Relazione tra presenza di polveri e incidenza della malattia


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Nanopatologie: cause ambientali e possibilità di indagine

Relazione tra presenza di polveri e incidenza della malattia

Stefano Montanari*, Antonietta M. Gatti**
* Nanodiagnostics, Via E. Fermi 1/L, 41057 San Vito (Modena)
** Laboratorio di Biomateriali, Università di Modena e Reggio Emilia
www.nanodiagnostics.it www.stefanomontanari.net Aiutiamo la ricerca del Dottoressa Gatti e del Dottor Montanari inviando fondi per l'acquisto del Microscopio Elettronico

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La domanda che sorge spontanea è: esiste una relazione causa-effetto certa tra la presenza di particelle e malattia?

Una delle basi della scienza medica è la statistica, e la statistica si avvicina sempre più alla verità con il crescere dei numeri.

Benché il gruppo di Modena raccolga da anni dati sempre coerenti e mai contraddittori, non è possibile affermare di avere una quantità sufficiente di casi (ad oggi, ottobre 2006, i casi di cancro esaminati sono circa 600) per avere il diritto di affermare che la relazione esiste con certezza assoluta.

Tuttavia, una delle basi scientifiche per valutare la bontà di una teoria è la sua capacità di predire i fenomeni.

Nei casi in cui si è presentata la possibilità di conoscere dati rilevanti in nanopatologie, è stato possibile predire con precisione l’istaurarsi di una malattia.

In molte circostanze, poi, semplicemente esaminando con la metodologia descritta un campione patologico, il gruppo è stato in grado di ricostruire le condizioni d’inquinamento in cui il soggetto è vissuto, fino ad individuare quale fosse la marca di sigarette che questi eventualmente fuma o ha fumato.
Fra le tante, una prova per tutte sulla capacità di previsione della nuova branca scientifica è quanto accaduto poco dopo il crollo delle Torri Gemelle a New York.

Allora il gruppo previde correttamente che entro qualche anno un numero grandissimo di persone scampate al crollo, ma coinvolte per giorni o mesi nell’ambiente dove aleggiavano enormi quantità di polveri, si sarebbero ammalate di patologie simili a quelle di cui soffrono i reduci dalle guerre del Golfo e dei Balcani.

A quanto risulta da comunicazioni non ufficiali risalenti all’inizio del 2005, i soggetti che si sono effettivamente ammalati dovrebbero essere circa 400.000, ma i numeri sono in sicuro aumento.

Altro esempio da considerare è l’esperimento [12], eseguito qualche anno fa su una popolazione di ratti, con l’iniezione nel sottocute di una metà della loro schiena, di nanoparticelle metalliche e ceramiche e l’impianto, nell’altra metà, di dischetti relativamente grandi degli stessi materiali.
Entro sei mesi, tutti i ratti mostrarono segni evidentissimi di rabdomiosarcoma nella metà dove era stato iniettato il particolato, mentre dove erano stati impiantati i dischetti si notava solo una innocua fibrosi.

Interessante è anche notare come le particelle ceramiche iniettate si fossero agglomerate, comportandosi quali particelle non più nanometriche, ma micrometriche, e non avessero dato origine ad una forma tumorale o, almeno, non ne avessero avuto il tempo.

Un altro fondamento scientifico nella valutazione di un modello è la sua capacità di spiegare i fenomeni, e non c’è dubbio che la teoria nanopatologica spiega con chiarezza l’origine di non poche affezioni criptogeniche.

Ora lo studio procede per approfondire la comprensione dei meccanismi biologici coinvolti nella connessione tra causa ed effetto.

Un nuovo progetto europeo, denominato DIPNA e coordinato dalla dottoressa Gatti, è chiamato a far luce su diversi aspetti, ancora ignorati.


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