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Le fonti delle polveri Conclusioni

Nanopatologie: Le fonti delle polveri Conclusioni

Il lavoro del gruppo di Modena
Stefano Montanari*, Antonietta M. Gatti**
* Nanodiagnostics, Via E. Fermi 1/L, 41057 San Vito (Modena)
** Laboratorio di Biomateriali, Università di Modena e Reggio Emilia

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Già nell’introduzione si è detto che la natura è una produttrice di polveri.

Si tratta, di norma, di granelli che non scendono sotto le dimensioni di alcuni micron e, salvo casi particolari come, ad esempio, le particelle liberate dalle rocce amiantifere, non paiono essere dotate di particolare pericolosità per la salute umana, se non altro per la loro concentrazione, tutto sommato scarsa.

È l’uomo, come accennato sopra, ad essere responsabile di una quota soverchiante d’inquinamento, tanto per quantità quanto, e soprattutto, per pericolosità.

Se si dovesse caratterizzare la specie umana rispetto a qualsiasi altro animale, basterebbe indicarla come la sola inquinante e in disequilibrio con la natura che popoli il Pianeta.
In effetti, l’uomo ha cominciato ad inquinare nel momento in cui ha imparato ad accendere il fuoco poiché, di fatto, ogni combustione è fonte di particolato primario e secondario e di una quantità di gas più o meno aggressivi per l’organismo [7].

Ma la tecnologia delle alte temperature, quelle temperature che producono particolato fine e finissimo, è diventata disponibile su grande scala solo in tempi relativamente recenti e viene utilizzata, in particolare, per produrre energia.

La stessa energia che, oggi, generata in gran parte per combustione, è stata fornita, per quasi tutto il tempo trascorso dall’uomo sulla Terra, dai muscoli propri e da quelli degli animali.

La combustione comincia ad essere impiegata in grande stile solo nella cosiddetta Prima Rivoluzione Industriale, con lo sfruttamento dell’acqua trasformata in vapore; pochi decenni più tardi, con la Seconda Rivoluzione Industriale, il carbone comincia ad essere usato per far funzionare le prime vere macchine industriali; allora le fonti fossili, bruciando, iniziarono ad influenzare sensibilmente l’ambiente. [7] Armaroli, N., Po, C., Centrali ter- moelettriche a gas naturale. Produzione di particolato primario e secondario. RICHMac Magazine - Novembre 2003- 45-51.
Oggi, la maggior parte dell’inquinamento ambientale ed alimentare da polveri si deve ai motori a scoppio, alle fonderie, ai cementifici, agli inceneritori, spesso chiamati abusivamente termovalorizzatori, alle esplosioni in genere, e giù fino ad operazioni apparentemente più innocue come quelle di saldatura.

Se le temperature sono elevate, molte sostanze inorganiche volatilizzano per poi ricombinarsi, spesso in modo diverso da quello d’origine, sotto la forma delle particelle descritte sopra che, avendo massa piccolissima, si comportano come i gas, restando sospese in aria anche per tempi assai lunghi e migrando con gli eventi atmosferici anche per distanze enormi.

È necessario sottolineare che quasi mai queste polveri sono biodegradabili, il che significa che, in termini pratici, sono da considerare eterne.

In aggiunta a questo, non esistono sistemi tecnologici efficaci per attenuarne la pericolosità.
Tra le fonti odierne d’inquinamento da polveri inorganiche, ne spicca una, quanto meno per inutilità: l’incenerimento dei rifiuti.

L’illusione che questa pratica offre è quella di far scomparire l’immondizia, mentre le leggi naturali, e segnatamente la legge di conservazione della massa o di Lavoisier, c’insegnano che questa scomparsa altro non è se non un ingenuo gioco di prestigio.

Nei fatti, quanto s’introduce in un inceneritore, e i cosiddetti termovalorizzatori non fanno eccezione, esce invariato quanto a massa ma trasformato chimicamente in sostanze di gran lunga più tossiche rispetto a quelle iniziali e ridotto nella sua parte solida in polveri fini, finissime ed ultrafini che hanno un grave impatto sull’organismo.

Se, poi, si considera che al rifiuto vengono addizionate sostanze chimiche e nel processo s’impiega acqua, e che la combustione comporta una combinazione chimica con l’ossigeno atmosferico, ciò che esce dal processo d’incenerimento è una massa almeno doppia di materiale rispetto a quello che ci si era proposti di smaltire.
Dunque, la pratica è del tutto illusoria e, di fatto, altro non è se non una maniera per moltiplicare la massa di rifiuti e per renderli sicuramente patogeni.

In presenza d’insediamenti industriali o d’impianti a caldo come quelli per il trattamento dei rifiuti, di norma si eseguono indagini sulla qualità dell’aria, e queste indagini sono tese ad individuare inquinanti quali, tra molti altri, ossidi di carbonio e d’azoto, o composti come gli organoalogeni (per esempio, le diossine, i policlorodibenzofurani o i policlorobifenili).

Tra gl’inquinanti, ci sono anche i metalli pesanti, e questi vengono liberati nell’aria spesso in forma elementare, per poi raggrupparsi, come si è detto, in particelle solide che non di rado, se la temperatura è sufficientemente alta, formano leghe del tutto casuali non catalogate in alcun manuale di metallurgia.




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