lungimiranti.

Coltivando, a loro volta, grandi progetti.

Nel Paese la caccia ai sovversivi è l'alpha e l'omega di ogni inchiesta giudiziaria, accordo politico o campagna mediatica.

C'è tutto il tempo e lo spazio, cavalcando l'ossessione rossa, per prendersi l'Italia.

Tutta.

Farla girare sotto i piedi di pochi.

Piedi dai talloni d'acciaio.

C'è bisogno di fiumi di eroina nei quartieri delle città.

Del travaso di sangue necessario a immetterla nel corpo sociale.

C'è bisogno di 'amministratori' del territorio che sappiano dispensare morte e vita con la fredda efficacia del contabile.

C'è bisogno di 'operai' per azioni inconfessabili.

I 'ragazzi' mostrano le qualità giuste.

Al resto - equilibri, coperture, omissioni - continueranno a pensare loro.

Gli operatori della eterna destabilizzazione italiana.

Moriranno ambigui giornalisti e scomodi banchieri, malavitosi di ogni risma, centinaia di tossici da "macello".

E passanti, viaggiatori, inermi cittadini vittime inconsapevoli del vorace cannibalismo che è l'essenza stessa del Gioco.

Tradimenti, vendette, follia, doppi giochi, inghiottiranno molti giocatori, sulla scacchiera tutte le pedine sono sacrificabili, alimentando un crescendo di sangue shakespeariano.

Il blues macabro di Dandi, che studia da capo, del Libanese, con la mano poggiata a cercare l'ispirazione sul testone di bronzo di Mussolini, mentre chiama "compagni" i suoi sodali.

Del Freddo, capo spietato e malinconico, leale e ossessionato dalla vendetta; e di Patrizia, dark lady come da tempo non si vedeva nel panorama letterario nostrano.

Intorno ai personaggi principali danzano e si alternano decine di figure: dall'enorme entourage criminale e malavitoso - memorabili Ricotta, Trentadenari, Ranocchia - fino a sfiorare i livelli più alti di connessione fra crimine organizzato e apparati di stato, e poi giudici e poliziotti corrotti e pavidi, risoluti e impotenti, giornalisti e pentiti, preti e usurai.

Vero, verosimile e invenzione narrativa intrecciano una trama capace di rimettere in prospettiva un'intera epoca e di ricostruire, dal basso della 'strada', il cuore oscuro di quindici anni di eventi e trame che hanno cambiato per sempre Roma, l'Italia, e ciascuno di noi.

Le vicende crude e maligne come metastasi che disegnano la parabola di morte della banda diventano così l'occasione per dipingere l'affresco della notte della Repubblica, per dare corpo ai suoi fantasmi, per far scorrere sangue e pensieri dentro coni d'ombra mai illuminati prima.

La novità del romanzo di De Cataldo non è tanto nel tema quanto piuttosto in questo tipo di approccio, che unisce gli strumenti tecnici della letteratura di genere, l'utilizzo della cronaca nera come serbatoio di storie e personaggi, la narrazione epica contemporanea.

Tutte e tre le componenti di questa miscela hanno illustri precedenti nella letteratura italiana, ma il loro uso combinato, affermatosi grazie ai migliori esponenti della crime novel americana, è ancora quasi del tutto inedito nel nostro paese.

"Romanzo Criminale" diventa così l'occasione per chiedersi se nella letteratura italiana non stia prendendo sempre più forma un nuovo filone storico-criminale.

I giallisti hanno sempre usato le tecniche del loro genere, le regole della detection e della suspence, come strumento per agganciare il lettore e parlargli di realtà spesso molto complesse: mafia, corruzione, controllo del territorio e intrighi politici.

Negli ultimi tempi questo elemento, già presente fin dagli inizi, si va decisamente accentuando.

Molti autori cominciano a tenere conto di carte processuali, rapporti di polizia, cronache giudiziarie.

L'ambientazione, anche quella delle storie più fantasiose, con serial killer metropolitani e maniaci scatenati, diventa sempre più attenta.

I meccanismi in gioco richiamano sempre più situazioni reali, finché si arriva a romanzi come quelli di Carlotto, dove la malavita nordestina o le nuove mafie dell'Europa Orientale diventano protagoniste.

La finzione narrativa non è più, soltanto, ispirata dalla realtà quotidiana, così da alludervi costantemente, ma finisce per contenere veri e propri frammenti di cronaca, mescolati ad essa e perfettamente amalgamati grazie a una radicale verosimiglianza.

Tuttavia, "Romanzo Criminale" non è un giallo.

Il lettore non resta incollato alle pagine per scoprire chi è l'assassino.

Certo, l'elemento thriller non manca.

Ma quello che avvince è la sensazione di trovarsi di fronte a un'epopea, un pezzo della storia d'Italia inquadrato dalla strada, un affresco corale dal punto di vista dei comprimari, sbirri e delinquenti che giocano la loro partita e la intrecciano con quella dell'intero Paese.

Diversi segnali indicavano la necessità, finalmente, di immergere le mani nel marcio e nel sangue, nella storia criminale d'Italia, da una parte per descriverla, sezionarla, raccontarla - come ha fatto Carlo Lucarelli nelle sue trasmissioni televisive più recenti e nel libro di prossima pubblicazione Misteri d'Italia - dall'altra per provare a plasmare quella materia e a infonderle vita autonoma.

Un segnale forte veniva dal teatro, dalle orazioni civili che Marco Paolini ha ricavato sulle vicende del Vajont, di Ustica, del Petrolchimico di Marghera, Web wumingfoundation.com .

Anche le sue sono narrazioni epiche, mitiche, sebbene abbiano un tono molto differente.

Sono cronaca e ballata popolare, spettacolo di cantastorie e controinchiesta, bestiario e informazione quotidiana.

Lo spettacolo sul Petrolchimico è una raggelante fiaba contemporanea, mentre "Romanzo Criminale" è un'Iliade sull'Italia anni '80, sulla sua voracità, stracciona e terribile.

E' C'era una volta in America con Robert De Niro nella parte di un romanaccio, il Freddo.
Ulteriori segnali giungevano da romanzi come quelli di Rea, centrati su eventi cruciali della cronaca napoletana, non più relegati sullo sfondo, a fare da tappezzeria alla vicenda, ma perno narrativo per far girare il racconto.
Così, il narratore - magistrato De Cataldo ha consegnato alla letteratura di genere italiana il più 'ellroyano' dei noir finora apparsi sulla scena.

Per stile, ritmo, progetto narrativo "Romanzo Criminale" è la versione nostrana dei capolavori di James Ellroy sulla nefasta utopia kennedyana.

Certo, una versione che affonda le radici in un epos ben diverso da quello americano, e che rivendica anzi una piena riconoscibilità del "caso italiano", sia dal punto di vista antropologico che linguistico.

Dove il parlato mimetico e il ricorso alla lingua gergale e dialettale permette a De Cataldo una efficace "soggettiva" che ci fa vedere il mondo con gli occhi del Libanese, del Freddo, e dell'impagabile Dandi.

(*) da La Repubblica del 28 novembre 2002

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