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Nanopatologie: cause ambientali e possibilità di indagine

Nanopatologie: il gruppo di Modena

Il lavoro del gruppo di Modena
Stefano Montanari*, Antonietta M. Gatti**
* Nanodiagnostics, Via E. Fermi 1/L, 41057 San Vito (Modena)
** Laboratorio di Biomateriali, Università di Modena e Reggio Emilia

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Nel 1990, il Laboratorio di Biomateriali dell’Università di Modena, fondato e diretto dalla dottoressa Antonietta Gatti, si trovò ad investigare sulla causa della rottura di un filtro cavale [2] all’interno della vena cava di un paziente.

La causa della rottura fu presto individuata, ma la successiva analisi, eseguita con sistemi di microscopia elettronica, rivelò qualcosa di molto strano: la presenza, sulle superfici di rottura di quell’oggetto, di elementi, come il titanio, che non fanno parte dell’organismo umano né entrano nella composizione di quel dispositivo particolare fatto d’acciaio inossidabile

Un paio d’anni più tardi, allo stesso laboratorio si presentò un caso del tutto analogo e, ancora una volta, furono trovati elementi estranei sia ai tessuti umani sia alla lega metallica del filtro, quali alluminio e titanio .

In seguito, alla fine del 1997, si presentò l’occasione di esaminare i reperti bioptici epatici e renali di un paziente che da oltre otto anni soffriva di febbre intermittente unita a gravi compromissioni al fegato e, soprattutto, ai reni, senza che nessuno fosse in grado di stabilire l’origine dei sintomi. Montanari S., Malattia tromboembolica e filtri cavali, Ed. C. Rabbia, G. Emanuelli, 90-140 (2000) Minerva Medica, Torino.
[3] Emanuelli G., A.M. Gatti, A. Cigada, M.F. Brunella, Physico-chemical observations on a failed Greenfield vena cava filter, J Cardiovasc Surg 1995;36:121-5.
[4] Gatti A.M., S. Montanari, Retrieval Analysis of Clinical Explanted Vena Cava Filters, J Biomed Mat Res Part B: Appl Biomater 77B:307-314, 2006.
Antonietta Gatti
La biopsia di fegato e reni rivelò la presenza di una granulomatosi, non batterica e non virale, classificata come criptogenica.

Con grande sorpresa, in seguito alle analisi eseguite fu evidente che quei tessuti contenevano micro- e nanoparticelle di materiale ceramico, un materiale identico a quello che costituiva la protesi dentaria, estremamente usurata, che il paziente portava.

Quello che era avvenuto era abbastanza semplice: i detriti che la protesi produceva a causa di una cattiva occlusione e, dunque, di una scorretta masticazione e di un tentativo maldestro di aggiustamento erano stati inghiottiti per otto anni.

Poi, questi detriti erano in qualche modo finiti nel fegato e nei reni dove erano rimasti, provocando una granulomatosi che si era aggravata tanto da condurre i medici a prevedere per il paziente un trattamento emodialitico cronico che pareva ormai imminente ed inevitabile.
Rimossa la protesi e trattato il soggetto con un’opportuna terapia cortisonica, i sintomi si stabilizzarono e anche regredirono in parte, per cui non fu necessario ricorrere all’emodialisi .

Allora iniziò una ricerca negli archivi delle Università di Modena e di Magonza (Germania) e del Royal Free Hospital di Londra per avere reperti autoptici e bioptici di pazienti che soffrissero o avessero sofferto di malattie criptogeniche di natura infiammatoria.

I materiali sui quali iniziò il lavoro di indagine riguardavano principalmente varie forme tumorali e granulomatosi di origine non virale e non batterica, simili in qualche modo al caso già osservato. In tutti i casi analizzati, i campioni contenevano micro- e nanoparticolato inorganico.

Per poter allestire una ricerca più sistematica, la dottoressa Gatti chiese ed ottenne un supporto finanziario dalla Comunità Europea, e il progetto (QLRT-2002- 147), che coinvolse anche le Università di Magonza e di Cambridge, la FEI (già appartenente al gruppo Philips) e la Biomatech (azienda privata di ricerca francese), fu battezzato “Nanopathology”, indicando con quel neologismo lo studio delle patologie indotte da micro- e nanoparticelle.
Nanopathology



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