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Anna Magnani è nata a Roma nel 1908 ed è morta sempre a Roma nel
1973.
Formatasi artisticamente con Silvio D’Amico all’Accademia, debutta al
cinema con una particina ne “La cieca di Sorrento” (1934) di Nunzio
Malasomma.
Mentre comincia ad affermarsi nel teatro di rivista, ha modo di mettersi
in mostra nel ruolo della cabarettista in “Teresa Venerdì” (1941) di De
Sica: inizia così una strepitosa carriera, che la porterà ad essere
l’attrice per eccellenza nella nostra cinematografia del dopoguerra.
Non poté esser la protagonista del viscontiano “Ossessione” a causa
d’una gravidanza, però non mancherà il successivo appuntamento,
disegnando in “Roma città aperta” (1945) di Roberto Rossellini il
personaggio della sora Pina, popolana orgogliosa e sanguigna, con
slancio e passione memorabili.
Il suo urlo finale, quel grido che ispirerà a
Pasolini
splendidi versi, la consegna senza colpo ferire alla Storia, ne fa
corpo martoriato e testimonianza mirabile d’un popolo che non si fa
servo e resiste, sino ad immolarsi.
Dovrà aspettare anni, la Magnani, per trovare il modo di esprimersi
ancora a simili livelli.
Glielo offrirà l’amico Luchino Visconti con “Bellissima” (1951), in cui,
recitando a fianco di Walter Chiari,
è una madre abbagliata da miti facili che sogna per la sua bambina fama
e celebrità.
Gli anni seguenti la vedono professionista impeccabile (vince un
meritato Oscar con “La rosa tatuata”, nel ‘55), in pellicole drammatiche
(“Nella città l’inferno”,1959, di Castellani, nella vigorosa
caratterizzazione d’una detenuta) o brillanti (“Risate di gioia”, 1960,
dove Monicelli ricrea l’antico duetto con
Totò).
La sua forte personalità ha modo di risaltare ancora in “Mamma Roma”
(1962) di Pasolini, commosso omaggio ai valori del sottoproletariato già
presago della loro imminente scomparsa, in cui la Magnani interpreta la
parte di una prostituta d’età che per amore del figlio vuole redimersi,
ma che finirà per piangere disperatamente sul suo cadavere, maledicendo
un mondo che più non capisce.
Il commiato, straziante e bellissimo, è affidato ai pochi secondi nei
quali compare in “Roma” (1972) di Fellini. La macchina da presa la segue
sino al portone di casa sua, il regista vorrebbe interrogarla, ma ella
non si fida. Il portone si richiude, su un’epoca e su chi l’ha
rappresentata.
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