La fortuna di Machiavelli nei secoli



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La fortuna di Machiavelli nei secoli

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La chiave di ogni interpretazione del vero pensiero dello scrittore è il rapporto tra politica e morale, che, a suo avviso, devono essere tenute distinte.

Politico, storico, uomo di lettere: queste le componenti della severa e profonda fisionomia del Machiavelli per i lettori moderni.

I contemporanei, diversamente, vedevano in lui un modesto, ma non ignobile, letterato; e i tre secoli di critica successiva ne hanno analizzato quasi esclusivamente il profilo politico.

D'altra parte coordinare e ridurre a unità spirituale i diversi aspetti della sua genialità non è facile per chi usi, come è anche necessario, strumenti critici estremamente specialistici.

L'atteggiamento politico della critica al Machiavelli degli anni 1550-1850 si spiega con la novità sconvolgente e appassionata del suo messaggio: non per nulla è fortuna (e sfortuna) quasi esclusiva del Principe.

Anzi, cosi doveva essere. Accanto alla fortuna critica una popolarità con aspetti di leggenda: il rogo dei gesuiti di Ingolstadt, il travestimento diabolico dell'infido messer Nicolò; e un gradino più su, il machiavellico Richelieu che commette a una penna non eccezionale, il Machon, un'Apologia del "maestro", o il De Sanctis che celebra l'entrata delle truppe italiane per la breccia di Porta Pia con il grido «gloria al Machiavelli».

Al di sotto di queste risacche epidermiche è però tutto un moto di pensiero critico più articolato e valido: anche i primi rifiuti della cultura tradizionale, che non poteva riconoscere come proprio il Principe, mostrano come esso costituisse immediatamente, per la cultura europea, un test inevitabile.

E su questo trattato, per di più disancorato dal contesto storico e dal corollario delle altre opere machiavelliche, si è focalizzata l'attenzione di uomini di chiesa e di stato, di filosofi e di giuristi: attenti più al problema generale del rapporto tra etica e politica che alla risposta a tale problema in esso contenuta.

In questo dibattito critico, le posizioni polemiche suppongono naturalmente diverse ideologie e sistemi, che nello scontro si chiarificano o si sgretolano, però illuminano variamente la tesi antagonista.

Cardinale Richelieu

Reginald Pole

La Chiesa lo condanna

Le opere di Machiavelli vennero edite proprio negli anni in cui Martin Lutero programmava la riforma morale dell'Occidente cristiano, costringendo la Chiesa romana sulla via del Concilio di Trento.

Negli Stati riformati, la polemica religiosa contro Roma si confonde e si subordina spesso a moti di rinascita nazionale; diviene, soprattutto in Inghilterra e in Germania, mezzo e occasione per l'instaurazione di nuove strutture politiche.

E un inglese, erasmiano e futuro cardinale, Reginald Pole (il cardinal Polo), vittima della politica anticattolica del suo sovrano, Enrico VIII, impugnò per primo il diabolico libro del Machiavelli.

Riparato in Italia, il Pole scrisse (1534) una Apologia ad Carolum V super quatuor libris a se scriptis De unitate ecclesiae.

Secondo il cardinale, il ministro del re, Thomas Cromwell, aveva trovato la perniciosa formula della sua politica antiecclesiastica e senza scrupoli in un libro italiano, il Principe.

Esso, pur recando un nome di uomo, appare scritto dalla mano di Satana.

È, lo si vede, una condanna rapida, scontata, perché troppo palese l'errore. Ma il Pole accenna anche, di sfuggita (cap. XXXV), a una voce circolante per Firenze tendente a scusare la cecità del Machiavelli, e probabilmente diffusa da amici.

L'autore del Principe avrebbe sostenuto «di non aver mirato ad altro, in quel libro, che a condurre il tiranno a precipitosa rovina, allettandolo con precetti a lui graditi».

Affiora, sia pure con esplicito appello a beneficio d'inventario, la tesi dell'obliquità di messer Nicolò: che egli intendesse cioè smascherare gli iniqui retroscena dei regnanti, fingendo di suggerir loro i migliori mezzi per governare.

Un più massiccio intervento antimachiavellico è nel De nobilitate Christiana del vescovo portoghese Girolamo Osorio (Lisbona, 1542), che rileva e confuta alcuni passi dei Discorsi: più polemicamente dove il Machiavelli deprime la virtù cristiana, che esalta gli umili e accetta il sacrificio; al contrario la virtù pagana, laica e terrena, stimola le migliori qualità umane.

Dieci anni più tardi scende in campo un italiano, Ambrogio Catarino Politi, uno dei protagonisti del Concilio tridentino.

Includeva, nella rassegna dei libri che i cristiani dovevano evitare (Roma, 1552), una digressione dal titolo Quam execrandi Machiavelli discursus et institutio sui Principis (Quanto siano esecrabili i discorsi dei Machiavelli e la figura del Principe).

Qui la posizione del Machiavelli è colta con più avvertita sensibilità storica, e definita con giusta qualifica ateistica: egli infatti discredita la religione a strumento di potere nelle mani di un ipocrita, escludendo la presenza di Dio dalla storia.

Alla Chiesa non restava, anzi si imponeva, una condanna.

Nel 1559 Paolo IV iscrisse le opere del Machiavelli nel terzo Indice dei libri proibiti.

La parte migliore della Chiesa cattolica, mentre iniziava la propria riforma, riproponeva un concetto cristiano dello stato, estraneo allo spirito del Principe come dei Discorsi, e neppure conciliabile con la fisionomia ivi attribuita alla politica dei pontefici Borgia o Medici.

Le opere del Machiavelli, come non scandalizzavano la Chiesa di Clemente VII, cosi venivano ripudiate dalla rinnovata Chiesa tridentina.

Paolo IV

Caterina de' Medici

Per i protestanti Machiavelli è un diavolo di perfidia italiana e di irreligiosità

Il dibattito sul Principe si acuì in direzione antiromana e antitaliana nella Francia di Caterina de' Medici.

L'ambigua politica della regina straniera, nata nella città del Machiavelli, culminò nella strage di S. Bartolomeo.

L'orribile congiura assunse agli occhi degli Ugonotti superstiti l'aspetto di verifica sintomatica di un metodo di governo conosciuto nei suoi principi e nella sua funzionalità.

Il rigorismo morale dei calvinisti vide nel Machiavelli, fusi in diabolico amalgama, uno spirito irreligioso e l'ipocrita perfidia italiana e, soprattutto, della corte romana.

Ne deriverà una polemica violenta e definitiva, sorretta da nobile passione morale, ma altrettanto inadeguata a comprendere il significato globale nella lezione politica dello scrittore fiorentino.

Il Discorso sul modo di ben regnare e mantenere in buona pace un regno o altro principato, contro Niccolò Machiavelli, del francese I. Gentillett, usci nel 1576.

Incontrò rapida fortuna: lo dimostrano le immediate traduzioni inglese, latina e tedesca; quest'ultima col significativo titolo di Antimachiavellus.

Le accuse contro il Machiavelli, se non sono nuove, sono rigorosamente documentate.

Per circa un migliaio di pagine si succedono proposizioni incriminate del Principe e dei Discorsi con esaurienti confutazioni in nome della morale e della religione.

Nuovo è anche il tema dell'operatività passata e presente delle diaboliche tesi del Machiavelli, precetti di tirannide e non di politica; in esse l'origine delle guerre di religione e del tradimento di Caterina.

L'attacco del Gentillet scatenò apologie e controffensive.

Tra le prime il De iegationibus di Alberico Gentili (Londra, 1585); tra le seconde il De Nicolao Machiavello di Antonio Possevino (Roma, 1592).

Il Gentili esprime a voce alta e chiara la tesi dell'obliquità del Principe.

La sua posizione dimostra la pertinacia dei moralismi: tornava più facile fraintendere il Machiavelli e salvare i moduli della morale tradizionale, che riconoscerne nei suoi scritti il sovvertimento.

Con il Possevino torniamo in Italia e alla Chiesa.

Egli conosce gli scritti machiavellici attraverso gli spogli del Gentillet.

Ne riprende e accumula le citazioni senza perdersi in commenti: per chi conosceva i principi della Sacra Scrittura l'inconciliabilità era evidente.

Più originalmente contesta l'affermazione che i sovrani « buoni » siano destinati alla rovina; e con numerosi esempi storici dimostra il contrario (il Possevino polemizza anche con l'autore dell' Antimachiavellus, egualmente reo di venefiche imposture sulla Chiesa: e nel 1605 anche il nome del Gentillet era iscritto nell'Indice).

Antonio Possevino

Scipione Ammirato

Anche il "principe cristiano" può e deve ricorrere all'arte della volpe

Alle prove storiche che il Machiavelli aveva sotteso alle proprie tesi politiche, il Possevino ne oppone altre, per tesi contrarie.

Al rifiuto e alla condanna dell'eretico si affianca la confutazione critica.

Su questa via procede Tommaso Bozio da Gubbio, prete dell'Oratorio.

La sua opera fondamentale si presenta con il significativo titolo De antiquo et novo statu itaiiae. Libri quatuor adversus Machiavellus (Roma, 1594).

Questo il nucleo. Non solo non si può imputare al papato la decadenza morale della Penisola, ma al contrario nella sua autorità risiedeva nel corso dei secoli l'unica forza vitale.

E se l'esperienza del passato deve essere guida per l'avvenire, sull'autorità pontificia e non sul principe occorrerà edificare la nuova unione d'Italia.

Questa intuizione neoguelfa venne ripresa con più realismo da Scipione Ammirato in alcuni discorsi.

Egli controbatte al Machiavelli che causa della perdurante divisione italiana non è il papato, ma una legge storica naturale, come quelle rilevate dal grande fiorentino nei fatti antichi e moderni: «Non esser anche venuto il tempo che ella si riunisca, si come ottimamente risponderebbe chi, interrogato perché le viti il verno non producano l'uve, rispondesse perché non è la state ». In questo contesto si colloca la più nitida e cosciente posizione controriformistica, contenuta nel Trattato della religione e delle virtù che deve avere il principe cristiano... contrariamente a ciò che insegnano Machiavelli e i politici d'oggi del gesuita spagnolo Pietro Ribadeneyra.

La realtà storica, dice, può essere interpretata in due modi: secondo la visione cristiana della provvidenza divina, o secondo la visione empia che sostituisce a Dio lo Stato, quella del Machiavelli (mai nominato nel volume, com'era uso per gli scrittori iscritti all'Indice).

In teoria al Machiavelli è riconosciuta, diciamo finalmente, una fisionomia autonoma, una sua verità, competitiva con quella posseduta dalla Chiesa.

Quando però si guarda alla prassi che la ragion di stato impone, i limiti tra il reprobo e il difensore della fede si riducono: anche il principe cristiano può e deve talvolta ricorrere all'arte della volpe, con le cautele opportune.

È uno spiraglio aperto al machiavellismo che, mascherato e «umiliato tacitamente davanti alla chiesa », dilagherà nella casistica dei teorici secentisti.

Ma negli anni post tridentini la politica del Machiavelli raccoglie una prima convalida. Viene riconosciuto e ammesso (ma secondo alcuni il riconoscimento teorico è in ritardo di secoli sull'uso pratico) che non è possibile governare con il rosario in mano: il problema piuttosto è quello di puntualizzare una ragione di stato che non contrasti con i principi etici naturali e cristiani (il termine ragione di stato, secondo il Meinecke, fu coniato dal Della Casa nel 1547, nell'orazione a Carlo V per la restituzione di Piacenza).

I tentativi furono vari, e molti si ridussero a tormentati compromessi tra la parte (accettata come) valida del Principe e la morale; talvolta giunsero a subordinare il procedimento politico del Machiavelli, con qualche rapido taglio, alla religione.

Mediatore dell'incontro fu Tacito.

Come noto, nella seconda metà del Cinquecento lo scrittore degli Annales subentra a Livio sulla cattedra del magistero politico: ma si tratta di una politica troppo vicina a quella del Principe.

È che Tacito era letto, riletto, confutato e difeso attraverso il velo di Machiavelli: sulle opere dello scrittore romano non era infatti caduta la condanna della Chiesa.

Per circa un secolo Tacito e Machiavelli convivono negli scritti sulla ragion di stato: il primo proposto come savio maestro, il secondo respinto come ingannatore.

Ma nella fisionomia del « grande Cornelio» sono tutti i tratti dell'innominabile segretario fiorentino.

La fortunata alternativa al Principe furono i dieci libri Della ragion di stato (Venezia, 1589), di Giovanni Botero, inquieta figura di ecclesiastico, gesuita prima, poi seguace dei due grandi Borromeo, ma sostanzialmente uomo della Controriforma.

Tacito Claudio Livio

Jean Bodin

Un organico trattato della scienza di governo, in polemica con il Machiavelli, era stato stampato a Parigi un decennio prima: i sei libri De la Republique di Jean Bodin, il più celebre pensatore politico del Cinquecento francese.

Il Bodin, magistrato e filosofo, si era preoccupato di trovare allo stato una base giuridica non occasionale, indicandola nel principio di autorità.

Il suo «stato di diritto» si oppone dunque allo stato machiavellico, in un certo senso improvvisato dalla virtù del principe.

Per questo rimproverava al grande predecessore l'ignoranza « degli scritti degli antichi filosofi e storici » e di aver fatto della politica un'arte, dove essa è scienza.

Per il resto tutto nel Bodin respira Machiavelli. Come la situazione italiana intorno al 1510 aiuta a comprendere il Principe, cosi i libri Sulla Repubblica ebbero la loro occasione nelle guerre civili di Francia, e lo stato di diritto, autoritario e monarchico ne era, o doveva essere, l'istituzione immunizzatrice.

Diversamente il Botero ha di fronte una società e regimi stabilizzati, ai quali consente con piena simpatia.

Di fatto, mentre la parte negativa della ragion di stato è limitata a una presa di posizione contro l'empio, la positiva indica, come compito essenziale del principe, la conservazione dello stato, non l'acquisto (« é il codice dei conservatori », scriverà polemicamente il De Sanctis).

Cosi tra le virtù necessarie al sovrano spicca la prudenza, surrogato dell'astuzia volpesca.

Lo stato deve essere subordinato alla chiesa; per il resto, « ragione di stato è poco meno che ragione d'interesse».

Enorme il successo del trattato, aderente allo spirito del tempo per la capacità di circoscrivere il ristretto margine in cui conciliare la necessità politica con una rettitudine almeno esteriore.

E il manzoniano don Ferrante, che definiva il Machiavelli « mariolo si, ma profondo », diceva del Botero un « galantuomo si, ma acuto. »

Pecore con denti di lupo

La condanna della Chiesa aveva interrotto la discreta fortuna editoriale del Machiavelli; ma di lui, o meglio, del problema politico, si continua a dibattere, e i metodi di governo trionfanti nelle monarchie europee sono indubbiamente machiavellici.

Rivelatrice una frase del padre Luigi Giuglaris nella sua Scuola della verità aperta ai principi: « A lui molti più credono che all'Evangelo ».

La polemica antimachiavellica del Seicento appare comunque vieta e generica, assopita e anonima; poche le eccezioni e non tutte, naturalmente, favorevoli all'accusato.

L'offensiva più continua e poderosa fu condotta dal grande filosofo Tommaso Campanella.

Limite del Machiavelli è l'aver trattato di politica « non in base a principi scientifici, ma secondo astuzia e abilità furbesca»: rilievo contenuto, come detto, anche nelle pagine del Bodin, teorizzatore quasi come il Campanella di stati, se non utopistici, ideali.

La società perfetta, vagheggiata dal frate domenicano (che scontò le sue idee, poco gradite alla Spagna e all'Inquisizione, con trent'anni di carcere), è composta da uomini giusti e per questo degni di libertà.

Edificare uno stato simile significa anzitutto redimere l'uomo, restituirlo alla pace religiosa nella fede in un solo Dio.

Da simili prospettive ideali e teocratiche il discorso realista e secondo natura del Machiavelli non poteva che essere ripudiato.

Tommaso Campanella

Giusto Lipsio

Tra i molti ripetitori libellistici dei cliché antimachiavellici basti ricordare l'esempio più infelice: il Saggio sulla sciocchezza di N. Machiavelli scoperta etiandio col solo discorso naturale... in venti lezioni sacre sopra il principio de' Proverbi di Salomone..., dette nella chiesa di Giesù di Roma dal P. Gian Lorenzo Lucchesini Lucchese, della Compagnia di Giesù (Roma, 1697).

La sequenza del titolo tradisce già gli equilibrismi assurdi di una critica ormai esaurita ideologicamente.

I contributi favorevoli riprendono, e non solo in area italiana, le proposte del Gentile sulla obliquità del Machiavelli.

Uno studioso fiammingo, Gaspare Schoppe, redasse intorno al 1615 una difesa del Principe, rimasta a lungo Inedita per la violenza degli attacchi antispagnoli.

Scopo del Machiavelli, secondo lo Schoppe, era stato appunto di destare l'odio contro i tiranni.

È una prospettiva errata, antistorica; indica però come altri popoli dominati da stranieri presentissero l'anelito di libertà vivo nelle pagine del Machiavelli, che sarà rilievo costante della critica italiana durante il periodo del Risorgimento.

La più celebre pagina dell'interpretazione obliqua è comunque rappresentata dal « processo » al Machiavelli del Boccalini (Ragguagli di Parnaso).

Il tono del critico è lieve, decantato, almeno in apparenza, da passioni ed entusiasmi.

Ragione ultima della condanna di messer Niccolò è la scoperta di una congiura da lui promossa per applicare alle pecore i denti dei cani, cosi che possano autodifendersi dai lupi.

L'allegoria è trasparente, e prevista la conclusione del tentativo.

I pecorai (i principi) non possono tollerare che simile sobillatore trasformi il placido gregge in belve.

Per valutare a pieno la critica ironica del Boccalini, si ricordi che l'altro grande teorico del realismo politico, Tacito, viene assolto, nella persona del suo commentatore, il grande Giusto Lipsio.

I sovrani del Seicento dunque accettano e seguono l'oracolo machiavellico, dicendo di seguire Tacito, e vietandolo perché è bene che i segreti politici siano privilegio esclusivo di una minoranza.

Denominatore comune degli anti e pro Machiavelli si è rivelata, finora, l'incapacità di recuperare integralmente la posizione filosofica dello scrittore che aveva rivendicato alla politica una sua autonomia di contenuti e metodi e quindi una sua moralità laica più valida della morale di tradizione.

Questo ostacolo poteva essere superato d'acchito movendo da posizioni di pensiero contigue.

Cosi Bacone, non per nulla teorico dello sperimentalismo, scriveva: « Siamo grati al Machiavelli e agli scrittori della sua maniera per avere descritto apertamente e senza veli ciò che gli uomini sono soliti fare, non ciò che devono fare » (De augm'entis scientiarum, VII, 2).

Ma l'intuizione non si sviluppò in discorso critico perché il problema politico era sostanzialmente estraneo al piano di lavoro del grande filosofo elisabettiano.

Un primo discorso organico veramente critico sul Machiavelli è costituito, come rilevava B. Croce, dal capitolo XI delle Considerazioni politiche e morali sopra cento oracoli d'illustri personaggi antichi (Venezia, 1621) di Ludovico Zuccolo.

Questi subordina la moralità della ragion di stato alla moralità dello stato.

La tanto discussa ragione non è che uno strumento che garantisce l'istituto: « Un operare conforme all'essenza o forma di quello stato che l'uomo si ha proposto di conservare o costituire».

Se il fine, lo stato, sarà buono, buono dovrà essere giudicato anche il mezzo, l'arte politica. «Era questo» scrive il Croce (Storia dell'età barocca in Italia, Bari, 1946) - un primo passo nella soluzione dei problemi ai quali aveva dato origine il pensiero politico del Machiavelli: un primo passo ma anche un passo sicuro da non tornarne indietro: la pura politica o ragion di stato considerata come indifferente radice del bene e del male morale, e insieme come fornita di una propria perfezione, avvedutezza o prudenza che piacesse chiamarla. »

Francesco Bacone

Giambattista Vico

Un dilettante, il Principe?

Il Settecento, secolo leggiadro e razionale, del buon gusto e delle riforme, chiuse per sempre la polemica dei moralisti.

La storia del pensiero politico registra la definitiva sistemazione del diritto naturale e l'apparizione delle teorie contrattualistiche (secondo cui lo stato, la società civile, derivano da un contratto stipulato liberamente dai cittadini tra di loro).

Il principe rinascimentale del Machiavelli, attivo e vitale, anima e incarnazione dello stato, risultò anacronistico e negativo in una concezione generale dello stato costituito su diritti naturali dell'uomo e sulla ragione, o fondato sulla necessità di concordare un istituto che distingua l'uomo dalle belve e tuteli il singolo e la comunità.

La parabola esemplare della volpe e del leone, la passione nazionale dello scrittore fiorentino disturbavano, per opposti motivi, l'Umanesimo razionale e universalista degli illuministi, il loro ideale di principe filantropico e riformatore.

Il fermentare e lo strutturarsi di nuove filosofie politiche non riconosce dunque al Machiavelli il ruolo, che nessuno oggi gli contesta, di fondatore di una filosofia della politica; molto significativi i casi del Vico e del Voltaire.

La critica di G. B. Vico era chiusa in un paragrafo della Scienza nuova contro l'autore del Principe e contro chi, come lui, rifiuta la provvidenzialità della storia.

Il filosofo napoletano guarda al sistema del Machiavelli dopo averlo compreso nei dubbi e nelle incertezze, e composto in una visione più ampia e serena: «La durezza e l'insidiosità » nota il Croce (La critica, XXII, 1924, p. 196) «inevitabili nella politica e che il Machiavelli riconosceva e raccomandava pur provandone a volte nausea morale, vengono spiegate dal Vico come parte del dramma dell'umanità che in perpetuo si crea e ricrea, e sono riguardati nel loro duplice aspetto di bene reale e di male apparente, apparenza che il bene deve prendere al lume del bene superiore, il quale dalle sue viscere stesse prorompe e s'innalza; e all'amarezza succedono per tal modo la considerazione della necessità razionale e il sentimento di fiducia nella Provvidenza, che regge le cose umane».

E dal pontefice dell'Illuminismo, il Voltaire, parti una clamorosa offensiva antimachiavellica.

Nel 1740 il tipografo olandese Van Duren stampava l'Antimachiavelli, o saggio critico sul Principe, opera di Federico di Prussia, rivista dal filosofo, suo grande amico e maestro (due edizioni seguirono nel giro di un anno, con alcune varianti, mentre il manoscritto di Federico uscirà postumo nel 1848).

Cosi la tattica politica teorizzata nel Principe - ancora una volta l'indagine è circoscritta a questo solo trattato - deve essere ripudiata perché dannosa.

Il Machiavelli propone una morale dell'utilità; ma è un utile di superficie, provvisorio, mentre al principe occorrono risultati solidi e stabili.

La simulazione, l'inganno, i tradimenti non possono sfuggire a lungo ai sudditi; quando apriranno gli occhi sulla realtà, decreteranno la rovina del sovrano.

La condanna del machiavellismo in nome di un utile più radicale.

François-Marie Arouet (Voltaire)

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

A questo punto non pare infondato il giudizio dello Hegel: critica al Machiavelli in nome di un machiavellismo estremista.

Del resto, il grande Federico, salito al trono, non poté prescindere dalle leggi che il segretario fiorentino aveva indotto dal comportamento dei sovrani del Cinquecento; ne ebbe cattiva coscienza, tanto che scrisse: «Spero che i posteri, per cui scrivo, sapranno distinguere in me il filosofo dal principe, l'uomo integro dal politico ».

Questi fatti spiegano come il Settecento francese e inglese, senza riabilitare il Machiavelli, lo riammetta tra gli uomini di pensiero degni di considerazione. Le sue opere sono ristampate, e le sue tesi maturano in Montesquieu e nell'Enciclopedia.

Anche in Italia si respira diversa atmosfera.

Lo prova il giudizio degli eruditi, che riflettono il pensiero contemporaneo medio (sia pure di media élite).

Indice esemplare, l'equilibrato intervento del grande (e gesuita) Tiraboschi (Storia della letteratura italiana, 1777, VII, I, p. 464): «Non può negarsi che il Machiavelli... non si dimostri uno de' più profondi, e de' più esperti politici che mai siano vissuti, e i Discorsi sulla Storia di Livio sono pieni di riflessioni giustissime, e scoprono il raro genio di chi li scrisse.

Ma le massime e i consigli, che singolarmente nel libro del Principe li propone a' Reggitori delle Città e de' Regni, son tali che ogn'uom religioso e saggio non può udirle che con orrore ».

Denominatore comune del gruppo filo Machiavelli rimane la tesi dell'obliquità.

Il Baretti scriveva nella prefazione al Principe (1772): «Con quel libro, se la sapessimo tutta, egli si pensò forse di pigliare, come si suol dire, due colombi ad una fava: presentando dall'un lato a' suoi Fiorentini come schietta e naturale una caricata e mostruosa immagine d'un sovrano assoluto, affinché si risolvessero a non averne mai alcuno; e cercando dall'altro di tirare insidiosamente i Medici a governarsi in guisa che s'avessero poi a snodolare il collo, seguendo i fraudolenti precetti da lui con molta adornezza sciorinati in quella sua dannata opera ».

Ancor più esplicito il Rousseau, che vede nell'opposizione ai tiranni l'unica spiegazione del Principe.

L'opinione è riecheggiata, sembra dal Diderot, n e II' Enciclopedia; presente nel Parini e, con altra passione libertaria, nell'Alfieri; consacrata infine nei noti versi dei Sepolcri del Foscolo. Scrive l'Alfieri nel trattato Del principe e delle lettere (II, 9): « Dal solo suo libro Del Principe si potrebbero qua e là ricavare alcune massime immorali e tiranniche, e queste dall'autore son messe in luce (a chi ben riflette) molto più per disvelare ai popoli le ambiziose ed avvedute crudeltà dei principi che non certamente per insegnare ai principi a praticarne...all'incontro, il Machiavelli nelle Storie, e nei Discorsi sopra Tito Livio, ad ogni sua parola e pensiero, respira libertà, giustizia, acume, verità, ed altezza d'animo somma, onde chiunque ben legge, e molto sente, e nell'autore s'immedesima, non può riuscire se non un fuocoso entusiasta di libertà, e un illuminatissimo amatore d'ogni politica virtù ».

Questa celeberrima discriminazione dell'Alfieri tra il Principe e i Discorsi, ha il suo precedente nel poco conosciuto ma fondamentale Elogio di N. Machiavelli cittadino e segretario fiorentino di Giuseppe Maria Galanti (Napoli, 1779), che rappresenta forse il miglior contributo dell'Illuminismo italiano alla comprensione del Machiavelli.

Vittorio Amedeo Alfieri

Ugo Foscolo

Il Galileo della politica

Tra Alfieri e Foscolo, sta la Rivoluzione francese e Napoleone; stanno i primi fermenti e le prime speranze del moto nazionale italiano, che proiettano l'opera del Machiavelli sullo sfondo di un futuro risorgimentale e la rivendicano come garanzia della propria scelta.

Lo stesso Foscolo, nei due frammenti superstiti del progettato studio sul Machiavelli (1810), dà al Principe opportuna, anche se non interamente nuova, spiegazione storica.

Scritto in tempi eccezionali della vita politica italiana, il trattato delinea la figura di un sovrano a un nodo cruciale della storia, necessitata ad agire con urgenza e poteri straordinari.

Del resto già il Cuoco, nell'incompiuto Viaggio in Italia nel secolo X, poneva sulla bocca del Machiavelli una convincente autodifesa, estremamente consapevole della validità dei propri reperti in rapporto alla triste situazione italiana.

Il Machiavelli ha dunque recuperato, almeno in Italia, piena attualità politica, che lo accompagnerà per tutto l'arco dell'Ottocento.

Da tutti vi è riconosciuta una posizione profetica rispetto all'unità nazionale; ma diversa è la tendenza critica di mazziniani, moderati, neoguelfi o federalisti.

Sostanzialmente antimachiavellico il Mazzini, al cui idealismo romantico ripugnava il realismo del Principe.

Doppiamente significative alcune osservazioni scritte nel 1857, all'indomani del fallito moto di Genova: « La nostra educazione si è compiuta, per opera della lunga tirannide e del materialismo, su Machiavelli; la grande ombra di quell'illustre stende tuttora su noi il velo dell'analisi dissolutrice, che comincia con la scienza e finisce con la negazione e lo sconforto: e la scienza quale possiamo attingerla a quella sorgente, si traduce negli intelletti mediocri, che sono i più, in meschina abitudine di piccolo calcolo, contraria ad ogni magnanima impresa » (Opere, IX, 2).


Più violenti i neoguelfi, primo il Gioberti.

Nel Primato vede nel papato l'unica forza morale e politica capace di ridare unità all'Italia; non poteva quindi consentire con chi aveva visto nel pontificato romano la rovina della nazione.

La sua apologia è puntuale, rigorosa, e, come sempre avviene, valida nella misura in cui se ne. accetta il sostrato ideologico.

È comunque difesa legata a prove storiche, che ignora i moralismi non basati sui fatti.

Si comprende cosi come il Gioberti, abbandonati gli ideali neoguelfi di fronte all'evolversi della realtà risorgimentale, può nel Rinnovamento civile d'Italia celebrare nel Machiavelli lo scrittore « che abbracciò l'idea dantesca dell'unità nazionale e perfezionolla, esortando a colorirla e incarnarla un principe italico »; e definirlo con geniale parallelo « pel metodo, il Galileo della politica ».

Nella linea del primo Gioberti, ma con più acredine, il Balbo e il Cantu.

Nicolò Tommaseo, più aperto al fascino degli uomini grandi, esalta la genialità dello scrittore. Più originale, fra tutti i cattolici, il Manzoni. Riservò al Machiavelli una nota del saggio Del sistema che fonda la morale sull'utilità (appendice al cap. Ili delle Osservazioni sulla morale cattolica), Implicata purtroppo in premesse ideologiche errate: «Il Machiavelli non voleva l'ingiustizia sia astuta, sia violenta, come un mezzo, né unico, né primario ai fini proposti. Voleva l'utilità, e la voleva o con la giustizia, o con l'ingiustizia, secondo gli pareva richiedessero I diversi casi.

E non si può dubitare che il suo animo non fosse inclinato a preferire la prima.

Senza ricorrere al testimone della sua condotta e come politico, e come privato, la cosa appare dà suoi scritti medesimi: poiché se nel lodare o nel consigliare l'ingiustizia, è sottile; nel maledirla, e nel lodare e consigliare il contrario, è anche eloquente e qualche volta affettuoso ».

Vincenzo Gioberti

Johann Gottlieb Fichte

Il tentativo di estrarre dal Machiavelli una filosofia della storia, o per lo meno il sistema sotteso alla sua precettistica pragmatica, fu avviato dai grandi filosofi idealisti tedeschi.

Iniziò Hegel, nella Critica della costituzione tedesca, scritta nel 1801-1802, ma edita solo nel 1893.

Il filosofo tedesco superava di colpo i pregiudizi e le remore dei secoli precedenti, scoprendo nella teorizzazione machiavellica una pre hegeliana conciliazione fra lo stato ideale e 10 stato reale.

Per redimere un popolo in decadenza e ricostruirlo in nazione occorreva - e occorre - l'opera di un genio, che intuisse la logica della storia e la realizzasse.

Di fronte al miracolo di un nuovo stato, il discorso sui mezzi non poteva che risultare antistorico e vuoto: in una situazione di disordine violento, l'ordine si reintegra con la violenza.

Pochi anni dopo il Fichte proponeva nel Machiavelli quasi un apostolo dello stato etico.

Il filosofo scriveva in una Germania non lontana dall'Italia del primo Cinquecento; e ne vedeva la rinascita possibile solo a un popolo educato a una rigida morale dello stato.

Il cap. XIV della Storia della letteratura italiana di F. De Sanctis costituisce un ampio saggio sul Machiavelli, dove sono ripresi e fusi i motivi e le incertezze della critica europea precedente. Nel disegno della storia letteraria - e morale - d'Italia, il De Sanctis riserva al segretario fiorentino un ruolo fondamentale.

Vede in lui l'uomo che interpreta e articola le oscure voci della propria epoca; ne riconosce gli impulsi sottintesi e li chiarifica.

Ogni artista è testimone e interprete del proprio tempo: non sempre ne è la coscienza.


Il Machiavelli lo fu e questo lo distingue dal grande contemporaneo Ariosto.

Le idealità del Medioevo erano crollate, ne sopravviveva il fantasma: il cui corrispettivo, nella letteratura e nell'arte, si chiamava forma.

Il Machiavelli prende atto di ciò, rifiuta anche le apparenze e guarda all'unica realtà certa, « effettuale»: la cronaca contemporanea, da cui trae le leggi di ciò che è, universalmente valide. D'altra parte il saggio contiene alcuni rilievi teorici.

Il concetto machiavellico di patria appare al De Sanctis limitato; gli contrappone il suo, ugualmente laico, ma nato dai dibattiti ideologici dell'Ottocento: «La patria del Machiavelli è una divinità, superiore anche alla moralità e alla legge... la sua volontà e il suo interesse era la suprema lex... repubblica o principato, patria o Stato, il concetto era sempre l'individuo assorbito nella società, o, come fu detto poi, l'onnipotenza dello Stato ».

E conclude II saggio una ricapitolazione di ciò che è vivo e di ciò che è morto nel Machiavelli: che dimostra come la lettura del De Sanctis sia terribilmente impegnata, e contenga un diverso ideale politico (accettabile): «Certo oggi il mondo è migliorato in questo aspetto.

Certi mezzi non sarebbero più tollerati e produrrebbero un effetto opposto a quello che se ne attendeva Machiavelli...

Presentiamo già tempi più lontani e civili, dove non siano più possibili la guerra, il duello, le rivoluzioni, le reazioni, la ragion di stato e la salute pubblica.

Sarà l'età dell'oro. Le nazioni saranno confederate, e non ci sarà altra gara che d'industrie, di commerci e di studi... ma siamo ben lontani dal Machiavelli ».

Ci si trova di fronte a un moralismo di schietto stampo mazziniano.

È un velo tra De Sanctis e l'amara conclusione del Machiavelli: tanto è vero che anche la Mandragola appare al critico commedia che ha fatto il suo tempo, perché troppo scientifica e fredda.

Le pagine più belle del saggio restano cosi le non poche consacrate allo stile dello scrittore, dove il pensiero diviene un tutto unico con il linguaggio in cui si concreta.

Il Machiavelli crea lo stile induttivo, lo stile antiretorico del mondo moderno: analitico, seriale: «...in luogo del sillogismo hai la serie, cioè a dire concatenazione di fatti; che sono insieme causa ed effetto ».

Ariosto

Benedetto Croce

Il Croce avverti i tratti dolorosi dell'umanità machiavellica

Al compiersi dell'unità d'Italia personalità interessanti ma minori si dedicarono alle riletture ideologiche e militanti, quasi per effettuare un tentativo privato di sistemazione dello sfuggente pensiero del Machiavelli : gli esiti migliori, nella critica del Capponi, di Giuseppe Ferrari e di Alfredo Oriani.

Alla gloria della scuola storica bastano le due monumentali opere, di Oreste Tommasini, La vita e gli scritti di N. Machiavelli nella loro relazione col machiavellismo (Torino, 1883-1911); e soprattutto, di Pasquale Villari, N. Machiavelli e i suoi tempi (Firenze, 1877-78).

I tre volumi del Villari rappresentano una sintesi matura, anche se non originale, serena e comprensiva dei giudizi senza essere eclettica.

Al di là di questi critici minori, dallo Hegel e dal De Sanctis muove direttamente il Croce.

Il filosofo napoletano non riservò al Machiavelli monografie, ma rapidi cenni e note, sparse qua e là.

Le tesi del Principe e dei Discorsi vengono assunte per una chiarificazione nella dottrina delle forme e dei gradi dello spirito, dove il momento politico viene distinto da quello etico e «fornito di una sua propria positività e di una sua logica ».

Appropriazione piuttosto indebita, che aiuta a comprendere gli sparsi rilievi crociani.

L'errore filosofico del Machiavelli, secondo quanto scrive

il Croce in una Nota aggiunta (in Filosofia e storiografìa, Bari, 1949, pp. 149-51), sta nell'aver cercato nella eccezionalità di particolari momenti storici una scusa, non richiesta, a certi atti «immorali» dell'uomo politico.

In altre parole non si deve sostenere che ai principi è concessa una deroga dalla morale comune in nome di una morale più alta.

Unico infatti è il « concreto dovere morale », che rimane morale anche quando impone «atti severi, dolorosi a chi li esegue ma voluti ...dalla sua coscienza».

Concetti non nuovi, se non nella formulazione filosoficamente precisa e definitiva; con i quali il Machiavelli veniva accolto tra i filosofi dello spirito; e il suo Principe trascendeva i connotati storici.

D'altra parte la vivissima sensibilità letteraria del Croce avvertiva anche i tratti dolorosi dell'umanità machiavellica, in coerenza con una valutazione pessimistica (non in senso filosofico) dell'atto politico.

In direzione crociana, un ordinamento del pensiero del Machiavelli fu elaborata da F. Ercole, in reiterati contributi.

Ancora una volta è ribadito che il concetto di moralità va rapportato al bene comune, che si identifica con lo stato.

Neppure questa idea è nuova: se non nella prospettiva nelle rinascenti ideologie assolutistiche.

Contemporaneo del Croce il tedesco F. Meinecke: nell'ampio studio L'idea della ragione di stato nella storia moderna (1923) analizza la storia del dibattito politico europeo.

Lo impostò ex novo il Machiavelli, sostituendo all'etica cristiana un'etica naturalistica; egli condanna le azioni malvagie, ma le ritiene indispensabili alla vita dello stato.

In questa Intuizione machiavellica, evidenziata anche da altri critici, il Meinecke trova un contenuto filosofico nuovo: la scoperta della necessità del male nella storia; necessità prevista e attuata dagli uomini superiori, che della storia tracciano il cammino.

Con il saggio Del Principe di N. Machiavelli (« Nuova Rivista Storica », 1925), F. Chabod appare oggi protagonista di un deciso ritorno a un'indagine che tenga conto del contesto storico e sociale.

La sua analisi delimita l'ideale italico del Machiavelli a contenuti lontani dalle interpretazioni del Risorgimento.

Il Machiavelli vedeva uno stato regionale, non nazionale, sufficientemente forte per catalizzare i principati minori e respingere lo straniero, troppo debole (purtroppo) per svolgere un'azione interna egemonica.

La realizzazione di simile stato gli appariva comunque subordinata a leggi genetiche valide universalmente, e da lui, primo, messe in luce.

Lo Chabod avanza alcuni appunti a una specie di circolo chiuso del Principe: la massa amorfa degli Italiani, ai quali necessitava l'uomo virtuoso, ne avrebbe compresa e seguita l'azione?

Dietro simile rilievo sta non solo una più evoluta visione dello stato, ma anche, e soprattutto, il dato storico: perché nel Cinquecento non si è realizzata l'utopia machiavellica.

Per queste ragioni, il capolavoro politico e letterario del Machiavelli va isolato rispetto alla cornice degli altri scritti; una parentesi, dalle caratteristiche più passionali che tecniche, grazie alle quali si toccano i vertici stilistici.

La bipolarità del Machiavelli - da una parte pragmatismo e tecnica, dall'altra passione e poesia - trova conciliazione critica nella formula del Russo (,Machiavelli, Bari, 1949): «Il Machiavelli artista - eroe della tecnica politica».

Il concetto è ulteriormente chiarito da significative varianti: « pathos della tecnica », « poesia della tecnica politica»; è cosi felicemente individuato e definito il nucleo storico e artistico del Principe.

Nei Discorsi lo slancio eroico si decanta in più freddo esame di una scienza già sperimentata: ma alla differenza dello spirito e dello stile non corrisponde una crisi dell'ideale politico: lo stato-individuo e lo stato-regime appaiono entrambi positivi e complementari.

Pagine acute sono riservate a una lettura stilistica del Principe: « La sintassi machiavellica è già consapevole della sua libertà e individualità, e, a differenza della sintassi medievale, gerarchica e cattolica per eccellenza, va spedita per la sua via, alla maniera liberale»

Meinecke
Libri di e su Machiavelli





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