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Pur coinvolgendo non pochi campi della medicina,
l’argomento è senza dubbio nuovo al di fuori di ambiti scientifici molto
particolari e ancora riservati agli addetti ai lavori.
Volendo offrire una definizione succinta, le nanopatologie sono le
malattie provocate da micro- e, soprattutto, nanoparticelle (1)
inorganiche che in qualche modo riescono a penetrare nell’organismo,
umano o animale che sia, e non ha alcuna importanza come queste entità
piccolissime riescono ad entrare o come sono prodotte.
È un dato di fatto che i meccanismi seguiti da una particella una volta
che questa sia riuscita a penetrare nell’organismo sono gli stessi,
indipendentemente dalla sua origine.
All’inizio degli anni Novanta, il Laboratorio di Biomateriali
dell’Università di Modena fondato e diretto dalla dottoressa Antonietta
Gatti si trovò ad investigare sul perché un filtro cavale si fosse rotto
all’interno della vena cava di un paziente(2).
Il perché questo si fosse rotto fu un problema di facile
soluzione, ma la nostra analisi, eseguita con sistemi fisici, rivelò
qualcosa di molto strano, vale a dire la presenza su quell’oggetto di
elementi come, ad esempio, il titanio, che non fanno parte
dell’organismo di alcun animale superiore né entrano nella composizione
del dispositivo.
1 “Micro” è il prefisso per ordini di grandezza
tra il milionesimo e il centomillesimo di metro; “nano” per quelli tra
il miliardesimo e il diecimilionesimo di metro.
2 I Filtri Cavali sono dispositivi di metallo che s’impiantano
all’interno della vena cava per impedire la migrazione embolia di trombi
che originino dagli arti inferiori o dal bacino. |
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Un paio d’anni più tardi, ci si presentò un caso del tutto analogo e,
ancora una volta, trovammo che elementi estranei sia ai tessuti umani
sia alla lega metallica del filtro erano presenti.
Poi, alla fine del 1998, la dottoressa Gatti ebbe l’occasione di
esaminare i reperti bioptici epatici e renali di un paziente che da
oltre otto anni soffriva di febbre intermittente unita a gravi
compromissioni al fegato e, soprattutto, ai reni, senza che nessuno
fosse in grado di dire da dove questi sintomi originassero.
Con grande sorpresa, in seguito alle analisi eseguite fu evidente che
quei tessuti contenevano micro- e nanoparticelle di materiale ceramico,
un materiale identico a quello che costituiva la protesi dentaria
usurata che il paziente portava.
Ciò che era avvenuto era abbastanza semplice: i detriti
che la protesi produceva a causa di una cattiva occlusione e, dunque, di
una scorretta masticazione, e di un tentativo maldestro di aggiustamento
erano stati inghiottiti per otto anni. |
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Poi questi detriti erano in qualche modo finiti nel fegato e nei reni
dove erano restati, provocando una granulomatosi che si era aggravata
tanto da condurre il paziente sull’orlo di un trattamento emodialitico
cronico che pareva ormai inevitabile.
Rimossa la protesi e trattato il soggetto con un’opportuna terapia
cortisonica, i sintomi si stabilizzarono, in parte anche regredendo, e
non ci fu bisogno di ricorrere all’emodialisi.
Cominciammo allora a cercare negli archivi delle Università di Modena e
di Magonza (Germania) e del Royal Free Hospital di Londra per avere
reperti autoptici e bioptici di pazienti che soffrissero o avessero
sofferto di malattie criptogeniche, in particolare quelle delle quali
fosse possibile ipotizzare un’origine o, comunque, una componente,
infiammatoria. |
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Il materiale su cui cominciammo a lavorare riguardava principalmente
varie forme tumorali e granulomatosi di origine non virale e non
batterica.
In tutti i casi esaminati i campioni contenevano micro- e
nanoparticolato inorganico.
Sulla base di quanto stavamo trovando, la dottoressa Gatti chiese ed
ottenne un supporto finanziario dalla Comunità Europea per allestire una
ricerca più sistematica, e il progetto (QLRT-2002-147), che coinvolse
anche le Università di Magonza e di Cambridge, la FEI (gruppo Philips) e
la Biomatech (azienda privata di ricerca francese), fu battezzato “Nanopathology”,
indicando con quel neologismo lo studio delle patologie indotte da
micro- e nanoparticelle.
Si acquistò, allora, un microscopio elettronico a scansione ambientale
(ESEM) accessoriato con uno spettroscopio a raggi X a dispersione
d’energia (EDS) e si approntò una metodica ad hoc, che ancora non ha
uguali al mondo, appropriata per i nostri scopi.
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Il vantaggio principale di quel tipo di microscopio è la
possibilità che questo offre di osservare campioni biologici vitali in
condizioni ambientali, vale a dire non sotto vuoto (il che ne farebbe
evaporare tutto il contenuto d’acqua, uccidendoli) e senza ricopertura
di metalli o di carbone (il che introdurrebbe degl’inquinanti).
L’EDS, invece, permette di eseguire un’analisi elementare assolutamente
precisa e puntuale del campione.
Iniziate le ricerche, fu subito evidente che il particolato micro- e
nanometrico è in grado di entrare nell’organismo e, almeno in parte, non
viene affatto eliminato come, invece, era sempre stato dato per scontato
pur senza alcuna base scientifica sperimentale, dato che nessuna ricerca
in proposito era mai stata eseguita.
Fu altrettanto evidente come la via preferenziale d’ingresso di quel
materiale sia l’inalazione.
A causa delle loro ridottissime dimensioni, quelle particelle, non
importa come prodotte, restano sospese nell’aria per tempi lunghissimi. |
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Fig. 1 - Nanoparticelle di ferro all’interno di un globulo rosso
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Da qui, vengono inspirate e finiscono negli alveoli
polmonari dove, se sono abbastanza grossolane (si parla, comunque di
qualche millesimo di millimetro), sono fagocitate dai macrofagi.
Una volta che questi corpi estranei sono stati divorati, i macrofagi non
sono però capaci di degradarli e, dunque, di distruggerli, perché quei
corpi estranei non sono biodegradabili.
La conseguenza è che, morto il macrofago, la particella rimane
nell’organismo, a meno di quella frazione che i macrofagi sono riusciti
a portare a livello delle vie respiratorie superiori per venire poi
eliminate tramite l’espettorazione.
Se il particolato è di dimensioni nanometriche, e si parla da qualche
decimillesimo di millimetro in giù, questo passa direttamente, entro un
minuto, dall’alveolo polmonare alla circolazione sanguigna.
Dal sangue agli organi il passo è breve, soprattutto se si pensa che le
nanoparticelle entrano anche nei globuli rossi, un ottimo cavallo di
Troia per superare ogni barriera |
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Così, prima o poi, queste particelle sono sequestrate da
qualche organo: fegato, rene, gangli linfatici, cervello e, in pratica,
ogni tessuto dell’organismo.
Ad aggravare la situazione, sta il fatto che il particolato che noi
vediamo non è solo non biodegradabile, ma è anche non biocompatibile, il
che significa che è sicuramente, per definizione stessa, patogenico,
cioè capace d’innescare unamalattia.
Come per un qualsiasi corpo estraneo, uno stato infiammatorio è la
maniera con cui l’organismo reagisce alla presenza indesiderabile di
quei minuscolissimi granelli di polvere, e questa reazione diventa
visibile quando la concentrazione dei detriti è abbastanza elevata. Ma
quando i granelli sono nanometrici, ecco che questi sono capaci di
penetrare nelle cellule, e lo fanno profondamente, fino all’interno del
nucleo, senza che di loro la cellula si accorga.
Nel primo caso, spesso l’infiammazione si cronicizza, e questa è una
condizione favorevole all’istaurarsi di una patologia tumorale. |
Fig.
2 – Nanoparticelle di ferro all’interno del nucleo di un epatocita |
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Nel secondo, invece, non abbiamo una casistica sufficiente,
ma, a lume di buon senso, si può pensare che una presenza estranea in un
punto così delicato di una cellula possa interferire sia fisicamente sia
chimicamente con le sue strutture e, più segnatamente, con il DNA.
Da aggiungere, poi, che in diverse circostanze abbiamo trovato
particolato nello sperma da dove potrebbe entrare nell’ovocita,
ragionevolmente provocando reazioni avverse.
È un dato di fatto che i militari esposti ai fumi delle esplosioni, fumi
che di particelle abbondano, generano una prole malformata con una
frequenza niente affatto trascurabile.
Si aggiunga pure il fatto che le pecore al pascolo nei pressi di alcune
basi militari dove si fanno esplodere bombe partoriscono frequentemente
agnelli le cui malformazioni sono tanto gravi da essere incompatibili
con la vita. |
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Un ottimo laboratorio che ci si è offerto per questa
parte dei nostri studi è stata, ed è tuttora, quello dei teatri bellici.
Il nostro gruppo è impegnato nelle ricerche sulle sindromi cosiddette
del Golfo e dei Balcani che affliggono militari e civili allo stesso
modo.
Una delle nostre scoperte è quella secondo cui i soggetti impegnati in
quelle zone si ammalano non tanto per la radioattività dell’uranio
impoverito contenuto in certi proiettili ed in certe bombe (al più, la
radioattività potrebbe essere una concausa), o per la tossicità
dell’uranio, bensì per l’inalazione (e l’ingestione) delle enormi
quantità di polveri sottili e sottilissime che ogni esplosione ad alta
temperatura sviluppa (e l’uranio è responsabile della creazione di
temperature che superano i 3.000 °C), facendo volatilizzare bersaglio e
proiettile insieme |
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Fig. 3 – Micro- e nanoparticelle di piombo nello sperma
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Questo materiale si ricondensa velocemente in atmosfera
sotto forma di micro- e nanoparticolato che resta poi in sospensione per
tempi anche molto lunghi, e si deposita lentamente al suolo, ricadendo
sui prodotti commestibili della terra.
Basta, poi, un refolo di vento per risollevare la polvere di nuovo e
ricominciare il ciclo.
Dopo l’inalazione, la via d’assunzione più frequente per i micro- e
nanodetriti è l’ingestione.
Dovunque, come accade nei territori colpiti dalla guerra, le particelle
che fluttuano in aria, comunque prodotte, prima o poi cadano a terra,
depositandosi su frutta e verdura che sono alimento per l’uomo, e
sull’erba che è cibo per gli animali.
Anche l’apparato digerente lascia transitare con una certa libertà il
particolato che, come avviene per quello inspirato, entra nel sangue e
nei vasi linfatici, seguendo poi la stessa sorte dell’altro. |
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In questo caso, particelle relativamente grossolane
restano “incastrate” nel tessuto della parete gastrica o intestinale.
Ma ulteriori, seppur meno frequenti, vie d’ingresso nell’organismo
esistono.
Ad esempio, il fumo di tabacco (sigaretta, pipa o sigaro non fanno
alcuna differenza e provocano identico danno) contiene particolato che
penetra sia nei polmoni, dove in parte resta e da dove in parte migra,
sia nella mucosa della bocca dove un po’ passa nel sangue e molto si
accumula.
Si è ipotizzato anche il passaggio di particelle attraverso la pelle, e
questo in relazione all’uso che si fa di particolato in certe creme
cosmetiche, ma, a quanto risulta a tutt’oggi da uno studio su base
europea, pare che questa possibilità sia da escludere, almeno in
presenza di una pelle integra.
A questo punto, la domanda che sorge ovvia è: esiste una relazione
causa-effetto certa tra la presenza di particelle e malattia?
Una delle basi della scienza medica è la statistica e la statistica si
avvicina sempre più alla verità con il crescere dei numeri.
Benché il nostro gruppo raccolga da anni dati sempre coerenti e mai
contraddittori, non possiamo affermare di avere una quantità sufficiente
di casi (ad oggi, dicembre 2005, i casi di cancro esaminati sono circa
400) per avere il diritto d’affermare che la relazione esiste con
certezza assoluta. |
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Tuttavia, una delle basi della scienza in assoluto per valutare la bontà
di una teoria è la sua capacità di predire i fenomeni.
È un dato di fatto che ogni volta che ci si è presentata la possibilità
di conoscere dati rilevanti in nanopatologie, noi siamo stati capaci di
predire con precisione l’istaurarsi di una malattia.
In molte circostanze, poi, semplicemente esaminando con la nostra
metodologia un campione patologico, siamo in grado di ricostruire le
condizioni d’inquinamento in cui il soggetto è vissuto, fino ad
indovinare quale sia la marca di sigarette che questi eventualmente fuma
o ha fumato.
Fra le tante, una prova per tutte sulla capacità della nuova branca
della scienza di prevedere, è quella accaduta poco dopo il crollo delle
Torri Gemelle a New York.
Noi allora comunicammo che entro qualche anno un numero grandissimo di
persone scampate al crollo, ma coinvolte per giorni o mesi nell’ambiente
dove aleggiavano enormi quantità di polveri, si sarebbero ammalate di
patologie simili a quelle di cui soffrono i reduci dalle guerre del
Golfo e dei Balcani. |
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La cosa si è puntualmente avverata, coinvolgendo ora 400.000 soggetti,
ma i numeri sono in aumento, ed ora il nostro gruppo è stato chiamato a
lavorare su di un campione di pazienti newyorkesi per tentarne la
detossificazione.
Un altro punto da considerare è l’esperimento che eseguimmo qualche anno
fa su di una popolazione di ratti, iniettando nei muscoli di una metà
della loro schiena delle nanoparticelle metalliche ed impiantando
nell’altra metà dischetti relativamente grandi dello stesso materiale.
Entro sei mesi, tutti i ratti mostrarono segni evidentissimi di
rabdomiosarcoma nella metà dove era stato immesso il particolato, mentre
dove si erano impiantati i dischetti si notava solo una innocua fibrosi.
Interessante è anche come le particelle ceramiche iniettate si fossero
agglomerate, comportandosi quali particelle non più nanometriche, ma
micrometriche, e non avessero dato origine ad una forma tumorale o,
almeno, non ne avessero avuto il tempo. |
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Ancora da tenere presente è come indagini eseguite su tessuti di soggetti
presumibilmente sani (giovani morti in incidenti stradali) non
rivelarono presenze di nanoparticolato, e così accade quando si osserva
il tessuto di pazienti in punti appena esterni a quelli nei quali la
patologia è manifesta e nelle quali la presenza di micro- e
nanoparticelle è evidente.
Un altro fondamento della scienza nella valutazione di un modello è la
sua capacità di spiegare i fenomeni, e non c’è dubbio che la teoria
nanopatologica spiega con chiarezza l’origine di non poche affezioni
criptogeniche.
Si può allora discutere sui meccanismi biologici coinvolti nella
connessione tra causa ed effetto, e questa è cosa che si sta facendo e
che si dovrà indubbiamente approfondire, ma l’atteggiamento di chi vuol
considerare le micro- e le nanoparticelle inorganiche innocue solo
facendosi scudo della propria e, forse, generalizzata, mancata
conoscenza è ingenuo quanto quello dello struzzo. |
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È ormai assodato che di fronte agli ordini di grandezza nei quali le
particelle, soprattutto quelle nanometriche, si situano, le leggi della
biologia classica non funzionano più, così come la fisica di Newton non
è capace di spiegare il comportamento degli atomi o della luce e, anzi,
questi comportamenti vedrebbe come assurdi.
Occorre allora comprendere che, dal punto di vista biologico, queste
entità di cui noi ci occupiamo non si comportano né come oggetti di
dimensioni più grossolane né come ioni, cosa, quest’ultima, che riesce
piuttosto ostica a chi sia educato alla tossicologia classica.
È indispensabile comprendere che alla tossicità chimica di un
determinato materiale si sovrappone un effetto deleterio di natura
fisica, cioè il fatto stesso di essere corpo estraneo e di avere
dimensioni tali da poter interferire con i tessuti a livello cellulare e
subcellulare.
I due effetti combinati sinergicamente danno luogo a reazioni biologiche
mai indagate prima che non possono essere valutate con gli occhi della
medicina novecentesca se non si vuole correre il rischio di
fraintenderle. |
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A questo punto, a complemento di quanto appena esposto, un
altro fatto su cui vale la pena insistere e che deve risultare chiaro è
il fattore dimensionale.
Come regola generale, più una particella è piccola, più è aggressiva, ma
questa aggressività non si accresce in maniera analogica con il
diminuire delle dimensioni.
La cosa risulta evidente se si prendono in considerazione le PM2,5, vale
a dire il particolato sospeso in atmosfera il cui diametro aerodinamico
medio (3) è uguale o inferiore a 2,5 micron.
A quanto risulta da studi non nostri, un incremento nella concentrazione
atmosferica di questo materiale comporta un incremento parallelo nella
mortalità cardiogena.
Non altrettanto accade per le polveri PM10, dove il particolato
considerato è quello il cui diametro aerodinamico è
pari o inferiore a 10 micron.
In questo secondo caso non pare esistere una correlazione diretta tra i
due fenomeni.
3 Diametro Aerodinamico Medio è il diametro di una
particella sferica che abbia densità di 1g/cm3 e velocità di
sedimentazione uguale a quella della particella in questione. La
velocità con cui le particelle sospese in atmosfera si depositano è
direttamente proporzionale al loro diametro aerodinamico. |
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È certo che la nostra scienza è appena una neonata, ma è
altrettanto certo che le conquiste alle quali è già pervenuta sono
notevolissime.
A questo punto, messo piede su di un continente sconosciuto, occorre
solo essere armati di voglia di fare, di discernimento e, soprattutto,
di tanta umiltà.
Per valutare la nocività delle micro- e nanoparticelle bisogna
considerare un certo numero di fattori.
Probabilmente il più importante è il loro essere corpi estranei,
elementi, cioè, che l’organismo vede come nemici e che, per questo,
combatte, cercando di distruggerli o, alla peggio, d’isolarli.
In ambedue i casi, non dimenticando mai che quegli oggetti così piccoli
non sono né biocompatibili né biodegradabili, il risultato è una
malattia, non necessariamente evidente, o non necessariamente evidente
subito, dal punto di vista clinico.
Va da sé che la composizione chimica è di grande importanza nel
determinare la tossicità della particella: che il mercurio sia più
velenoso del ferro o il piombo del sodio è nozione comune. |
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Occorre, poi, prestare attenzione alle eventuali
trasformazioni cui il particolato metallico sequestrato in un tessuto
può andare incontro.
Non sono da escludere, infatti, fenomeni di corrosione con conseguente
variazione (in peggio) della tossicità dell’elemento.
Pure le dimensioni del particolato sono importanti: più queste sono
grosse, meno sono insidiose.
E importante è anche la velocità con cui le polveri sono inalate o
ingerite: più l’introduzione è rapida e più alta è la concentrazione,
maggiore è la pericolosità.
Infine, senza entrare in ulteriori particolari, la forma è elemento da
considerare.
Particelle a forma di ago, come, ad esempio, quelle di amianto, sono
penetranti assai più di quelle tondeggianti.
Ora, un’altra domanda pressante è: possiamo liberarci da queste presenze
una volta che si siano stabilite nel nostro corpo? |
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Al momento, la risposta è no. Questo, però, non significa
affatto che non esistano o possano esistere sistemi artificiali, come,
ad esempio, fu qualche decennio fa l’emodialisi per i pazienti
nefropatici.
Malauguratamente, per studiare questi sistemi occorrono cervelli e
denari.
A quanto pare, i cervelli ci sarebbero pure, ma i denari si preferisce
spenderli altrimenti. Così, per ora ci dobbiamo limitare ad attuare in
ogni modo forme di prevenzione, cercando per prima cosa di non creare
particolato o, quanto meno, di non crearne troppo, e poi di difenderci
da quello che già esiste.
Ci sono forme di prevenzione che non costano nulla e che non si mettono
in atto solo per ignoranza.
Tanto per non fare che qualche esempio, basterebbe coprire con un foglio
di plastica la verdura esposta dai negozi sulla strada per veder cadere
drasticamente la quantità di particelle in quegli alimenti (un cavolo su
cui siano cadute nanoparticelle è impossibile da lavare). |
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Oppure basterebbe che il macellaio, una volta affilato il
coltello sulla cote, non tagliasse la carne subito ma lo passasse su di
un panno e lo lavasse.
Oppure, ancora, basterebbe che i saldatori non portassero a casa
gl’indumenti da lavoro e indossassero un copricapo e una mascherina (non
quelle usate negli ospedali, quasi del tutto inefficaci per questo
scopo).
Non si trascuri, poi, la categoria dei dentisti, particolarmente a
rischio per le continue inalazioni di materiali usati per la pulizia
dentale.
E che dire della verdura cresciuta ai margini delle autostrade o vicino
agl’inceneritori?
Insomma, con un poco di conoscenza ed un pizzico di cervello, se non
altro per quel sensus communis del buon padre di famiglia che il diritto
romano prescriveva, si potrebbe evitare una buona fetta di guai. Dunque,
attenzione anche all’uso che si fa, o che s’intende fare, delle
nanoparticelle in medicina. |
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L’impiego dei cosiddetti Quantum Dots(4) come traccianti
per la diagnosi di certe forme tumorali o dei dendrimeri(5) come
trasportatori di farmaco nelle terapie antitumorali deve necessariamente
essere investigato anche dal punto di vista delle nanopatologie.
Questo non significa opporsi alla ricerca, come spesso si viene troppo
superficialmente accusati di fare, ma il suo esatto contrario: ciò che
le conoscenze acquisite nel campo delle nanopatologie impongono è una
ricerca allargata ad una branca della scienza che sta aprendo un vero e
proprio universo nel campo della medicina.
Ma da dove vengono queste particelle?
A ben guardare, le fonti d’inquinamento particolato sembrano essere
infinite.
Alcune sono insite nella natura, altre, la maggior parte di esse, almeno
per quanto riguarda la quantità di materiale scaricato, sono opera
dell’uomo.
4 I Quantum Dots sono nanocristalli che
s’illuminano quando sono stimolati da luce ultravioletta. La lunghezza
d’ondadella luce di cui s’illuminano dipende dalla dimensione del
cristallo stesso.
5 I Dendrimeri sono molecole organo-metalliche costruite in laboratorio
capaci di trasportare un’altra molecola in grado di riconoscere una
cellula cancerosa, un agente terapeutico che uccida quelle cellule ed
una molecola che riconosca il segnale della morte di una cellula. |
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Particelle delle dimensioni che c’interessano sono prodotte
dalle eruzioni vulcaniche, dagl’incendi, dall’erosione delle rocce e dei
terreni, dalle miniere a cielo aperto e degli edifici, dal sollevarsi
della sabbia dei deserti (queste polveri che cadono spesso come pioggia
rossa sono chiaramente visibili a tutti anche a migliaia di chilometri
dall’origine) e perfino dal mare, che manda in atmosfera quantità
rilevanti di sostanze che si agglomerano.
Dalle discariche di rifiuti si solleva particolato e nemmeno l’interno
delle case è immune dal problema: i vecchi pavimenti di linoleum,
infatti, possono liberare aghi nanometrici d’amianto.
Ma i grandi responsabili del problema sono i procedimenti ad alta
temperatura che oggi sono diventati comuni, soprattutto nell’industria.
Dunque, i motori a scoppio, le fonderie, i cementifici, gl’inceneritori
e i termovalorizzatori, le esplosioni in genere, e giù fino ad
operazioni apparentemente più innocue come quelle di saldatura. |
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Se le temperature sono elevate, molte sostanze
volatilizzano per poi ricondensarsi sotto forma di quelle particelle che
abbiamo descritto e che, stante la loro massa piccolissima, si
comportano alla stregua di un gas, restando sospese in aria anche per
mesi e subendo poi la sorte di cui si è detto.
In presenza d’insediamenti industriali o d’impianti a caldo per il
trattamento dei rifiuti, di norma si eseguono indagini sulla qualità
dell’aria, e queste indagini sono tese ad individuare inquinanti, certo
nocivi, quali, tra i molti altri, ossidi di carbonio e ossidi d’azoto, o
composti come gli organoalogeni (per esempio, le diossine), che si
formano quando la combustione non è completa.
Tra gl’inquinanti, ci sono anche i metalli pesanti, e questi vengono
liberati nell’aria spesso in forma ionica, per poi raggrupparsi in
particelle solide che non di rado, se la temperatura è sufficientemente
alta, formano leghe del tutto casuali che non si ritrovano in alcun
manuale di metallurgia.
E sono proprio queste particelle ad essere responsabili delle
nanopatologie.
Da sottolineare come, dal nostro punto di vista, sia pericoloso
liberarsi dei rifiuti, sempre in forma grossolana, incenerendoli e
trasformandoli così in quantità enormi di nanoparticolato con le
conseguenze di cui si è fatto cenno. |
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Vale la pena aggiungere che gl’impianti più recenti
funzionano a temperature maggiori rispetto a quelli del passato, in
questo modo originando polveri più fini e, di conseguenza, più
aggressive.
Un caso tra le alcune centinaia su cui abbiamo avuto occasione di
cimentarci fu quello di un soggetto affetto da mesotelioma peritoneale,
una forma di cancro non comune.
All’indagine ultrastrutturale nanopatologica, le biopsie mostravano la
presenza di particolato contenente, tra gli altri metalli, uranio, la
cui provenienza appariva un po’ sorprendente e certo difficile da
stabilire, dato che il soggetto viveva in una pacifica città del Nord
Italia, lontanissima da impianti nucleari.
Dopo non poche ricerche, venimmo a sapere che il paziente mangiava da
almeno trent’anni radicchi di campo provenienti da una valletta posta
tra due colline.
Le ricerche che svolgemmo sul posto rivelarono la presenza sui vegetali
di particolato analogo a quello rinvenuto nei reperti bioptici, e questo
materiale proveniva da un’industria ceramica situata a qualche
chilometro di distanza, industria che utilizzava quei metalli, tra i
quali l’uranio, per smaltare i propri prodotti. |
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Una delle ricerche che abbiamo effettuato ci ha portato
ad indagare su trombi catturati da filtri cavali.
Ciò che abbiamo rilevato è come il sangue ospiti nanoparticolato, cosa
questa, del resto, già nota da studi precedenti nostri ed altrui, e come
questo particolato eserciti un’azione trombogenica, almeno in soggetti
predisposti.
Il fatto spiegherebbe il motivo, o uno dei motivi, per cui in occasioni
non troppo infrequenti il radiologo non è in grado d’individuare il
focolaio trombogeno in episodi di tromboembolia polmonare, in contrasto
con la teoria classica di Virchow.
Da indagare meglio c’è, poi, il ritrovamento di particolato nei
pochissimi casi in cui abbiamo avuto l’opportunità di esaminare
materiale trombotico prelevato da coronarie infartuate.
Partendo da questo, può essere legittimo il sospetto, comunque ancora
tutto da verificare, che particelleinorganiche s’insinuino nel
microcircolo cardiaco diminuendone l’efficienza, fino ad essere
responsabili di forme patologiche a carico del miocardio. |
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E ancora da investigare compiutamente c’è il ritrovamento
di concentrazioni di particolato nei tratti interessati da aneurisma
infiammatorio dell’aorta.
Se questo materiale sia il responsabile, o uno deiresponsabili, della
patologia o semplicemente si accumuli nei tratti malati è tutto da
provare.
Ancora oggi, benché la scienza di punta abbia accertato almeno a grandi
linee come e quanto sia nocivo il particolato inorganico e quanto sia
importante comprendere la sua azione patogenica anche in rapporto alla
sua granulometria, nessun paese ne ha regolamentata la produzione, lo
scarico e il controllo, al di là dei rilevamenti di PM10 che non dicono
gran che, e ben pochi sono i medici a conoscenza del problema. |
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Così, noi continuiamo a trovare notevoli quantità di
particelle micro- e nanometriche nel pane, nei biscotti, nella carne e
perfino negli alimenti per l’infanzia, senza che nessuno intervenga, se
non altro per iniziare una serie di controlli.
E, colpevolmente ma, in un certo senso, comprensibilmente, l’industria
si guarda bene dall’allestire spontaneamente una ricerca volta ad
eliminare o, quanto meno, a ridurre le fonti d’inquinamento.
Allora, se non sarà la classe medica insieme con la gente comune a
chiedere che si faccia chiarezza, faremo ciò che spesso abbiamo fatto in
passato: chiuderemo la stalla a buoi abbondantemente scappati.
articolo di: Stefano Montanari –
Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics
Via E. Fermi, 1/L – 41057 San Vito (Modena)
www.nanodiagnostics.it |
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