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Una coppia speciale: io e la bici

Una coppia speciale: io e la bici

un racconto di Mariateresa Martini

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Una coppia speciale: io e la bici

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Finalmente imbocco la pista ciclabile!
Da via della Barca lascio il traffico confuso per passare alla mia lenta pedalata mattutina … una pedalata che mi riconcilia con la vita quotidiana, da tanti anni.

Luciano non capisce i motivi della mia lentezza e brontola ”non verrò più con te in bici, vacci da sola”, e da sola vado, non solo per il lavoro, anche nel tempo libero.

Per me l’obiettivo principale è rilassarsi, almeno tutte le volte che ci sono le premesse per poterlo fare.
La nebbia mi avvolge morbida, fumosa, sembra rendere più sottile anche me.

tric, trac; troc, trac: è solo il pedale che fa rumore, mi fa compagnia e mi consente di evitare il campanello.

Il resto è silenzio.
Stamattina qualcuno alla radio diceva che la nebbia è diventata diversa a Milano, in questi ultimi anni, certo la nebbia anche a Bologna è diversa da quella di Locate, di quaranta anni fa, molto più delicata non invasiva, quella pareva ovatta avvolgente e spesso si portava con sé la galaverna con i primi freddi autunnali.

La brina trasformava il paesaggio in un fascinoso ambiente lunare.
Provo a mettere a fuoco le immagini di allora, anche se sono passati decenni, e nell’infanzia tutto ha un sapore speciale, sensazione che vorrei far riemergere dal pulviscolo del tempo.
Fin da allora m’impegnavo a osservare e fissare la realtà che mi circondava, dal torrente Lesina al monte Roncola, dalle case alla ferrovia, dalle donne ai compagni, per renderle ricordi ripetibili in futuro, immagini poste al confine fra passato e presente.
Fili di fumo a destra sbucano da un comignolo, tentano di alzarsi ma si abbassano ancora e lentamente si avvicinano, fanno riaffiorare altri ricordi … Non sono più nel percorso ciclabile di città, ma in un viottolo di campagna, sulla destra il torrente scivola lento, sulla sinistra il muro fiancheggia i campi, un po’ di edera straripa e rompe alcune brecce, appare la cupola di una tomba, poi tutto torna a nascondersi.
In una nebbia intensa, bianca, luminosa, i rami degli alberi si lanciano arditi verso il cielo, la strada scompare, l’erba tenta di brillare sotto il cavalcavia imponente che sbuca all’improvviso, come un gigante dal proprio letargo.
Riconosco la sagoma di qualche casa, i campi arati, un’aia rumorosa, con il granturco appeso alle ringhiere delle terrazze, subito dopo ancora un piccolo ponte sul torrente, ancora il cimitero protetto da una cancellata severa … Ci sedevamo un attimo a riposare, senza accorgerci se i massi fossero freddi e umidi, presi dal fitto chiacchierare con i compagni incrociati proprio in quel punto.

Ci avevano raggiunte, erano stati meno mattinieri, ma più veloci.

Non ci fissavamo appuntamenti ma ci incontravamo lì ogni mattina.

Ricordo le voci attutite da una titubanza particolare, dall’idea immaginaria che qualche ombra fuggitiva potesse curiosare fra noi alla ricerca di compagnia.
C'era un atteggiamento del tutto naturale nell'andare in gruppo, a otto, dieci anni, con le amiche-amiche, con i compagni di classe diventati spontaneamente amici.
Quando era molto freddo, i figli dei contadini, venivano a scuola con gli zoccoli, suole di legno legate con due strisce fatte dalle camere d’aria di bicicletta, pantaloni corti e i lunghi calzettoni tirati fino alle cosce.

Proprio lì si vedevano centimetri di pelle livida per il freddo.

Mi si stringeva il cuore e al tempo stesso li percepivo come eroi usciti da “Cuore” per porsi alla nostra portata.

In primavera sbocciava tutta la loro energia, offrivano di accompagnarci per i campi verso le viole o alle more dei gelsi, e in autunno tra i fusti di granoturco ed i filari delle viti, come fossero padroni di casa dai modi liberali e regali, invece che timidi scolari.
I pensieri si sfiorano come i nodi del rosario.

Torno spesso agli anni ‘50 come tanti, probabilmente come tutti miei coetanei, con un affetto indefinibile e infinito, con un profondo sentimento di tenerezza.
“Carlo, Giacomo, Pippo ,Vanna, oggi vi abbraccerei, se potessi, per essere tornati con la nebbia, a farmi un po’ di compagnia, a sorridermi.

Quanto mi siete mancati,quanto mi mancate!” Purtroppo in questi anni è cambiata anche nei villaggi bergamaschi l’atmosfera, il ritmo, e non abbiamo cercato occasioni per ritrovarci lungo la strada verso la scuola.
“Come faranno i nostri giovani, Paolo, Aly, Fil e Leo, incasellati in ogni attimo del giorno, occhi e orecchi come prolungamenti dei media, come riusciranno a capire cosa sia il senso di libertà, che cresce dentro, si espande e non può più essere represso perché arricchito da emozioni quotidiane, e fiorito all’aria aperta?"
”Stronzo cosa ti viene in mente? Come ti permetti!” Un uomo poco più che trentenne mi ha raggiunto da dietro, nel sorpassarmi ha dato una manata alla mia coscia sinistra.
In un attimo faccio mente locale, torno in me, scendo dalla bici e con la stessa mi butto energicamente contro la sua.

” Ma è matta!” “Certo, prova a tornarmi vicino!!!” urlo.

Lui fugge esterrefatto, maltrattato da una nonnina? “che strano vittimismo si sta divulgando oggi come ieri, l’aggressore fa la parte dell’agnello.

” Nino sta sopraggiungendo, non riesco a farmi offrire un aiuto, sono rimasta scombussolata e lui non capisce o fa finta, mi supera preso dalla fretta, intanto si scusa: “ Sono in ritardo, devo aggiungere l’ufficio.

” Che strana indifferenza! Spesso quando sono sola e mi trovo in difficoltà , nonostante le mie richieste d’aiuto, non trovo nessuno che si offra di darmi una mano, in questa come in altre occasioni.
Ho imparato che devo sapermi difendere da sola e lo faccio con una certa dose di aggressività, ogni volta che è necessario freno, mangio la faccia, metto paletti.

Ma resto fregata lo stesso, gli imprevisti superano immaginazioni e speranze.
Anche da ragazzina avevo scoperto come fosse opportuno sapersi difendere, sono seconda di altri cinque fratelli, meglio il messaggio di una “Pupa sicura di sé per sopravvivere”.

Così mi lasciavo crescere le unghie per graffiare chi volesse prendersi gioco di me, non pensavo di anticipare i tempi della “legittima difesa”.
I ragazzi del cortile mi chiamavano “pantera bionda” ed io ne sorridevo compiaciuta, sia che salissi sugli alberi dell’orto in cerca di qualche pesca nei rami più alti, o su un ciliegio vicino a posare per la foto di Dani.

Conservo sempre quella foto dal profilo deciso, le trecce e il sorriso delicato.

A ripensarci mi chiedo ancora “ Dovevo liberarmi di approcci non graditi o volevo attirarli? Caschetto impavido o treccine compite? Provocavo con impudenza o mi proteggevo?” Forse giocavo, senza saperlo, l’eterno gioco intrigante e ambivalente, prendi e scappa, mordi e fuggi, frutto di spontaneità e di un’astuzia personalissima nella quale spesso la bicicletta era complice, consentiva di comparire, ammiccare e poi allontanarsi.
In quegli anni la bicicletta era come il cavallo per gli indiani nelle praterie, per i cavalieri nelle terre mediterranee, fonte di emozioni e di passioni individuali.

Era la mia cavalcatura, indispensabile e indiscutibile Negli anni a seguire ho vissuto sempre la bicicletta come mezzo che consente diverse possibilità d’incontro pur restando elemento utile a mantenere le distanze.

Rende liberi, indipendenti, in grado di stabilire le modalità dei rapporti, i tempi per gli altri e con sé stessi.
“Ma quando è scoppiata questa voglia di essere autonoma, di distinguermi, insieme alla caparbietà nel resistere in questo ruolo, con accurata strategia?”
Alle elementari ero di un’ingenuità incredibile, e con alcune idee chiare.

Non volevo andare all’asilo dalle suore, non restava che cercare di iscrivermi alle elementari a cinque anni, anche se le scuole erano lontane tre kilometri dall’abitazione del Villaggio.
In una giornata di settembre del ‘50, percorso per la prima volta il tragitto per la scuola di Locate sul cannone della bici di mio padre, ho affrontato l’ esame di ammissione alla prima elementare.

Ero stata invitata a scrivere sulla lavagna alcune lettere dell’alfabeto, poiché ero piccola, mi avevano messo su uno sgabello, con tanto di gesso e cancellino.

Ricordo che la commissione rideva per la mia “e” rovesciata e per l’impegno che ci mettevo a scriverla, così mi sono conquistata l’ammissione.

“Cara maestra Lombardi …”!.
Da allora, nei primi anni, sono andata spesso a piedi da casa a scuola, per tutti i giorni del calendario, dal primo ottobre a metà giugno, dal Villaggio Caproni al complesso scolastico, ma non mi pesava affatto.

Ero in compagnia di altri scolari più grandi e più piccoli, il tragitto era l’occasione per divertirsi, tanto che quelle giornate erano sinonimi di allegria.

Ben tre km di “ciarle”, scherzi, salti, fra prati, polvere, mazzi di bacche, bottoni d’oro, papaveri e fiordalisi, rovi, more, rose canine, persino decine di soffioni per scoprire “m’ama, non m’ama”.
Con disinvoltura conquistavamo l’aula con i tabelloni alle pareti, la lavagna, il profumo di gesso, i banchi di legno scuro con il calamaio Avevamo nella cartella l’astuccio di legno con la cannuccia e i pennini intercambiabili di metallo.

Il pennino andava intinto nell’inchiostro con arte.

Con una beccata eccessiva l’inchiostro sarebbe precipitato sul quaderno, facendo fiorire di macchie la pagina.

Non c’era carta assorbente sufficiente a prevenire i danni, solo a tamponarli, Dopo il primo orrore, seguivano i tentativi di cancellarle, come risultato si producevano i buchi sui fogli.

Esito tremendo! Pieno di conseguenze, compreso zero in calligrafia.
Rimediavo con i voti alti nelle materie di studio, dall’italiano a matematica, da storia a geografia.

Da che mi ricordo ho avuto sempre l’aria di brava bambina, da prima della classe.

Nelle foto scolastiche ufficiali: in posa castigata nel grembiule nero, colletto bianco un po’ di traverso, banana in testa e fiocco tra i capelli: fortuna che gli occhi nelle immagini sgranate, color seppia, ancora appaiono curiosi!! Quel molto brava ma disordinata mi è rimasto addosso per anni tanto da considerarmi imbranata, per anni, nella manualità.
Come nel giorno fatale: dopo che avevo ottenuto l’uso condiviso di una tanto sospirata bicicletta, di un intenso verde-brillante.

Nel salire il ponte verso la scuola vedo a distanza due ragazzi della compagnia che per essere spiritosi mi venivano incontro, in discesa a zig-zag, senza freni e velocissimi! Non faccio in tempo a spostarmi verso sinistra , pensando di proteggermi ,“crac “ un volo di metri in discesa!! La bici rotta, le ginocchia sbucciate! Conseguenza: altre camminate a piedi fino al giorno previsto per l’arrivo dell’arrotino che forse avrebbe consentito di recuperare i pezzi del manubrio e del pedale.

Il meccanico tutto fare distava due chilometri.

“Coltelli, forbici arrotino donne!! Aarroootino”” venite donne doonne correte!” Arrivava col suo carriolo a due ruote: raccoglieva ferro, stracci in cambio di poche lire, di un palloncino colorato per i bambini; di una camera d’aria o una forcella per i più grandi .

In cambio delle sue 10 lire, conquistate dopo settimane di recupero di stracci e bottiglie, conservate di nascosto, in attesa di: “Gelaaati … geeeelatiii”, ”Dieci lire per un gelato”.

Mi chiedo ora se si passava la voce con lo strasarol’, Bisognava che prima avessimo i soldi per poterli poi spendere!! Il carrettino del gelataio era molto elegante, sempre a due ruote, ma con tanto di tendina chiara, i coperchi dei contenitori del gelato argentei.

Un’aria pulita e profumi di vaniglia, cioccolato, fragola, pistacchio.
Aggiustata la bici era già necessario cederla per diverse ore ai fratelli, e questi pensavano di correre sui muri o contro le colonne, così al mio turno era rotta di nuovo! E ritornavo tristemente pedonauta.
Ma a piedi o in bici eccoci di corsa, in gruppo a vedere passare il Giro, fra la villa Mapelli e la fabbrica Caproni.

Io tifavo per Bartali,” Tutto sbagliato, tutto da rifare!” in un fiorentino straordinario; mia sorella, naturalmente per Coppi.

Arrivati alla curva prescelta, abbandonavamo a terra ogni cosa, per essere liberi di battere le mani, urlavamo fino alla raucedine:”Aarrivaaanooo” ”Viva Coppi”!”Forza Bartali, fagli vedere di cosa sei capace”! Non potevamo perdere un minuto, incantati dai visi contratti, dalla falcata potente sui pedali, di tanti corridori, capi e gregari.

In seguito, ricordando le loro imprese avremmo giocato con più entusiasmo sulla pista, nel cortile di casa, con le biglie prima di vetro e poi di plastica con foto: “Forza Coppi!! “ “Viva Bartali” ! “Ecco Moser”, “arriva Gimondi”!
Purtroppo per la preparazione all’ esame di ammissione alla prima media Pippo ed io, dovevamo affrontare mogi, i tragitti in treno, in bus, in funivia e trascurare le scampagnate a due ruote, per preparare dieci personaggi famosi(Mazzini, Garibaldi, Donizetti, Manzoni ecc), dieci poesie a memoria, (da Pianto Antico a san Lorenzo), Ci restava poco tempo per le corse in paese e nessuna possibilità di utilizzo della bici in città, allora non si poteva trasportare sul treno e a nessuno era balenata ancora l’idea di offrirle a nolo.
Per tutta la frequenza degli studi medi i viaggi sono proseguiti in treno.

Dopo i primi mesi, avevo imparato ad ammirarlo e a godere di tutte le opportunità che offriva.

Un treno con la locomotiva a vapore.

Sentivamo dal terrazzo il fischio del treno quando passava sotto il ponte, prima del Casello, allora via di corsa per le scale, oltre la strada, scavalcavamo la ringhiera nel punto più inclinato, ancora uno strappo fino alla stazione, in perfetto sincronismo con i primi spruzzi di fuliggine sui binari.

Naturalmente cercavamo di evitare il fumo ed il carbone lanciati e verso l’alto ed intorno alle ruote, salivamo sulla terza classe di legno, mentre la locomotiva sbuffava allegra verso il grande serbatoio dell’acqua.

, La caldaia a tutta pressione ripartiva al fischio del capostazione, il treno accelerava sferragliando sulle rotaie, superava semafori, scambi , carri merci, e poi il Brembo,che scorreva profondo, verde- argento.

I campi arati, le siepi, i filari di pioppi, le prime case della città, fino a Bergamo! Dalla stazione al complesso degli “Istituti medi Mazzi” a piedi.

Sempre in allegra brigata di risate e confidenze.

Con l’aria di essere più saccenti ed intriganti perché più grandi rispetto ai tempi delle elementari.
Per la bici restava solo la possibilità di qualche sospirato giro per il Villaggio, dopo pranzo, prima dei compiti, o verso sera.

Al tramonto era il mezzo che rendeva plausibile aspettare il ragazzo del cuore vicino alla rivendita del latte, di fianco ad un prato, dopo l’oratorio, come capitate per caso, lontano dagli sguardi dei troppi genitori, fra il profumo dei tigli e dei fiori di lavanda, .

Dopo timidi saluti affettuosi pronte a scappar via, strafelici.

“Posso accompagnarti?” “Meglio di no”, “a domani”, “ ciao “.
Nel periodo delle superiori il rapporto con la bici andava modificandosi! Era da “ragazzi”, noi “eravamo diventate grandi”, bisognava usare quella degli adulti, da donna.

Non sempre ci veniva concessa.
Nel tentativo di essere più carine molte di noi riducevano uso e ritmi.

Già ero considerata un “maschiaccio” e ci sarebbe mancata la bici per rendermi ancora più impertinente agli occhi di mia madre: “Sei una signorina!” “Dovresti comportarti con modi più fini”.

Allora usavo la due ruote con dei sotterfugi.

Tra l’altro per essere diversa da Luisa che metteva calze di seta e tacchi a spillo ho portato i calzettini bianchi fino a diciasette anni, caschetto biondo con nastrino, attenta, curiosa ma come indifferente a crescere in fretta”.

Sono stata immortalata così in una foto dell’Eco, vestitino di cotone di piquet azzurro fatto dalla mamma , sorriso sorpreso e ingenuo, sotto il titolo ” la prima studentessa di Bergamo”, “la più matura?? Ma se non sono matura oggi!”
Se la fama è legata alla foto del giornale, il cuore è rimasto in una foto scattata di fronte al monumento ai caduti, a Ponte San Pietro, conservata con moltissima tenerezza nell’album dei ricordi, indelebile nella mente.

Siamo un gruppo di amici, ripresi mentre ci facciamo le congratulazioni a vicenda.

Il premio della maturità, che c’eravamo auto-concessi per la prima domenica di luglio, è stata una biciclettata da Ponte S: Pietro a Caravaggio, tutti insieme: io, Vanna, Giampiero e Pino.

Dopo i primi dieci chilometri: una sudata incredibile ci ha steso, abbiamo rallentato il passo per l’ultimo tratto, fino alla gioia del vialone alberato, pronto ad attutire l’arsura.

Una buona sosta all’ombra dei tigli vicino al Santuario, sorsate di acqua della Fonte Benedetta, quindi ritorno da Caravaggio a Ponte.

Purtroppo alla biciclettata non aveva partecipato Andrea, di cui ero vagamente innamorata, e che sembrava ricambiare la cotta, timido, gentile, dai grandi occhi verdi “non posso venire, lavoro.

”.

Ci ha raggiunto solo in piazza al ritorno per salutarmi, non ha voluto farsi fotografare, ma c’è la sua ombra sullo scorcio del piazzale.

Sento ancora il suo “Arrivederci” e una stretta allo stomaco.

“Torno a settembre!” “sarei partita per Bologna, con tutta la famiglia, per frequentare l’Università”.

“Mi si spezza ancora il cuore dalla nostalgia” ronza la canzone negli orecchi.

Non sono più stata capace di rintracciarlo, non è venuto a trovarmi, non ci siamo più incontrati.

Sogno ancora i suoi occhi verdi!

Gli uomini dagli occhi azzurri hanno invece un debito con me, per i troppi sospiri d’amore che ho a loro dedicati.

In realtà tornano sempre a farmi male.

Da Sauro che optò per Luisa, a ginni che fingeva di fraintendere i miei sentimenti, a Luciano che solo due anni fa ha preferito un’altra, carina, elegante, dai riccioli neri, per le sue pedalate in città.
E dire che con Luciano l’anno prima eravamo stati a Vienna, con camper e bici al seguito.
Straordinario! In bici sul metrò! Nelle ore non di punta si può salire con la bici sulla metropolitana, e la mia torpedo era più emozionata di me … Invece di essere felice, Luciano brontolava, mi anticipava fuori dal campeggio, mi piantava in asso ai giardini di Mariateresa d’Austria, non voleva godersi il Castello di Schönbrunn … Le macchine avevano per noi ciclisti un rispetto incredibile! Ma non se ne accorgeva.

Lui stava già allontanandosi, o mi allontanavo io?
Per fortuna non è venuto a guastarmi la biciclettata a Roma, ero Pecos Bill dalla Domus Aurea al Colosseo, dalla Fontana di Trevi al Ponte Milvio.

Con una paura tremenda che mi rubassero la bici presa a nolo.

Da San Paolo fuori le Mura, a Piazza del Popolo.

Fiatone! Ma era il modo migliore per godersi il profumo del glicine, le serenelle, lo scorrere pacato del Tevere, le case,le piazze, i giardini, le fontane.

Potevo fermarmi a piacere, per gustare uno scorcio e poi ripartire : pantera e pulcino, malinconica e fiera.
Luciano da tempo pretendeva che fossi un’atleta efficiente, come venti anni prima, io, invece da altrettanto tempo non amo più correre, mi manca il fiato e ho imparato a coltivare la lentezza, almeno in bici.

I ritmi pacati mi consentono di schiarire le idee, di guardare intorno mentre i pensieri sembrano lentamente darsi un ordine che va oltre il quotidiano.

Pedalo e osservo, immagino e sogno, ascolto i profumi , i suoni, vago per atmosfere passate, ritorno al presente, rimando più in là i dispiaceri quotidiani.

Convivo con la realtà e la supero, pedalo e restano indietro le preoccupazioni, davanti c’è solo altro da conquistare.

Così vicina a tutti, posso fermarmi quando voglio; così isolata, posso proseguire e far finta di non aver visto le situazioni spiacevoli, con un colpo di pedale sorvolarle.

Così ho superato Luciano con il broncio, e persino con la nuova fiamma al prezzo di due lacrime invisibili in più.
… Ero tornata il cavaliere solitario, coraggioso e battagliero.

La vita poteva offrire mille possibilità di recupero, se fossi stata ancora in grado di lasciarmi condurre da una bicicletta come primo motore mobile.

Sempre presente a me stessa anche se trasognata.

Finalmente legata ad una bicicletta tutta mia, una bella bicicletta verde opaco in stile anni ‘30, con i freni a stecca, il fanale antico e la dinamo d’epoca; col portapacchi per il giornale, conquistata come premio di Laurea.
…Ci ricordano insieme in Piazza Maggiore: tanti primo maggio, le manifestazioni sindacali, incontri-scontri politici dal.

1977 al 1985, le processioni religiose e laiche, per la Madonna di San Luca e per la la strage della stazione, il 2 agosto 1980 e tutti i successivi due agosto.

Le commemorazioni per Falcone Borsellino, le serate di Bologna Sogna, nei Cortili dei Musei, i burattini e i concerti di Sogna Bologna, Bologna Estate.

Notti e giorni, poste, telefoni in bicicletta sempre, nonostante due incidenti e cinque furti … In bicicletta, vestita elegante, per incontri importanti, in jeans per la spesa, per i corsi ed i ricorsi, verso i medici, verso i professori delle medie di Francesca, a controllare .

le sue cadute col motorino, a riordinare l’andamento delle assemblee.

E le corse da Luciano per qualche ora d’amore.
In bicicletta ogni volta che fosse possibile, ogni volta che fosse necessario per arrivare prima che a piedi e fare più cose.
….

Nel vedere il vuoto alla rastrelliera la mattina avrei pianto: ho infatti pianto sulla scalinata poco dopo.

A volte le persone finte per bene sono più dannose di chi si presenta con i suoi quattro stracci.
Sono dovuta ricorrere ad una vecchia bici blu, in cantina, le ho messo due cestini, uno me l’ha regalato il lattaio, commosso dal furto che avevo subito.

“Non ti vergogni sembri un rottamaio” “No, anzi ne sono orgogliosissima! Così è perfetta per me!” “è riconoscibile, non interscambiabile e me la ruberanno meno facilmente.

Resterà ancora più funzionale della precedente.


Non ricordo se è la bicicletta blu offerta da Rino, quando mi sono trasferita con il lavoro ad Imola, la famiglia sarebbe arrivata pochi mesi dopo.

Una bicicletta da tenere alla stazione, per consentirmi di arrivare in tempo al complesso del Sante Zennaro ( gli autobus scarseggiavano in provincia negli anni ’70)… O se è il regalo di Toni, che mi ha visto depressa dopo il furto della verde-liberty? E’ compagna insostituibile e, non cicrederete! Lei lo sa!! Mi ha accompagnato spesso a teatro, al lavoro, alla spesa, alla stazione, agli aperitivi, ai corsi ed ai soccorsi.

Gratificata da un amore che viene da lontano, proprio dai tempi delle elementari che costantemente si riaffacciano alla memoria quando pedalo.
E uno dei miei tesori più preziosi.
Di fronte ai fraintendimenti fra le persone, posso ancor più energicamente testimoniare che la bicicletta è stata per decenni la compagna più fedele della mia vita, non potrei sostituirla con un ”lui” qualunque, (qualsiasi sia il colore dei suoi occhi,) come non l’avrei mai scambiata con un motorino …
Ogni bicicletta è benefica, hai i ritmi propri dell’animo di chi la porta ed elargisce gratuitamente calore al ritmo di ogni pedalata.
La macchina ha quattro ruote, un motore meccanico, persino una scheda con memoria elettronica in grado di andare in tilt.
La bici ha un cuore che batte sempre in sintonia con il mio, tric trac, ritmato dal passo della vita.

Io e la bici, la bici e me.
Mt Moniga del garda bs
 

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