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Leonard Bernstein nasce il 25/8/1918 a Lawrence,
Massachusetts, USA.
Muore il 14/10/1990 a New York.
Compositore, pianista, direttore d'orchestra.
Il padre, un ebreo russo, emigra negli Stati Uniti
all'inizio del secolo.
Soprannominato Lennie, studia alla Boston Latin School e
alla Harvard University.
Frequenta corsi musicali alla Curtis Institute e alla
Berkshire Music Center.
Dal 1943 al 1944 è vice-direttore del New York
Philharmonic.
Dal 1945 al 1948 è direttore del New York Symphony.
Dal 1948 al 1949 è consulente musicale del Israel
Philharmonic.
Nel 1948 diventa membro del Berkshire Music Center e
successivamente direttore.
Dal 1951 al 1958 è professore di musica al Brandeis
University.
Nel 1958 è direttore del New York Philharmonic.
Nel 1953 è conduttore della Scala di Milano.
Attivo per il cinema solo in poche occasioni.
Muore nel 1990 per un infarto.
La musica secondo... Leonard Bernstein
"Voglio trasmettere tutto ciò che so della musica e ciò che provo. Voglio
destare nel pubblico la sensibilità e la conoscenza, ma anche portarlo a
comprendere la musica."
"O si migliora … o si muore", disse Leonard Bernstein, ormai prossimo al
settantesimo compleanno. Lui, l'artista rinascimentale ritrovatosi a
vivere nel XX secolo, lui che - secondo le sue parole - aveva vissuto
"almeno cinque vite", lui, la stella internazionale dalla gioia di
vivere e di soffrire dell'uomo estraneo alle luci della ribalta,
sembrava aver trovato, se non proprio la pace interiore, almeno un
maggiore equilibrio.
Allievo di Fritz Reiner e Serge Koussevitzky, fu nominato direttore
assistente della New York Philharmonic nel 1943 e diventò "il bambino
prodigio americano" dopo aver sostituito Bruno Walter in un concerto del
14 novembre 1943. "Il più grande talento del secolo nel campo della
direzione orchestrale", secondo Wilhelm Furtwängler, doveva più di ogni
altro lasciare un'impronta nella storia musicale americana moderna come
compositore, direttore e filosofo musicale. Proprio in lui, impregnato
della tradizione ebreo-russo-europea, l'America trovò la sua identità
musicale.
Sotto la sua egida la New York Philharmonic ha suonato in 942 concerti
oltre 400 opere, fra cui più di un centinaio di prime esecuzioni di
compositori americani.
Che venisse definito un artista poliedrico o un "camaleonte dal colore
indelebile", ammirato o disprezzato come "stella dello spettacolo",
chiamato "genio dell'esagerazione", che la sua spontaneità - o anche la
sua stravaganza - le sue ardenti emozioni e l'impetuosità delle sue
passioni provocassero risentimenti filistei: tutto ciò rivela il suo
incommensurabile talento e spiega la perplessità di coloro che non
riuscivano a capirlo semplicemente perché era troppo grande.
Difficile da comprendere, specialmente negli Stati Uniti, era lo spiccato
soggettivismo di Leonard Bernstein. Egli si opponeva a quel realismo, a
quel perfezionismo con cui le orchestre e i direttori americani si
distaccavano dal soggettivismo romantico europeo trasformatosi in
irrazionalità. Il suo interesse non era rivolto al funzionamento
dell'apparato orchestrale e all'idea dell'esito positivo, ma sempre e
soltanto al significato della musica. Malgrado si considerasse un
contemporaneo della "età della paura" (così il titolo della sua Seconda
Sinfonia), egli visse, senza mai cadere in una retorica candida e
banale, nella speranza dell'ideale umanistico. Nel suo epitaffio su
Leonard Bernstein, Joachim Kaiser ha citato una frase su Mozart
pronunciata dal direttore scomparso: "E quando se ne andò dal mondo,
esso era rinnovato, arricchito e benedetto dal suo passaggio."
Come nessun altro, Bernstein ha saputo spiegare il significato di Mahler
per la coscienza moderna: "Cosa vide Mahler? Tre modi di morire: prima
di tutto la sua morte incombente; poi la morte della tonalità, che per
lui significava soprattutto la morte della musica. Le sue ultime opere
sono un addio definitivo sia alla musica che alla vita. Infine la sua
terza ed ultima visione: la morte della società, la morte di una cultura
faustiana. Ed è proprio qui che risiede l'ambivalenza più affascinante
in assoluto: mentre invecchiamo, dimostriamo la nostra maturità
imparando ad accettare la nostra mortalità, senza mai peraltro
rinunciare alla ricerca dell'immortalità."
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